“La natura non perdona” di Michela Castello nasce da uno sguardo che non vuole addolcire ciò che accade intorno a noi. Fin dai primi versi la poesia mette l’essere umano davanti alle conseguenze delle proprie scelte, senza rifugiarsi in immagini rassicuranti e senza trasformare la natura in uno scenario romantico da contemplare a distanza. La terra, gli alberi, l’aria, il calore crescente e persino quel grigio che sembra invadere ogni spazio diventano parti di una stessa riflessione: quanto possiamo continuare a prendere prima di accorgerci che stiamo impoverendo anche la nostra stessa vita?
Michela Castello sceglie parole immediate e una rima che accompagna il lettore con apparente semplicità, mentre il significato diventa progressivamente più ampio. Il verso «fin quando tutti non ci sbatteremo il muso» racchiude una delle intuizioni più amare del testo, perché racconta quella tendenza profondamente umana a ignorare un problema finché non diventa impossibile voltarsi dall’altra parte. L’abuso delle risorse naturali non viene presentato come qualcosa di lontano, affidato esclusivamente alle decisioni di governi o grandi industrie, ma come una realtà che entra nelle abitudini, nei consumi e nel modo in cui abbiamo costruito le nostre città.
La terra che diventa «bollente come una serra» richiama immediatamente il cambiamento climatico, ma la poesia non rimane confinata alla questione ambientale. Uno dei passaggi più interessanti arriva quando l’autrice accosta la presenza di supermercati e automobili alla difficoltà di trovare «un umano aiutante». È un contrasto che sposta improvvisamente lo sguardo dagli oggetti alle relazioni. Abbiamo moltiplicato ciò che possediamo, reso più veloce ogni spostamento e più semplice acquistare quasi qualsiasi cosa, senza che questa abbondanza abbia necessariamente prodotto una società più vicina, solidale e disponibile verso chi ha bisogno.
Proprio questa unione fra ambiente e rapporti umani rende “La natura non perdona” più ampia di una semplice poesia ecologista. Il paesaggio degradato e l’isolamento delle persone sembrano appartenere alla stessa frattura. Quando domina il cemento, quando gli alberi scompaiono e quando ogni spazio viene piegato alla logica del consumo, anche l’essere umano rischia di dimenticare di essere parte di qualcosa, invece di considerarsi proprietario assoluto di ciò che lo circonda.
In mezzo al grigio compare però la foresta, uno dei simboli più forti del componimento. Non rappresenta soltanto l’ultimo luogo nel quale respirare aria pura, ma diventa quasi la memoria di ciò che potremmo ancora salvare. La natura continua a mostrare una possibilità diversa, anche mentre viene sacrificata. Non implora attenzione e non ha bisogno dell’uomo per esistere: siamo noi ad aver bisogno di ristabilire un rapporto più equilibrato con lei.
La seconda parte della poesia cambia gradualmente prospettiva. Dopo la denuncia compare la possibilità di una ribellione, intesa non come distruzione, ma come rifiuto di un modello che ha smesso di funzionare. Michela Castello immagina un mondo nel quale «l’uno con l’altro si unirà», riportando ancora una volta la questione ambientale dentro una dimensione profondamente umana. Nessuna rinascita appare possibile senza comunità, responsabilità e capacità di riconoscersi reciprocamente.
La luce che torna a brillare e il Sole che continua a splendere chiudono il testo con un’immagine di speranza che non cancella quanto detto prima. Sarebbe troppo semplice immaginare che tutto possa aggiustarsi da solo. La speranza contenuta nei versi finali sembra invece dipendere da una presa di coscienza: l’uomo potrà tornare a sorprendersi davanti al creato soltanto quando smetterà di comportarsi come se quel creato fosse inesauribile.
“La natura non perdona” è quindi un ammonimento, ma anche un invito a recuperare meraviglia e responsabilità. Michela Castello ricorda che difendere la natura significa difendere lo spazio nel quale viviamo, l’aria che respiriamo e quella parte di umanità che rischiamo di perdere mentre inseguiamo una crescita senza misura.
Il titolo possiede, alla fine, un significato ancora più forte. La natura non perdona perché non modifica le proprie leggi per adattarsi alle nostre comodità. Possiamo ignorarne i segnali, rimandare le decisioni e convincerci che le conseguenze riguardino qualcun altro, ma prima o poi ciò che abbiamo alterato torna a interrogarci. La poesia di Michela Castello lascia proprio questa domanda sospesa davanti al lettore: quanto siamo disposti a cambiare prima di essere costretti a farlo?
Per conoscere altri testi e il mondo creativo dell’autrice è possibile scoprire il sito di Michela Castello su michelacastello0.wordpress.com, entrando direttamente in uno spazio nel quale poesia, pensiero e sensibilità personale continuano a incontrarsi.
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