Attrice avvenente ed eclettica, indimenticabile nei panni dell’energica Rym che sopperisce al deleterio ritardo del piatto maggiormente atteso nell’inaugurazione del ristorante ricavato dal patrigno da una vecchia imbarcazione esibendosi nella seducente danza del ventre in Cous cous sotto la guida dietro la macchina da presa del conterraneo mentore tunisino naturalizzato francese Abdellatif Kechiche, Hafsia Herzi ha incanalato il medesimo vigore espressivo nel successivo mestiere di regista.
Intrapreso ricavando linfa tanto dall’interazione tra pausa ed empatia, che prolunga l’inquadratura per cogliere appieno la spontaneità degli esami comportamentistici, quanto dal montaggio invisibile. Avverso, quindi, ai tagli appariscenti sul versante formale ed effimeri, all’atto pratico, dal punto di vista contenutistico.

La tendenza ad anteporre l’analisi psicologica scaturita in chiave personale dalla realtà disarticolata alla mera tentazione del ritmo lineare dovuto a una visione invece impersonale sia nel film d’esordio in cabina di regia Tu mérites un amour sia nell’apologo sociale sul condizionamento ambientale Bonne Mère veicolato dalla cosiddetta università della strada permea altresì l’ultima fatica, La più piccola, tratta dall’omonimo libro autobiografico redatto da Fatima Daas? L’implicita ma inequivocabile risposta va ricercata nella scrittura per immagini che distingue il cinema dalla letteratura ed ergo la sensibilità soggettiva dell’attrice assurta ad autrice in rapporto alla crudezza oggettiva del romanzo in questione. Che apre ogni capitolo con l’affermazione lapidaria e identitaria “Mi chiamo Fatima” seguita dalla confessione riguardante la propria diversità sessuale. La combinazione degli stilemi del ritratto coming of age col coming out, connesso al processo di autodeterminazione concernente l’identità di genere, sembra contare poco o nulla agli occhi di Hafsia Herzi. Concentrata piuttosto sulla macchina da presa concepita, nella sua registrazione degli sguardi, delle microespressioni, degli eloquenti silenzi in corrispondenza al trapasso carico di significato dalla periferia e dall’habitat liceale a quello davvero universitario, al pari d’un caleidoscopio in grado di afferrare l’inoppugnabile sottotesto. Rintracciabile nella realtà nascosta. Col linguaggio dei gesti, la postura, il corpo, i semitoni sugli scudi. Lontani anni luce dalla scontatezza delle mere modalità esplicative. L’effigie della banlieue parigina, accompagnata dalla profondità di campo ridotta al lumicino secondo copione e dunque dall’opportuna correzione di fuoco che veicola l’attenzione degli spettatori negli appositi piani d’ascolto degli studenti e delle studentesse ormai a un tiro di schioppo dalla maggiore età, si va altresì ad appaiare ai movimenti di macchina a schiaffo da un soggetto all’altro. Lo scopo consiste nello scavare sui volti dell’età verde per ghermirne l’incertezza, la mutevolezza, l’inclinazione a ferire inopinatamente i coetanei in seguito a futili discussioni sorte dalla casualità sull’outing celato.

La rabbiosa reazione che ne deriva fonde in maniera attendibile, ed epidermica persino in determinati attimi particolarmente concitati, la contemplazione col dinamismo della reazione stizzita. Attribuibile al rilascio di adrenalina per il sistema nervoso, scosso per la capitis deminutio comportata dalla rivelazione forzata dall’ennesimo amico del giaguaro, che pone in risalto l’assoluta destrezza recitativa della bravissima Nadia Melliti. Allo spettacolo subalterno della recitazione sembra infondere l’idoneo afflato narrativo ed evocato lo spettacolo principale. Costituito dalle soluzioni registiche. Attribuibili nel senso di condivisione ghermito da Hafsia Herzi nello sguardo colmo d’indignazione e frustrazione dell’immusonita Fatima alias Nadia Melliti. Che smarrisce dunque il sorriso, mai di circostanza, delle battute iniziali. Man mano però quel senso di condivisione, nel trascorrere delle stagioni attinto senz’acume al celeberrimo “marivaudage” caro a Louis Garrel ed Emmanuel Mouret, con la reazione soppiantata sul dal risaputo concetto d’attrazione, sebbene queer, catapultato in mezzo a due emblematiche solitudini, cede la ribalta alla prova del nove all’esasperazione dell’alienazione d’ascendenza antonioniana. Emerge quindi l’immersione nell’eremo, sui banchi dell’università canonica che sostituisce l’università della strada legata al carattere d’autenticità del darwinismo antropologico ed etnografico ivi connesso, e di conseguenza anche il distanziamento palmo a palmo dalla realtà esteriore nonché dal dono della leggerezza a braccetto dell’estroversione; parallelamente, in totale contraddizione, prende piede l’introduzione step by step di Fatima nel mondo queer. Nei locali appositi. Nelle discoteche inclusive. Il mix d’inclusione ed esclusione, estraneo, sia in prassi sia in spirito, all’approccio lieve dei giochi sottili di seduzione portato ad effetto da Louis Garrel ed Emmanuel Mouret, tradisce l’imperizia dell’infecondo scopiazzamento.

Hafsia Herzi, infatti, smarrita la verve dell’attrice divenuta autrice che dietro la macchina da presa aveva impreziosito la componente intimistica ispirandosi alla figura materna per connettere in tal modo nel convincente Bonne Mère l’approfondimento garbato delle amare tribolazioni della working class e gli spazi riflessivi reperiti nell’hinterland marsigliese con l’identità culturale di riferimento plasmata dalla presenza di comunità algerine/tunisine grazie all’input dell’esperienza reale accoppiata alla geografia emozionale, mena adesso il can per l’aia. Inserendo il personaggio della “mazoziya”, sprovvista dell’imprinting liturgico ed epidermico del romanzo, distante dal convivio domestico del tipico nucleo familiare devoto alla religione mussulmana. Attiguo al contesto esterno della metropoli francese ristretta nel sobborgo introduttivo per mezzo delle ormai trite e ritrite inquadrature di reazione (reaction shots) alla piega dolorosa degli eventi. Unicamente nella regressione del sogno, dispiegato in piano-sequenza, l’orgoglio scalfito della ragazza algerina nata in Francia a differenza delle sorelle maggiori cede la ribalta alla nostalgia per l’intesa persa strada facendo coi compagni e le compagne di classe alle prese coi goliardici scherzi in piscina. Impreziosendo l’impatto emotivo dell’intervallo onirico dalla crudezza oggettiva. Svilita dall’incongruenza stilistica ed espressiva dell’involuta Hafsia Herzi. Che mette decisamente troppa carne il fuoco. Col risultato di tralignare l’efficacia espositiva ed esplorativa ravvisabile nel mix di momenti specularmente imperfetti ed eloquenti silenzi nell’enfasi di secondo rango. L’impasse del “see and say” racchiuso nella scena della serena accettazione garantita all’afflitta Fatima dalla comprensiva mamma nella cucina, eletta fugacemente ad attante meditativo del negletto focolare, retrocede i parametri liturgici esibiti sulle pagine del libro autobiografico nelle soporifere reiterazioni delle banali soap opera. Aliene alle opere d’introspezione delle dinamiche familiari ed esteriori che colgono dal vivo i connotati obiettivi d’una palpabile tensione interiore. Approfondita dalla debita tensione stilistica. La più piccola, orfana della scambievolezza delle suddette tensioni ricche di significato, sostituite alla carlona dai palleggi conclusivi di testa padroneggiati dalla rediva Fatima liberatasi dallo scoglio della pesantezza, ostenta, ai limiti del ridicolo involontario, la realtà tagliata con l’accetta da un’autrice, con le polveri bagnate, dedita al vano copia e incolla.
