Il Ministero della Cultura ha riconosciuto il valore di un progetto che mette al centro la figura di San Francesco, selezionandolo tra le migliori iniziative del centenario. Una responsabilità importante che, come sottolinea il regista Francesco Branchetti, non ha però limitato la sua visione artistica: «In nessun modo, ho lavorato nella più assoluta libertà artistica, interpretativa e registica e non mi sono sentito condizionato in alcun modo, naturalmente sento il peso dell’importanza di questo evento per cui ho dedicato tutto me stesso a questo progetto a livello di studio, preparazione e prove».

Il fulcro fisico delle performance è il borgo natio di San Giustino de Jacobis, San Fele. Un luogo scelto non casualmente, dove la spiritualità del Poverello di Assisi incontra quella del santo lucano. Sebbene il regista preferisca mantenere un alone di mistero sul legame specifico tra le due figure, ammette che «è previsto un punto di contatto ma è davvero molto speciale e misterioso e non voglio svelarlo».

Nel suo spettacolo, Branchetti sceglie di far coesistere la solennità del messaggio francescano con il “paradosso carnevalesco”, quasi una carica di rottura dirompente. La sua chiave di lettura risiede nella profonda umanità di Francesco: «Raccontando in profondità la figura di Francesco come uomo tra gli altri uomini come si è sempre concepito lui stesso ho cercato di andare a fondo nell’affrontare tutte le difficoltà del suo percorso spirituale vissuto confrontandosi sempre con la sua natura profondamente umana e terrena e non dimenticando mai la difficoltà come strumento di ascesa e di successo nel percorso dell’innalzamento spirituale di sé».

Sebbene il progetto si estenda a laboratori sociali, come “Atleti di Dio”, il regista mantiene un approccio rigoroso e focalizzato: «Io mi occupo solo dello spettacolo teatrale da un punto di vista registico e di interpretare San Francesco non mi occupo degli altri eventi ma credo che tutte queste iniziative sociali siano molto importanti e avranno un impatto profondo su San Fele e soprattutto per la fase legata alla interattiva e credo che percorreranno in tanti questo viaggio e verranno da molte parti d’Italia a San Fede in quel periodo proprio per queste iniziative».

Un elemento innovativo è l’ibridazione con il “teateteatro”, un sistema di diffusione audiovisiva che promette di rendere la produzione un patrimonio nazionale condiviso. Branchetti ne è convinto: «Penso assolutamente di sì e penso che il contributo del maestro Mario Esposito sarà fondamentale in questo senso». La drammaturgia si muove tra brani letterari, interpretazioni e parafrasi recitative. La scelta dei testi, dal Cantico delle Creature a contributi eterogenei, risponde a un preciso intento: «È stata una selezione profondamente dettata dalla volontà di ricreare lo spirito di Francesco, il suo carattere come uomo, la sua tensione spirituale sempre intrisa di profonda umanità e compassione e attenzione e sguardo attento a tutto ciò che lo circondava siano esse state persone, esseri umani, oppure natura o eventi atmosferici… il mondo stesso oggetto del suo sguardo profondamente umano.

Il mio obiettivo è stato di portare in scena tutto questo». Sul palco, artisti come Lorenzo Flaherty e Barbara De Rossi danno vita a una “povertà” che si fa “ricca” grazie alla charitas. Parlando del personaggio di Frate Leone, interpretato da Flaherty, il regista spiega che «rappresenta il coraggio, il coraggio di seguire un istinto, un istinto teso verso il bene, verso la verità».

Guardando al futuro, con un programma che prevede una comunicazione continuativa fino all’inverno 2027 fatta di podcast e installazioni permanenti, Branchetti si affida ancora alla collaborazione con il maestro Mario Esposito per mantenere vivo il legame emotivo con il pubblico: «In questa attività sarò supportato profondamente da Mario Esposito per cui mi sento molto tranquillo e sicuro che saranno di grande impatto anche tutte le successive trasformazioni del lavoro che avremo fatto a San Fele questa estate».

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