La ragazza d’autunno: complicità femminile e arte di arrangiarsi

L’enfant prodige del cinema russo Kantemir Balagov, allievo dell’erudito ed estroso conterraneo Aleksandr Sokurov, sembra voglia campare di rendita sul fulgido carattere d’ingegno creativo palesato nell’arguto film d’esordio Tesnota. L’impasse della sua seconda fatica cinematografica, Dylda, ovvero “spilungona”, distribuito nelle nostre sale con il titolo La ragazza d’autunno, risiede nell’assoluta vanagloria di voler conferire all’ostentata lentezza dell’inizio una varietà di scenari a dir poco improbabili.

La luce color ocra che avvolge le immagini, quantunque testimoni l’efficacia sul piano figurativo dell’abile fotografia, senta ad aggiungere qualcosa sotto l’aspetto introspettivo. L’incupita rievocazione del dopoguerra a Leningrado, con la matronale infermiera Lyla attanagliata dal ricordo degli orridi traumi subìti nell’inferno delle trincee, trae poca linfa dal rigore stilistico e palesa l’assenza di un idoneo colpo d’ala.  L’ispirazione precedente, riscontrabile in particolar modo nel sapido ed epidermico ricorso agli stilemi della geografia emozionale, scarseggia. A prenderne il posto è la compostezza formale che riserva al mix d’interni angosciosi ed esterni panteistici un trattamento superficiale ed esornativo.

Così, al contrario degli effetti seducenti ed empatici del paese a un tiro di schioppo dalla Cecenia, vicino al Caucaso, in grado di assumere un’identità sul versante narrativo forte tanto quanto i personaggi in carne e ossa, l’appeal dell’attuale San Pietroburgo si perde nei rivoli dei vani ammiccamenti. L’ambizione di creare dei tableaux vivants, frammisti ad alcune tecniche di straniamento piuttosto risapute, paga dazio al concentrato d’insistite allusioni pseudo-autoriali. L’incerto sincretismo tra pudore poetico ed enfasi romanzesca, che prende piede in filigrana per poi divenire l’incontestabile causa di un’autentica incongruenza dottrinale, giova poco all’impasto di dramma e commedia attinto ad antesignani come Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman, fuori dalla portata dell’avventizio regista.

La ragazza d’autunno alterna, quindi, l’ovvia crudezza oggettiva ai distensivi cenni d’intesa congiunti al tran tran giornaliero nell’ospedale dove l’ironia guascona affidata alle estemporanee canzonature collettive costituisce un perpetuo antidoto contro l’insopportabile punta di spina dell’angoscia. Le insistite riprese dall’alto, decise a esibire il candore del bimbo affidato alle cure della volubile Lyla, come se fosse l’occhio dell’Onnipotente a controllare il procedere degli eventi, risultano poco persuasive. Convince di più l’uso della metonìmia, intesa come parte per il tutto, benché saccheggi l’estro immortale del guru Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Quello personale, profuso in Tesnota per garantire al nitore pittorico del paesaggio il riverbero degli stati d’animo, con i vincoli di sangue e di suolo congiunti all’analisi inflessibile delle note intimiste, è già ridotto al lumicino.

Quando l’amica del cuore Masha irrompe nella seconda parte, con pathos muliebre ed energia irriverente, la trama ne giova. Le automobili trasformate in alcove, la libidine scambiata per amore dai fidanzatini occasionali, i movimenti di macchina impiegati per anteporre al linguaggio del corpo lascivo quello del volto etereo, indubbiamente carico di senso, riescono ad assicurare un’ottima alternativa alle tediose penombre psicologiche. Peccato che, a lungo andare, il giocattolo si rompa. Stavolta definitivamente. L’insistita punteggiatura delle sfide violente, alla base del programmatico rapporto tra pubblico e privato, mostra la corda.

L’aura contemplativa, perdendo per strada i dati essenziali, a causa della vanità d’impreziosire gli arcinoti pedinamenti d’ascendenza zavattiniana e le immancabili inquadrature di quinta con l’introduzione dei saccenti elementi sarcastici, ritenuti erroneamente magici, cede, di schianto, a una resa dei conti in stile tradizionale che ben conosciamo. L’alchimia femminile, svilita dai richiami della carne e dalla tentazione dell’iperbole, che spinge Masha a mettere sempre le cose in chiaro, porta la vicenda sulla soglia del ridicolo involontario. Con buona pace delle deliberate giustapposizioni umoristiche. La vivacità degli echi cechoviani riesce ad alleggerire la pesantezza dei timbri mélo, esacerbati a mestiere, sebbene inserisca nell’ordine del faceto, piuttosto fuori luogo, i gemiti erotici e il leitmotiv dei salti d’umore delle illusorie festicciole.

L’approfondimento della personalità disturbata, anziché tenere sui carboni ardenti, finisce quindi col trascinare nella noia. Il confronto conclusivo dei tuguri con l’appariscente abitazione borghese, ostile all’arte della sopravvivenza maturata da Masha per portare la pelle a casa, segue l’esempio di Kenneth Lonergan in Manchester By the sea senza trarre linfa dagli opportuni timbri antropologici ed etnologici.

L’indagine comportamentistica, priva in ogni caso, nonostante i continui tentativi, d’un gusto compiuto per lo spettacolo brioso e al contempo acuto, stinge così troppo nel patetico. Le pagine illustrative, accostate alla premura degli sguardi e al contrappunto delle note gravi, non possono rimediare alle sbavature sfuggite al disadorno incipit. L’esplicito ripiego conclusivo nelle componenti manieristiche de La ragazza d’autunno, con l’abbraccio che chiude definitivamente il cerchio, rimedia al sospetto di freddezza ma certifica l’involuzione dei vezzi intellettualistici.

 

 

Massimiliano Serriello