Dopo aver diretto Limonov, adattamento dell’omonima biografia romanzata del poeta sovietico Eduard Limonov, il regista e sceneggiatore Kirill Serebrennikov torna di nuovo a girare un film biografico: La scomparsa di Joseph Mengele, basato sul libro di Olivier Guez.
Dopo la Seconda Guerra mondiale, Joseph Mengele, medico e criminale nazista che conduceva esperimenti sugli ebrei deportati nel campo di concentramento di Aushwitz, fugge dalla Germania.

La sua peculiare ricerca “scientifica” era incentrata sui gemelli, in particolare sui bambini. Soprannominato “l’angelo della morte” per gli esperimenti disumani che corrispondevano a vere e proprie torture mortali, espatria al fine di evitare il processo di Norimberga. Seguirà la cosiddetta “via dei ratti”, ovvero la via di fuga su cui riuscirono a scappare dall’Europa molti criminali nazisti, quasi tutti diretti in Sud America. La storia è narrata dal punto di vista del fuggitivo, e racconta gli anni in cui ha sostato dapprima in Argentina, per poi fuggire in Paraguay, fino agli ultimi trascorsi nelle giungle del Brasile. Il film narra la vicenda dal punto di vista del criminale nazista, che ha le fattezze di August Diehl, il quale, braccato dai servizi segreti israeliani del Mossad, vive nell’ansia costante di essere catturato. Il timore aumenta quando nel Maggio del 1960 il tenente colonello Adolf Eichmann viene improvvisamente arrestato in Argentina. Processato in Israele, è condannato a morte per genocidio e crimini contro l’umanità. Il carnefice cerca dunque di sfuggire al proprio destino e La scomparsa di Joseph Mengele conduce lo spettatore nel suo mondo privo di pentimento, che lo vedrà sempre più solo aggrapparsi ai ricordi, fino all’incontro con Rolf, figlio incarnato da Maximilian Meyer-Bretschneider.

Egli rappresenta in senso figurato l’umanità che s’interroga sulle radici del male. Il lungometraggio è girato quasi tutto in bianco e nero, e le inquadrature all’interno dell’ultimo domicilio brasiliano di Mengele, che somiglia ad una lercia prigione, rispecchiano sempre più il suo tetro mondo interiore, che non a caso riflette in maniera esplicita quello dei lager dei prigionieri di Auschwitz. Kirill Serebrennikov inoltre illustra sapientemente la dicotomia che c’è con le origini alto borghesi dell’angelo della morte, rappresentata soprattutto in una sequenza in casa dei genitori. Ben prima, infatti, della sua fuga in Paraguay e Brasile. Raffinati movimenti di macchina indugiano su una sala elegante e su di una tavola imbandita, attorno alla quale si dà da fare una solerte servitù. Si discute insieme a Joseph del suo destino. Un dialogo serrato tra lui e suo padre, che afferma con veemenza la propria vicinanza alle ideologie naziste. La perfetta ricostruzione di un microcosmo ignaro, però, che il mondo attorno stia invece cambiando, prendendo coscienza dei crimini del terzo Reich. Molto interessante il rapporto con il figlio, racchiuso in un unico incontro avvenuto nel 1977 in Brasile. Egli chiede contezza al padre delle sue azioni ad Auschwitz. La reticenza dell’angelo della morte nel raccontarle non evidenzia un pentimento, bensì probabilmente la rabbia verso chi osa mettere in discussione la sua moralità.

Rolf insiste, cercando di capire se il suo operato riguardasse esclusivamente gli ordini che riceveva, che in qualche modo lo avevano reso inconsapevole delle atrocità di cui era accusato. Tutto ciò rievoca alla mente il saggio La banalità del male di Hanna Arendt, che inevitabilmente ritorna anche quando si ricostruisce con un racconto per fotogrammi il processo ad Eichmann, su cui il saggio era imperniato. Il film propone un viaggio all’interno di una mente contraria, a qualsivoglia ravvedimento. A testimonianza di ciò vi è la ricostruzione di un ideale album dei ricordi della sua memoria, nella quale si scava a fondo tramite una lettura molto peculiare. Rievoca infatti i giorni dell’arrivo ad Auschwitz dei deportati, e quei frammenti sono girati a colori. Un ricordo malato di quella quotidianità definisce così la percezione di un tempo felice, luminoso, costituito da una routine trascorsa tra lavoro e famiglia. La scomparsa di Joseph Mengele è un film magistralmente narrato con una tecnica raffinata e una suggestiva scelta delle inquadrature che testimoniano le atrocità nascoste nella mente di un mostro. Sublimi le interpretazioni, ma su tutte naturalmente spicca quella di August Diehl. La storia riguardante i disumani esperimenti dell’angelo della morte ha inoltre liberamente ispirato il romanzo I ragazzi venuti dal Brasile di Ira Levin, da cui è stato tratto l’omonimo film diretto da Franklin J. Schaffner nel 1978.
