La rivincita: un film malin-comico e cerchiobottista

Il cerchiobottismo non è necessariamente un espediente da stigmatizzare a priori. La rivincita, apologo malincomico sui poveri cristi intenti a sbarcare il lunario preservando i valori ereditati dalla tradizione, lo prova.

L’uscita del film sulla piattaforma RaiPlay prevista dal progetto “La Rai con il Cinema italiano – Otto film di Rai Cinema in esclusiva su RaiPlay” riesce in primis a sopperire all’impasse del Bif&st-Bari International Film Festival. Rinviato lo scorso Marzo a causa della quarantena imposta dalla lotta al Covid-19. La regione Puglia può lo stesso ritenersi soddisfatta: il territorio eletto a teatro a cielo aperto per affinare la qualità d’ispirazione dell’assunto acquista una considerevole rilevanza. In virtù di un curioso lavoro di sottrazione. Che impreziosisce il disegno psicologico. La trasposizione sul grande schermo dell’omonimo romanzo di Michele Santeramo rifugge dagli argomenti troppo capziosi per esibire l’analisi introspettiva connessa all’altalena degli stati d’animo. Inaspriti dall’economia sommersa, dall’incertezza dell’agire finanziario, dall’impossibilità di cogliere i frutti più succosi dell’humus sia domestico sia pubblico. L’intelaiatura teatrale del copione, deciso ad anteporre gli stilemi del cinema da camera all’interazione tra habitat ed esseri umani, cara al pionieristico regista svedese Victor Sjöström, possiede diverse frecce al proprio arco. La scrittura per immagini comunica meglio delle parole. Schiave dei vezzi dovuti a modalità eccessivamente esplicative. Si respira un’aria tanto mesta quanto avvezza all’ironia stemperante sin dall’incipit. Sulla falsariga dei nobili antesignani riletti in filigrana. Dai dramedy sulla classe operaia di Ken Loach a Morte di un commesso viaggiatore di Volker Schlöndorff, da Segreti e bugie di Mike Leigh a Barriere di Denzel Washington.

L’intoppo, che pregiudica, seppur in minima parte, la forza espressiva aliena agli spicci effetti sentimentali, risiede nel voler conciliare punti di partenza agli antipodi. Per levare al visibile, aggiungendo all’invisibile, ed ergo al mistero, sinonimo dalla notte dei tempi d’intensa poesia, la scelta di mostrare cum grano salis la virtù dei luoghi di riverberare modi d’agire, umanissimi ed empi a seconda dei casi, scongiura l’incognita gradita di pagare dazio all’ipocrisia deleteria del luogo comune. La rivincita, mostrando ubbie ed empiti di speranza di due fratelli del Sud Italia che hanno dissipato l’eredità paterna in seguito alla decadenza imperante nel Mezzogiorno e nel Bel Paese in generale, ricava vigore dalla padronanza dietro la macchina da presa dell’esordiente Leo Muscato. Il regista, forgiato dall’esperienza sul palcoscenico, nel mondo della lirica e dal carattere d’ingegno creativo necessario ad andare oltre la piattezza naturalistica di certi documentari, dimostra di sapere il fatto suo: all’abile assemblaggio delle inquadrature, avvezze ai medesimi semitoni dell’intimistico A spasso con Daisy, le composite correzioni di fuoco replicano ponendo in risalto il sottosuolo dell’affresco che s’interpone in mezzo alla giustezza della denuncia sociale e all’intelligenza dell’umorismo sdrammatizzante.

La tragedia greca del contadino Vincenzo che dinanzi all’ingiusta espropriazione del campo da coltivare con fatica ed estremo impegno decide di far abortire l’appassionata consorte cadrebbe nelle secche dell’enfasi di maniera se alcune trovate non fossero conformi alla brillantezza della commedia all’italiana. La simpatia dell’avvocato, in grado di riuscire ad appaiare la furbizia levantina dell’Azzecca-garbugli di manzoniana memoria e le pose buffonesche di Alberto Sordi in Troppo forte, travalica i limiti dell’aneddoto satirico fine a se stesso. Il personaggio di Sabino, costretto dalla crisi, lungi dal divenire un’opportunità come sostengono i seguaci della resilienza, persuade meno. E con lui la moglie delusa al punto da partire per l’Africa, in missione, abbandonando il figlioletto già affranto per difficoltà incontrate a realizzare un sogno analogo a quello nutrito da Jamie Bell in Billy Elliot. Il trattamento superficiale ed esornativo delle figure di fianco tagliate con l’accetta, specie lo strozzino che attanaglia l’esistenza del povero Vincenzo e costringe Sabino a spargere veleni per pochi soldi, non pregiudica comunque l’efficace riuscita dei lati romantici ed empatici. Ad alzare bandiera bianca è invece, al contrario del citato carattere d’ingegno creativo, il carattere d’autenticità che avrebbe potuto conferire l’idonea linfa ai legami di sangue e di suolo senza cedere ad ampollose banalità scintillanti. La rivincita affianca modi spigliati ed echi ammiccanti (con l’adagio antico “Insperata accidunt magis quam speres: Le cose insperate capitano più spesso di quanto si creda” sugli scudi) ma concede pure qualche calo di personalità.

A differenza di Claudio Amendola, che ne La mossa del pinguino s’inspira a Ken Loach per descrivere i losers romani che ha conosciuto da vicino per affetto e per piacere, Moscato tradisce l’impaccio di averli al limite solo intervistati. Per dovere. Il terreno non mente tuttavia. E rispecchia criteri spigliati, ansie e silenzi eloquenti. Peccato che l’inerzia di attingere all’acume dei Maestri, al pari dell’uso strumentale dell’aura contemplativa, prenda più spazio degli scorci paesaggistici, dei campi coltivabili, ricintati dallo Stato divenuto socio di maggioranza, nonché talvolta despota impietoso, e dei campi lunghi che catturano in ogni caso l’egemonia del cemento sul verde dei prati. La rivincita comincia prendendo le mosse da capolavori antiretorici, sebbene la bassa densità lessicale del dialetto pugliese ceda presto il proscenio a dialoghi da soap opera, per poi cercare conforto nel dolciastro. Herbert Ross in Fiori d’acciaio seppe sottrarsi alle seccanti lusinghe dei melodramma per famiglie. La rivincita comincia bene, prosegue discretamente, barcolla a metà e molla nel finale. Preferendo i colpi di gomito all’indubbia verità messa in scena con l’ausilio dell’ottimo cast. Intento a dare un colpo al cerchio della teatralità e uno alla botte dell’asciuttezza. La penuria dell’idonea spontaneità di tratto lascia di conseguenza l’amaro in bocca. Nonostante l’evocativa dolcezza di fondo. Ricalcata, nemmeno troppo di nascosto, da Il grande freddo di Lawrence Kasdan. Ad maiora.

 

 

Massimiliano Serriello