La rivista Dusk celebra le cento copie con Anthony Phillips sulla cover: ce ne parla il fondatore Mario Giammetti

Grande traguardo per Dusk che ha celebrato pochi giorni fa le sue prime cento copie con Anthony Phillips in copertina. Quella che giustamente si autodefinisce “l’unica rivista italiana dedita esclusivamente all’attività dei Genesis e alla sua famiglia di straordinari musicisti che ne hanno fatto parte” dimostra in questa occasione tutto il successo ottenuto fin dal primo numero uscito nel 1991, con una chiara connotazione. Il Genesis Magazine, infatti, tratta da sempre tutto quello che riguarda la mitica formazione britannica che ha inventato il progressive rock e ha regalato alla storia della musica mondiale album come From Genesis To Revelation (il disco preferito, tra gli altri, di Noel Gallagher, Oasis) Trespass, FoxtrotSelling England By the Pound, The Lamb Lies Down in Broadway, Abacab, Calling All Stations

Per festeggiare le cento copie, l’ideatore e fondatore di Dusk, il giornalista, musicista e scrittore Mario Giammetti ha scelto dedicare la cover al talentuoso Anthony Phillips, il chitarrista che fondò i Genesis insieme ai compagni Mike Rutherford, Peter Gabriel, Tony Banks, ai quali nel tempo poi si aggiunsero Steve Hackett, Phil Collins, Ray Wilson… Il retro della copertina di questo numero immancabile di Dusk è invece dedicata al concerto d’addio del gruppo, che ha concluso la sua attività live soprattutto a causa dei problemi di salute del batterista Phil Collins. All’interno del numero, tra le altre notizie e curiosità, c’è un interessante e lungo servizio con intervista a Anthony Phillips, che ha pubblicato di recente l’ottima raccolta Archive Collection Volume One e Two. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con il fondatore e direttore Mario Giammetti per farci raccontare come è nata la rivista Dusk e come è andata brillantemente avanti…

 

Quando hai iniziato l’avventura con la rivista Dusk, ti aspettavi che saresti arrivato un giorno a cento copie?

Ma no, figurati… Iniziò tutto come un gioco da parte di uno che già da tre anni scriveva sul leggendario Ciao 2001 e che, per pura passione, volle provare a entrare nel mondo delle cosiddette fanzine ma con un approccio critico. Fin dall’editoriale del numero zero, fotocopiato in un centinaio di esemplari, misi in chiaro che non saremmo mai stati proni e che l’obiettivo di Dusk era sì fare informazione (sulle riviste che andavano in edicola lo spazio sul mondo Genesis era per ovvi motivi molto limitato), ma anche critica e approfondimento. Partivamo, certo, dal grande amore per la band e per i suoi solisti, che rappresentano un caso unico nella storia del rock: hanno avuto tutti carriere solistiche di pregio, in alcuni casi dal successo stratosferico, si pensi a Phil Collins e Peter Gabriel soprattutto, ma in misura minore anche a Mike & The Mechanics e Steve Hackett. Nello stesso tempo, l’idea era scandagliare più a fondo di quanto fosse stato fatto fino a quel momento l’arte di musicisti che hanno toccato una grande quantità di generi, pubblicando decine e decine di opere mediamente buone, spesso ottime, talvolta eccelse. Ma è stato un viaggio lungo ben trentuno anni, con tre o quattro uscite all’anno e mai un’interruzione. E questo, obiettivamente, non era ipotizzabile neanche nel più roseo dei sogni.

 

Per questo importante traguardo hai dedicato la cover a Anthony Phillips. Come hai maturato questa scelta?

In tutti questi anni mi sono sempre fatto guidare dalla mia impostazione giornalistica. Per cui la copertina è sempre stata occupata dal membro o dal progetto della band che, in quel momento, aveva più attinenza con l’attualità, specie in occasione di nuovi album. Non ho mai avuto interesse a pubblicare una rivista solo retrospettiva, quindi non ho mai indugiato in sentimentalismi mirati solo a catturare l’interesse dei nostalgici. In più, ho naturalmente provato negli anni ad alternare con una certa regolarità i vari membri della band sulle copertine e all’interno della rivista, anche se giocoforza alcuni, molto più fecondi, hanno avuto più spazio rispetto ad altri. Ma in questo caso non c’era neanche da discutere: la pubblicazione più recente (gennaio) del pianeta Genesis è stata proprio uno splendido cofanetto di Anthony (Archive Collection Volume I & Volume II), sarebbe stato inopportuno non dargli il giusto spazio solo perché contemporaneamente c’erano gli ultimi concerti di sempre della band. Al trio, peraltro, era stata già consacrata la copertina precedente, quella del n. 99. Infine, mi sembrava in qualche modo anche un po’ un segno del destino, poiché era accaduto lo stesso anche col numero zero: pure in quel caso in copertina c’era Ant, che aveva pubblicato da poco il capolavoro Slow Dance, e ricordo che tanti furono estremamente sorpresi della scelta, di certo la meno furba che si potesse fare per catturare l’interesse dei lettori.

 

All’interno hai pubblicato, tra l’altro, una lunga intervista ad Anthony Phillips. Come e quando è stata realizzata e quali pensi siano le doti migliori di Anthony in qualità di “intervistato”?

Ho fatto una lunga chiacchierata con Anthony nel mese di Febbraio. Anthony è un artista passionale e ha una memoria abbastanza buona, quindi le interviste con lui sono sempre prodighe di particolari e molto rivelatorie. Inoltre, non si tira indietro rispetto a nessuna domanda e, ciliegina sulla torta, è divertente in maniera devastante. Ogni volta che lo chiamo a casa, per non parlare di quando ci vediamo faccia a faccia, l’appagamento giornalistico va a braccetto con quello umano, perché è una persona deliziosa, sensibile e gentile, ma anche uno spasso totale, grazie a uno spiccatissimo senso dello humour e alla capacità di stemperare ogni situazione con una battuta o un gioco di parole.

 

La back cover è invece dedicata al farewell dei Genesis. Tu come hai vissuto l’ultimo concerto della band?

Con grande distacco. Ho espresso già all’inizio del 2020, quando fu annunciata questa reunion, la mia contrarietà per un’operazione che non ha certamente aggiunto nulla alla grande storia dei Genesis, anzi, a mio avviso, ha tolto. E le condizioni molto precarie di Collins c’entrano relativamente: aggravano la situazione, certo, ma avrei pensato le medesime cose anche se fosse stato in grado di cantare e suonare come vent’anni fa. Mi fa piacere che i fan abbiano potuto vedere la band per un’ultima volta, ma personalmente ho deciso subito che avrei lasciato perdere e non ne sono pentito. Del resto, se è vero che a Marzo si è chiusa definitivamente la porta alle tournée a nome Genesis, quella della creatività si era già esaurita venticinque anni fa, dato che il loro ultimo album di studio risale al 1997. Per fortuna ci sono i solisti che si sono sempre dati da fare.

 

Quali progetti hai per Dusk per il futuro?

Non faccio mai programmi a lungo termine. La sopravvivenza di Dusk va rinnovata anno per anno e dipende essenzialmente da due fattori: primo, che ci sia un numero di persone interessate sufficiente a tenere in piedi una baracca che richiede tantissimo in termini di costi e di fatica (realizzare un giornale stampato è molto più impegnativo di un sito, senza nulla togliere all’informazione in rete, diventata al giorno d’oggi imprescindibile). In secondo luogo, che i membri dei Genesis siano ancora attivi come, nonostante qualche rallentamento, sono sempre stati in questi anni: hanno registrato musica nuova, sviluppato collaborazioni, sono andati in tournée, hanno pubblicato materiale retrospettivo inedito o in nuova veste audio/video… Insomma, ci hanno dato tantissimi stimoli nuovi su cui parlare e da accostare semmai alle rubriche più tecniche, sul collezionismo, sulla grafica, o anche ad articoli semplicemente ironici o divertenti… Confido che Tony, Mike, Phil, Steve, Peter, Anthony e Ray proseguiranno su questa strada, ma non si può non tener conto che (tranne ovviamente il più giovane Wilson) hanno tutti superato la settantina, e quindi una contrazione delle loro attività potrebbe rientrare purtroppo nell’ordine naturale delle cose.

 

Susanna Marinelli