Basta la co-sceneggiatura dell’ultrapremiato regista statunitense Sean Baker, coinvolto pure in veste d’alacre montatore, svelto a cementare l’emblematica conversione dall’astratto al particolare, ad accrescere l’efficacia della tenuta stilistica esibita dietro l’ardua ma stimolante macchina da presa nell’applaudito dramedy La mia famiglia a Taipei dalla produttrice taiwanese-americana Shih-Ching Tsou, abituata di solito a provvedere all’esito economico al botteghino degli affreschi indipendenti confezionati nel Nuovo Mondo, preferiti al valore poetico degli apologhi sui riscatti sociali girati in Patria, o l’esito artistico ricava dall’illustre collaborazione un fregio superiore, sul versante tanto della ricerca formale quanto dello scandaglio contenutistico, rispetto a quello garantito dalla risaputa contaminazione dei generi?

L’interazione tra il procedere irregolare ed errabondo degli apologhi indie sugli emarginati d’oltreoceano e l’antispettacolarizzazione dei mélo made in Taiwan, intenti ad appaiare l’esplorazione identitaria alla tendenza del teleobiettivo a comprimere lo spazio rendendo oppressivo l’implicito vincolo di suolo, va subito a carte quarantotto. Evidenziando sin dall’incipit l’assoluta penuria dei guizzi autoriali degli ineguagliabili numi tutelari conterranei come Hou Hsiao-hsien in Millennium Mambo ed Edward Yang in Taipei Story.

Left-Handed Girl. (L-R) Janel Tsai as Shu-Fen, Nina Ye as I-Jing and Shih-Yuan Ma as I-Ann in Left-Handed Girl. Cr. LEFT-HANDED GIRL FILM PRODUCTION CO, LTD © 2025.

Estranei alla labile prevalenza dell’ambientazione simbolica sulla narrazione lineare dall’afflato breve. Alla medesima stregua della velleitaria composizione pseudo-pittorica. Che non arriva neanche alla caviglia di alcune sapienti riprese dall’alto, dette bird’s-eye view, frammiste alle versatili panoramiche ora orizzontali ora verticali, che connettono in maniera straniante l’estetica fiabesca agli incubi a occhi aperti della crudezza oggettiva. Padroneggiata dall’esperta produttrice ed effimera autrice unicamente in Take out. Diretto in tandem con Sean Baker sulla base del disadorno risalto dei documentari impegnati a comunicare molte cose degne di nota su tematiche tipo l’immigrazione illegale. Urge quindi capire, per una disamina davvero obiettiva, cosa intenda comunicare adesso Shih-Ching Tsou con un’opera di finzione avvezza a strizzare l’occhio, in maniera piuttosto contraddittoria, alla commedia leggera, all’amaro spaccato intimista, al pesante affresco comportamentistico, all’horror spurio incentrato sugli ingannevoli timbri antropologici ed etnografici volti a regredire l’amor vitae in cupio dissolvi.

Restano così in sordina lo scandaglio introspettivo ed evocativo dell’esistenza quotidiana dell’energica madre single Shu-Fen insieme figlie, I-Ann e I-Jing, che gestiscono un chiosco nel mercato notturno di Taipei, la voluttà di scrivere con la luce sulla scorta d’una sinfonia di nuance variopinte connesse all’altalena degli stati d’animo, l’immersione nella complessità dei sentimenti in subbuglio, il flusso delle emozioni congiunte al mix di realismo lirico ed esami comportamentistici. La troppa carne al fuoco tradisce l’imperizia di connettere l’indagine sui rapporti umani perennemente irrisolti alla crescente tensione dei panni sporchi lavati in pubblico, alle mansioni succinte di I-Ann nel negozio di noci di areca dove instaura una relazione sessuale col proprietario destinata a regredire in onta da dimenticare, alle mappe emotive legate alla definizione d’una geografia dell’anima lungo le vie di Taipei. Rimangono in attivo le sequenze di I-Ann in motorino con a bordo la sorellina I-Jing, d’appena cinque anni, la scaramanzia del nonno, convinto che nella mano mancina della piccola il diavolo ci abbia piazzato la coda, e il compleanno della nonna al ristorante guastato dal colpo di scena. Analogo alla piega, piuttosto inaspettata, del racconto in Sister di Ursula Meier.

Il gioco geometrico dell’intrigo zeppo di straziante verità che viene a galla sulla falsariga degli sviluppi imprevisti dei quadri alienanti tinti di giallo salda appieno la partita e chiude al meglio il cerchio grazie alla destrezza dell’autrice svizzera con la “a” maiuscola. Che spiega le questioni difficili in modo semplice. Tenendo il pubblico sui carboni per poi mobilitare ad arte la virtù di esibire in filigrana i nervi tirati allo spasimo dei protagonisti, una volta svuotato il vaso di Pandora, facendo scattare le corde sottese delle rivelazioni scioccanti. Al contrario del realismo impressionistico dispiegato alla bell’e meglio dalla produttrice taiwanese con le polveri bagnate in cabina di regìa per suggestionare le platee meno avvertite. Anziché riuscire ad anteporre all’insalata mista che complica le faccende semplici l’acume d’un caleidoscopio scevro da fronzoli od orpelli vari. Pronto a conferire spontaneità di tratto alla densità di significato ravvisabile nei temi incrociati. Il mix d’interni claustrofobici ed esterni rivelatori stabiliti step by step da Shih-Ching Tsou stenta al contrario a passare debitamente al setaccio le reazioni mimiche delle composite figure di fianco in conformità con l’opportuna connotazione ambientale. Vanificata dall’infeconda egemonia dello spettacolo subalterno della recitazione sullo spettacolo preminente della regìa. La mia famiglia a Taipei, sebbene costeggi l’illusione dell’avventura, l’immersione nell’attanagliante perdita d’identità, le irruzioni nel tran tran giornaliero che richiama alla mente l’ascendente esercitato in passato dal Neorealismo, alla prova del nove esaspera l’aderenza al dato psicologico in questione. La conquista poetica, auspicata dall’azzardo di unire la scoperta dell’alterità al checkup degli enigmi in seno ai consorzi casalinghi, appare quindi irrimediabilmente fuori contesto.

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