La nostra intervista a Gus Van Sant all’ombra della Mole

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<<È incredibile, non mi aspettavo questo, sembra di essere dentro il film “La fabbrica di cioccolato” di Tim Burton. Torino, comunque, mi ricorda molto la mia Portland>>. Così ha esordito Gus Van Sant al suo arrivo alla Mole Antonelliana, in occasione della presentazione di “Icone”, la mostra dedicata al regista statunitense e visitabile fino al 9 gennaio 2017. <<Venni nel 1988, quando ricevetti un premio al Festival Gay & Lesbian per “Mala Noche”, entrando in contatto con la comunità dei registi lgbt. È passato tanto tempo, sono cambiato io ed è cambiata la città. All’epoca per me era un luogo lontanissimo, quasi esotico. Quando chiesi all’impiegata dell’agenzia di viaggio a Portland un biglietto aereo per Torino, lei capì che volessi andare a Reno, in Nevada: to Reno>>, così il papà di “Milk”, “Elephant” e “Will Hunting”, ricorda il suo primo incontro con la nostra città, che oggi ospita la retrospettiva itinerante composta da più di 200 oggetti tra quadri, fotografie, acquerelli, bozzetti, Polaroid artistiche e filmati, tutti realizzati dal grande Van Sant.

«Siamo molto orgogliosi di ospitare questa mostra in collaborazione con la Cinémathèque – ha commentato Paolo Damilano, presidente del Museo Nazionale del Cinema e di Film Commission Torino Piemonte –. Gus Van Sant è un regista che sa raccontare l’inquietudine del genere umano e dei giovani in particolare».

E proprio in occasione della presentazione ufficiale, noi di Mondospettacolo abbiamo intervistato per voi proprio Gus Van Sant, icona del cinema indipendente ma capace di adattarsi alle regole di Hollywood, grande interprete delle inquietudini dell’uomo e dell’adolescenza, artista camaleontico e politicamente scorretto, passionale e anticonformista.

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Com’è nata la sua passione per il cinema?

Ho iniziato ad amare il cinema in una maniera che rispecchia quasi un cliché. Avevo un’insegnante di inglese, a scuola, che parlò alla mia classe del film “Quarto potere” di Orson Welles. Nello stesso periodo, un’emittente del Connecticut, dove io vivevo allora, decise di trasmettere proprio quel film. Avendo poco a budget a disposizione, lo riproposero anche tre o quattro volte al giorno. L’ho visto almeno dieci volte e l’ho amato. La stessa insegnante, poi ci propose dei film sperimentali canadesi. Così è iniziato tutto.

Nel 1975 ha conosciuto Pier Paolo Pasolini: qual è stato il suo rapporto con lui?

Lo incontrai a Roma, quando feci una visita nella capitale italiana insieme a un gruppo di studenti che mi ha permesso di entrare in contatto con diversi registi dell’epoca, e tra questi c’era anche Pasolini. Aveva appena finito di girare Salò, ed ebbi la fortuna di andare a casa sua: all’epoca abitava nella zona nord di Roma, in un’antica dimora elegante ma fatiscente, che mi colpì perché era arredata in maniera molto moderna. Avemmo un incontro molto confidenziale, tipo una chiacchierata a tavola. Gli spiegai che il mio desiderio era quello di emulare la letteratura trasferendola in un linguaggio cinematografico, ma lui non capì bene cosa intendessi e non mi parve entusiasta del mio approccio. Ci rimasi molto male perché non mi aspettavo una reazione simile, tant’è che quasi, a quel punto, non mi sentivo più nemmeno degno di pensare di fare cinema.

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Perché ha deciso di girare il remake di “Psycho” fotogramma per fotogramma?

Il progetto nacque più che altro come reazione verso la tendenza che hanno i capi delle major di fare i sequel fino a spremere i film soprattutto per motivi economici (come nel caso della serie di James Bond). Quello che accade normalmente, secondo le dinamiche consolidate delle grandi produzioni hollywoodiane, è che molti registi vengono periodicamente convocati dagli executive producers e si propone loro un progetto che va in questa direzione. Dopo “Drugstore Cowboy” mi convocarono e proposi loro di girare il remake shot-by-shot di “Psycho”, un’idea che avevo già da un po’ nella testa. A me non piace la tecnica classica del remake, in cui solitamente si cambia qualcosa dell’originale aggiungendo o modificando qualche scena. Anche perché spesso questo cambiamento riguarda il finale che, soprattutto dopo gli anni ’90, si tende sempre più a vedere solo come happy ending. La mia idea fu ripetutamente bocciata e non venni preso in considerazione. Dopo il successo al botteghino di “Will Hunting – Genio ribelle” i capi della Universal accettarono.

Come è nato il suo capolavoro “Belli e dannati” con Keanu Reeves e River Phoenix?

In origine avrebbe dovuto essere un film come “Ladri di biciclette”, con attori non professionisti. Invece decisi di scritturare questi due giovani attori, all’epoca già delle star. Mi dissi: faccio un tentativo, se non ci provo non saranno mai loro a venire da me. Accettarono e contribuirono in modo determinante al successo del film. È iniziato e finito nel perimetro di me stesso. Sono partito delle mie esperienze e le ho integrate con testi di Shakespeare, Beckett, Sam Shepard, mie varie letture e cose scritte da me.

Il suo ultimo film, “La foresta dei sogni”, è stato fortemente criticato, soprattutto a Cannes e negli USA. Secondo lei perché?

So che in Italia il film è stato molto apprezzato dal pubblico. Penso, invece, che negli Usa non sia piaciuto perché ho messo in scena una tragedia romantica, credo che questa idea, cui forse si è poco abituati, non sia stata apprezzata. A Cannes, invece, è stata soprattutto la critica a scagliarsi contro la pellicola, mentre il pubblico sembra aver apprezzato maggiormente.

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Nelle sue pellicole tratta spesso il tema dell’omosessualità.  E’ un modo per dar voce alle ingiustizie sociali?

Nella mia carriera mi è capitato spesso di raccontare storie legate al mondo omosessuale, ma l’ho sempre fatto come strategia per investigare la società, sempre con un taglio romantico. Nel caso di “Milk” (2008) mi sono concentrato sulla storia personale di Harvey Milk, sebbene all’inizio avessi pensato a un film completamente diverso, nel quale la sua figura sarebbe stata soltanto evocata in sua assenza. Ho fatto un’indagine romantica. All’inizio doveva occuparsene Oliver Stone, che però preferì non farlo in quanto aveva già girato un film su un politico assassinato, Kennedy.

Sabrina Lanzillotti