La mia vita con John F. Donovan: esordio mainstream per Xavier Dolan

Il cinema è probabilmente una delle arti dove più di frequente si sente il peso di un “debito emotivo” nei confronti di un artista. Nel senso che è difficile, quando un autore entra nelle corde e nel profondo dello spettatore, levarselo di dosso, accettare i suoi errori, addirittura riconoscerli e, anzi, perdonarglieli.

La mia vita con John F. Donovan è uno dei film più attesi dell’intera (e scarna quanto intensa) filmografia dell’ex enfant prodige Xavier Dolan, uno che a vent’anni è stato capace di dirigere J’ai tuè ma mer (2009), opera prima luminosa e disturbante, dolorosa e vera, brillante esordio come non se ne vedevano da tempo e capace di scaraventare di colpo un giovinetto come Dolan nell’olimpo degli autori di culto.

Specie se poi, a questo film così folgorante, sono seguite altre cose notevoli come Laurence Anyways e il desiderio di una donna… (2012), Tom à la ferme (2013) e Mommy (2014).

Un talento cristallino, capace come pochi altri di prendere il proprio – doloroso – privato e di metterlo in scena lasciandone intatti i confini, i brividi e le altezze emotive. La mia vita con John F. Donovan si annunciava allora come uno dei film dalla lavorazione più travagliata: un copione di più di trecento pagine, due anni di montaggio, una durata ipertrofica, ma, soprattutto, l’ala produttiva di una major che avrebbe, di sicuro, stravolto i parametri professionali di Dolan, abituato com’era a lavorare con produzioni indipendenti e, quindi, con una libertà assodata e pressocchè illimitata.

Il film, con un supercast che annovera anche Jessica Chastain, Thandie Newton, Natalie Portman e Nicholas Hoult, avrebbe dovuto raccontare la storia del piccolo Rupert, grande fan di John F. Donovan. Anche questa volta una vicenda biografica, perché in realtà Rupert sarebbe stata la maschera Xavier, e Donovan, pare, Di Caprio. Ma ecco che iniziano i guai: la parte della Chastain viene tagliata, lo stesso regista rifiuta l’invito a Cannes per aggiustare il montaggio, arrivano stroncature a cascata nelle varie proiezioni oltreoceano, tanto che si mette in dubbio anche l’uscita in sala.

Se non si conosce, se non si è mai visto un suo film, è alquanto difficile spiegare a parole l’impatto iconoclasta dello stile di Dolan nelle sue prime opere francofone: un’estetica curata in maniera maniacale, evocativa, elettrica, una narrazione profondamente personale che aumenta l’atmosfera di inquietudine e di profondo disagio dei suoi personaggi. Uno stile espressivo preciso e distinto, che diventa pura bellezza quando fonde insieme colore, musica e movimenti di camera.

Dolan è sempre stato, nonostante la sua giovanissima età, vittima di un’ambizione di certo ben riposta, forte di un’epicità drammatica mai sopita, legato ad uno stile anni Ottanta ma accattivante e sempre modernissimo.

Va detto che già dal precedente film, È solo la fine del mondo, primo film nel quale l’autore veniva a contatto con l’industria mainstream vera e propria (nel cast figuravano Vincent Cassel e Marion Cotillard), qualcosa scricchiolava, ma proprio per quel debito emotivo di cui si diceva in apertura si è preferito vedere il meglio dell’opera, dal tono crepuscolare all’atmosfera rarefatta e irrisolta – nel bene e nel male, dal punto di vista produttivo e anche, però, drammaturgico. Difficile invece farlo, se non impossibile, con La mia vita con John F. Donovan: un mastodonte che dilata a dismisura e senza motivo la sua incoerenza interna, sbilanciandosi con un effetto di noia mortale generato da personaggi mal costruiti, indifferenti, con i quali non è possibile empatizzare.

E dire che la prima durata di quattro ore, a detta proprio di Dolan, era stata tagliuzzata variamente per raggiungere lunghezze “umane”. Peccato che, a vedere il prodotto finito, pare proprio che ad essere saltate in fase di nuovo montaggio siano state le sequenze dove si approfondiva e si spiegava il difficile e controverso rapporto tra il ragazzino e il suo idolo, legame gestito malissimo che non ha presupposti o motivazioni logiche e narrative.

Certo, avere Kit Harrington come volto principale non aiuta davvero (attore, sicuramente scelto per la popolarità del suo personaggio nella serie tv Il trono di spade, piuttosto che per il suo magistero interpretativo che lascia a desiderare). Poi, il percorso di accettazione della propria omosessualità, in altri film centrale e perfettamente bilanciato, in questo risulta sfilacciato se non vanesio, trasformando il tutto in un guazzabuglio ingombrante, stucchevole e caotico progetto maledetto che dimentica la cifra dell’autore, il quale muore soffocato sotto le maglie produttive.

 

 

GianLorenzo Franzì