L’inversione di tendenza portata ad effetto dietro l’ardua ma stimolante macchina da presa dall’alacre ed eclettica regista francese Valérie Donzelli con Il coraggio di Blanche rispetto al film a cui deve l’assoluta fama d’autrice tout court, La guerra è dichiarata, anteponendo all’interazione tra dinamismo dell’azione e contemplazione innescata dall’arguta contaminazione di generi la forza significante dei sottili contrasti chiaroscurali connessi agli stati psicologici scanditi dalla sensazione d’oppressione femminile dinanzi all’empia manipolazione virile, pone ancor più in evidenza nel mélo La mattina scrivo l’intenzione di cambiare ulteriormente pelle.
Archiviato lo scandaglio introspettivo ed emotivo dei compositi profili di Venere, attanagliati ora dalla lotta sostenuta insieme alla propria dolce metà contro l’atroce tumore al cervello che ha colpito ad appena due anni d’età il loro bimbo costretto ad affrontare un estenuante ciclo chemioterapico ora dal luogo oscuro dell’animo umano dove esplode palmo a palmo l’abisso domestico retto dal narcistico consorte destinato a cedere di schianto di fronte al processo di consapevolezza muliebre conforme alla conversione della foresta limitrofa ad attante catartico, l’autrice con la “a” maiuscola si concentra per la prima volta su un personaggio maschile deciso a privilegiare lo spirito alla materia. Compiendo una scelta, seppur controversa in relazione ai parametri standardizzati della società dei consumi, senz’altro carica di senso.

La trasposizione dalle pagine dell’autobiografia di Franck Courtès intitolata À pied d’œuvre (“A piè d’opera” equivalente del concetto di “operatività”) alla scrittura per immagini di Valérie Donzelli, sempre degna di nota per l’angolazione conferita agli spazi attivi in ambito narrativo, si sforza di riuscire ad appaiare il carattere d’ingegno creativo col carattere d’autenticità. L’impresa, assai ostica a differenza dell’interazione piuttosto programmatica tra azione e contemplazione esibita in passato, appare indispensabile per accostare il ruolo della regista a quello dello scrittore. Per coinvolgere appieno gli spettatori maggiormente scaltriti in un mutamento di rotta ritenuto involutivo da chiunque badi solo ed esclusivamente al sodo. Con buona pace degli input motivazionali riscontrabili nell’inclinazione innata a esplorare il mondo interiore isolandosi dal mondo circostante. Mettendo per iscritto scenari immersivi ed empatici. L’aspetto interessante della trama risiede che nel drastico cambiamento di vita dell’alter ego di Franck Courtès, ribattezzato Paul per il grande schermo, scegliendo l’incerta professione dello scrittore alieno ai compromessi commerciali ribaditi dall’energica editrice al posto del mestiere ben remunerato del fotografo, sarà il mondo esteriore, dal quale aveva mantenuto le debite distanze, con la crudezza oggettiva ivi congiunta, a influenzare, se non a scalzare dapprincipio, il suddetto mondo interiore. Perché Paul, guidato dall’istinto di conservazione, s’inscrive a una piattaforma di servizi svolgendo umili mansioni a prezzi stracciati pur di non pagare dazio alla foltissima concorrenza. Esacerbata dalla persistente precarizzazione lavorativa ed economica. Il rapporto risolutivo ed emblematico tra crudezza oggettiva e sensibilità soggettiva trascende ogni predica manichea ed espone la speculare gamma di emozioni slogate care al nostro compianto saggista e drammaturgo Enzo Siciliano. La sfida per Valérie Donzelli consiste nel visualizzare in chiave metaforica l’approccio di Paul con la crudezza oggettiva del mondo esterno che misura il valore di una professione in base alla remunerazione. Sulla scorta dell’adagio latino “carmina non dant panem” (“la cultura non dà pane”). Sconfessato però nel giro di poco tempo dall’immagine dello scrittore agiato inquadrato in primo piano intento a buttare giù le scene che gli balenano in testa mentre, lontano dai problemi del benessere, Paul sullo sfondo, chino nella terrazza dell’appartamento, rinvasa le piante, aggiunge il terriccio, sistema le radici fuoriuscite.

L’utilizzo della correzione di fuoco, benché veicoli l’attenzione del pubblico sul destino differente delle persone predisposte a trasformare le sensazioni in narrazioni scardinando qualunque generalizzazione eccessiva concernente la visione che reputa la vocazione dello scrittore “pane per lo spirito” estraneo agli impieghi remunerati a dovere, aggiunge poco o niente sia all’idea di attività culturale appaiata, per necessità, al lavoro convenzionale sia allo speculare contrasto della scrittura orientata a vendere numerose copie ed ergo guadagnare soldi a palate senza però subire pressioni di sorta con la scrittura che per essere coltivata mette a dura prova gli indigenti abituati a fare di necessità virtù col tempo concessogli dagli impieghi imperniati sulla mera sopravvivenza. A persuadere del tutto, senza dover ricorrere alle infertili modalità schematiche ed esplicative avverse alla sensibile interiorizzazione dell’esperienza e alla conoscenza profonda del tema trattato, è l’uso ampio ed esaustivo della soggettiva sgranata di Paul. L’effigie ricavata, seppur al servizio dell’ennesimo diario visivo, coglie nel segno. Il surplus della risaputa voice over, al contrario, s’innesta su memorie, ubbie ed emozioni, sebbene debitamente slogate come piaceva al saggio ed erudito Enzo Siciliano, largamente esplorate in lungo e in largo dal cinema di pensiero in antitesi con la letteratura di consumo. La giustapposizione cromatica tra interiorità ed esteriorità, invece, anche se non consente al cinema di parabola chiamato in causa al pari della contemplazione del reale di trarre linfa dalla fragranza dell’originalità, certifica ugualmente la destrezza d’inesauribile sperimentatrice di Valérie Donzelli. Che prende spunto da Nanni Moretti in Bianca, mostrando le scarpe dei passanti che troneggiano nella finestra dell’umile sottoscala adibito a spartana dimora, per poi andare oltre i limiti dello sguardo sociale sul versante dell’osservazione dell’ordinario. Concepito come straordinario dall’attitudine a trasformare gli eventi minori in ragguagli rilevanti senza chiamare all’appello inidonee accensioni fantastiche. L’investimento del cervo all’alba, complice la stanchezza per le svariate mansioni svolte raggranellando lo stretto necessario per non cedere ai morsi della fame, funge da chiave di volta sciorinando il flusso di coscienza del protagonista arrivato alla frutta con un’esasperazione dell’esperienza soggettiva. Che sembra sostituire l’avvicendarsi d’interni disturbanti ed esterni simbolici con l’azzardo di accostare il reale al surreale. L’indispensabile punto di rottura, costituito altresì dal computer ridotto a mille pezzi dal vetusto e scattoso padre di Paul in un momento di stizza per il degrado del sottoscala col sangue del povero cervo che straborda dal bagnetto accanto, manderebbe a carte quarantotto la sobria ed evocativa efficacia della comparazione di ambienti diametralmente opposti ed elementi urbani in grado d’impreziosire l’osservazione passiva del tran tran quotidiano del protagonista, mimetizzato nei compositi spazi sino a divenire invisibile, se non affiorasse la voluttà di riscatto di Paul e l’estro di Valérie Donzelli nel chiudere il cerchio.

Al di là di qualche roboante trapasso di tono, dovuto alla disparità dei livelli stilistici impastati con minor brio dello spigliato sincretismo col quale Valérie Donzelli ne La guerra è dichiarata seppe trasmettere al mix di musica classica e musica rock la predominanza dell’amor vitae sul cupio dissolvi, l’inedita e penetrante stringatezza, assestata con Il coraggio di Blanche, preferendo accostare il leitmotiv delle tre canzoni chiave (Joe le taxi, Le vieux couple, Foule sentimentale) ai momenti cruciali ed epifanici dell’esperienza immersiva anziché battere di continuo sul tasto della palpitante vitalità, suggellata dalla guerra all’iniqua malattia funerea, sigilla, alla medesima stregua dell’epidermica tensione, la vittoria, in zona Cesarini, del calore umano, connesso alla razionalizzazione dell’assurdo, a scapito dell’algido ordine razionale. Giunge così al diapason connubio tra il carattere d’ingegno creativo e il carattere d’autenticità. Scongiurando la deleteria incognita di gettare alla finestra lo spicco garantito dal robusto plot per consentire al bozzetto intimista di acquistare la dinamica interiore ed esteriore ad appannaggio dell’aguzzo rigore ascetico che cementata l’accettazione del beffardo destino. La mattina scrivo perde quindi nell’alto tasso satirico, smarrito step by step da Valérie Donzelli preferendogli la conquista poetica dell’agognata libertà artistica col sudore della fronte, ciò che viceversa acquista nella voluttà di affermazione che affiora dalla gestione della mesta solitudine. La telefonata finale del figlio, che si congratula col padre per la resilienza sfoggiata dando forma compiuta alla correlazione di timbri contenutistici ed esami comportamentistici riscontrabili nella nobilitazione dell’immane fatica rifugge dall’insulso cinema-piagnisteo spianando la strada al cinema di parabola per unire ad hoc cuore e cervello. Bastien Bouillon, bravissimo nel ruolo dell’ex fiamma di gioventù della cuoca Cécile in Partir un jour di Amélie Bonnin in linea con la levità di tocco dell’apologo armonico ed enogastronomico sui legami d’affetto, si supera aderendo agli accordi e ai disaccordi dell’inobliabile Paul con lo slancio d’una psicotecnica da pura affissione. Il tempo ritagliato per scalzare la letteratura di necessità e garantire quotidianamente libertà al piacere di raccontarsi, preservando la concretezza del piano b, salvaguarda La mattina scrivo dalle secche dell’enfasi di maniera. Estraendo dal cinema minimale lo slancio geniale ed esperienziale dell’affresco esistenziale.
