La scelta giusta: un esordio che guarda a Michael Mann

L’esordio in cabina di regìa del montatore romano Andrea D’Emilio avviene all’insegna dello stilismo visivo. L’opera prima, La scelta giusta, distribuita su Prime Video e CHILI, prende esplicitamente le mosse dall’accattivante tecnica di ripresa dell’illustre ed esperto collega statunitense Michael Mann.

La sceneggiatura redatta a sei mani con Daniele Malavolta ed Eleonora Pennisi cerca comunque d’inserire nel tessuto narrativo anche elementi diversi. In grado di sopperire all’impaccio dell’accidia dei plagi camuffati da omaggi.

L’ordine esistente caro al giovane imprenditore rampante Luca, ovvero Francesco De Francesco, proprietario dell’azienda AlterEgo, ghermita dall’autocrate multinazionale Real Tech, paga dazio sin dall’incipit ad alcune zone d’ombra. Che spingono l’ambizioso D’Emilio a lavorare in profondità. Il trattamento superficiale degli interludi scanditi in chiave faceta, con le gag di alleggerimento affidate al maldestro genio di turno, che assicura a Luca l’opportuna protezione reti da lanciare sul mercato, concede in ogni caso qualche banalità di troppo. L’interazione tra interni, scandagliati dalle ottiche stranianti e dagli insistiti deep focus, ed esterni, attinti ai noir metropolitani avvezzi ad analizzare i meandri dell’animo umano insieme ai relativi ed emblematici condizionamenti ambientali, svela inoltre ulteriori debiti verso numeri tutelari agli antipodi, per di più, gli uni dagli altri. Alla sbandierata sicurezza informatica corrispondono così, in modo un po’ programmatico, i motivi d’insicurezza tanto dei film di spionaggio quanto degli apologhi sul bene e sul male. Alieni ai segni d’ammicco, sul versante dell’immediatezza espressiva, degli incolti videoclip. Che acquistano sul piano dell’apparente dinamizzazione degli eventi ciò che perdono sotto l’aspetto dell’incontestabile aura contemplativa.

Necessaria ad aggiungere al meccanismo della suspense l’ambìto spessore intellettuale. Le inquadrature di profilo, le immagini allo specchio, d’ascendenza bergmaniana, l’ampio margine d’enigma dell’intrigo, cosparso di piste allestite per impreziosire la struttura simmetrica dell’impianto figurativo con l’irrompere inopinato dei cortocircuiti introspettivi, creano un’apprezzabile apprensione. Toccando un punto nevralgico quando il sogno di coronare le ambizioni professionali si trasforma in un incubo. Che investe pure, se non soprattutto, la sfera privata. A quel punto la trama convince molto meno perché l’atmosfera inquietante, dovuta alla serie d’incidenti ai danni dell’impresa di belle speranze, si va ad amalgamare al carattere specifico delle parabole intimiste. Le due anime, diametralmente opposte, invece di unirsi sull’agile scorta della polivalenza di significati ed esiti imprevedibili ad appannaggio dell’arguta contaminazione dei generi, non fanno spicco. Ma nemmeno molto danno. Semplicemente procedono su binari distanti. L’incongruenza è comunque sopperita in determinati passaggi dallo sperimentalismo formale che prende piede con la comparsa dell’ambiguo e vizioso amico Flavio, deciso a spingere Marco al contrattacco, scivolando nell’ovvia strada della perdizione.

Gli echi di Fight Club e A beautiful mind, benché in filigrana, evidenziano l’assenza d’interpreti votati ai tempestivi semitoni. Mentre Augusto Zucchi impersona con sobrietà il diavolo tentatore della Real Tech, Costantino Comito incarna il mefistofelico doppelganger in maniera assai gigionesca. L’inane smania di moltiplicare gli habitat – dalle discoteche agli uffici, dalle abitazioni irreprensibili agli eccentrici anfratti – stenta ad assumere la funzione creativa e l’importanza evocatrice della geografia emozionale intenta a giustapporre nell’angoscia avvilente degli algidi spazi riflessivi i connotati dei sentimenti bisognosi di venire a galla. Per sconfiggere la paura e dare un caro saluto ai dilemmi nascosti. Il clima d’attesa, nonostante lo schematismo dell’impianto mystery, restituisce lo stesso alle penombre psicologiche la sostanza dello spettacolo di spaventi, perfidie e speranze. La riuscita complessiva, una volta accantonata l’inidonea vanità di riuscire ad appaiare l’estetica postmoderna con gli elegiaci profili e le sottili sfumature del cinema di pensiero, taglia il traguardo prefisso. La scelta giusta emana perciò il brivido della vertigine mentale, seppur talora svilita dal ridondante slow-motion, per poi svelare l’arcano coi timbri asciutti dell’affresco in chiaroscuro. A corto di acume poetico. Svelto però ad andare oltre la soglia del mero mestiere e a tradurre il turbinio dei prevedibili imprevisti in un climax febbrile ed efficace. Basta e avanza per scongiurare la noia di piombo.

 

 

Massimiliano Serriello