Non è certo una passeggiata di salute per l’ambizioso regista esordiente Hasan Hadi riuscire ad ottenere subito l’investitura ad autore con la “a” maiuscola con La torta del presidente, in virtù dell’arguzia di trasformare in un’esperienza visiva davvero immersiva l’assunto narrativo, dispiegato attraverso la forza significante della scrittura per immagini carica di senso giacché connessa ai ricordi d’infanzia nell’Iraq degli anni Novanta, sulla scorta dell’altalena degli stati d’animo. Impreziositi dall’arduo avvicendamento tra crudezza oggettiva e sensibilità soggettiva. Poiché per trasmettere agli spettatori debitamente avvertiti il senso d’inquietudine, dovuto alla difficoltà quasi nel respirare dei protagonisti, ribaltando poi i raccapriccianti segni di regresso in cortocircuiti favolistici, occorre predisporre con la debita sottigliezza immaginifica dei Maestri consumati, a dispetto del mero cinema definito d’assedio, l’aura contemplativa dell’affascinante fantarealismo.
Indispensabile per scandagliare ad hoc l’interazione tra traumi collettivi ed esperienze individuali ad appannaggio sia d’uno uso fuori del comune dei movimenti di macchina, con l’effetto d’urgenza ivi congiunto sugli scudi, sia dell’irrinunciabile manipolazione percettiva delle compenetranti ed eclettiche angolazioni di ripresa. Focalizzate sulla forma di terapia artistica ravvisabile nella cosiddetta movie therapy al servizio, oltre che dell’immersione, della percezione e dell’evocazione. Relative anche al passaggio dai villaggi prosciugati dal regime di Saddam Hussein alla lotta quotidiana per la sopravvivenza nella Bagdhad, sostenuta ex ante sulla via della modernizzazione dai proventi del petrolio, retrocessa ex post, quasi all’età della pietra, in una claudicante metropoli aliena alla crescita sostenibile. L’evocazione storica, preceduta dalla didascalia dell’incipit concernente l’obbligo di festeggiare in ogni caso il compleanno di Saddam Hussein per la popolazione sottoposta allo spossante fardello delle impietose sanzioni in seguito alla Guerra del Golfo, si va subito ad amalgamare alla geografia emozionale.

Ed ergo agli esami comportamentistici riverberati dai vincoli di suolo. L’esperienza visiva cementata quindi sin dalle prime battute per mezzo del rapporto di coalescenza che si stabilisce immediatamente tra le platee tramutate in cinenauti e gli spazi fisici chiamati a determinare persino il modo di reagire alla piega degli eventi. Molto sentiti in cabina di regia da Hasan Hadi. Che nell’esibire l’elemento onnipresente all’epoca nel quadro paesaggistico iracheno del mix di cartelloni ed enormi ritratti murali raffiguranti Saddam in uniforme militare parallelamente alla scoperta dell’alterità in merito al villaggio di pescatori dove la fame dilaga, evidenziando l’atroce egemonia della materia sullo spirito di cui fa le spese la Nazione allo stremo, palesa qualità ritrattistiche ed espressive estranee ai meri debuttanti allo sbaraglio. L’avvicendarsi della connessione tra interni ed esterni, tra habitat ed esseri umani, tra suoni diegetici ed extradiegetici, con le sonorità tribali frammiste in filigrana alle voci irregolari dei pescatori, sa restituire la verità del periodo in questione. Con gli occhioni della piccola Lamia in evidenza. Giustapposti, in maniera dapprincipio programmatica ed esplicativa, ai campi lunghi che appartengono all’arcinoto repertorio delle pleonastiche buone intenzioni. Avvezze a veleggiare in superficie. Ad approfondire l’effigie della zona meridionale dell’Iraq, inaridito per ordine dell’autocrate presidente allo scopo d’infliggere una punizione esemplare agli Arabi delle paludi ritenuti colpevoli di favorire la rivolta sciita, rimediando alla scontata aderenza dei dettagli ravvicinati rivolti agli sguardi cerbiatteschi dell’infanzia con l’inquadratura delle modeste abitazioni costruite in canne e delle canoe in giunco intente ad attraversare il punto d’incontro tra Tigri ed Eufrate, provvede il carattere d’ingegno creativo garantito dalla capacità di scrivere con la luce. Rimarrebbe ugualmente il sospetto che la pur densa componente cromatica, costituita tanto dal riverbero dei residui ma suggestivi specchi d’acqua quanto dalle sagome umane scure a contatto con l’ordine naturale delle cose in antitesi all’embargo totale imposto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si fermi alla semplice suggestione, senza mettere sul serio a disposizione del racconto di formazione la cifra stilistica sancita dalla conoscenza intima della tematica trattata, se il viaggio all’atto pratico dal villaggio alla città non coincidesse con quello definito coming of age.

Così alla ricerca lì per lì astratta dell’alterità, individuata in qualcosa di sconosciuto che diviene familiare palmo a palmo, corrisponde step by step, coi ritmi distesi della contemplazione al posto del dinamismo dell’azione, la concreta ricerca degli ingredienti per preparare la torta in vista del compleanno dell’invadente presidente. Pervaso dalla riaffermazione di dominio. Veicolata dalla propaganda visiva. Catturata appieno. Alla medesima stregua dello stimolo inventivo ravvisabile nella prontezza di ricondurre l’ennesima ricerca del Tempo perduto caro a Proust, ritagliato sennò in base alla vana chimera d’una memoria troppo idealizzata, all’austerità degli esami comportamentistici relazionati alla durezza dell’esistenza. Anche, se non soprattutto, con lo scomodo spostamento dettato dalla ricerca degli ingredienti per la fatidica ed emblematica torta. L’austerità, allergica a fronzoli od orpelli vari, assurta perciò ad antidoto contro l’irrealtà degli amarcord eccessivamente pittoreschi, consente, di conseguenza, in maniera quasi automatica, alla sottigliezza chiaroscurale ghermita dall’alacre composizione pittorica di prendere piede. Anteponendo pure al deleterio poeticismo l’arricchimento figurativo a braccetto dello sviluppo introspettivo portato al severo ed erudito lavoro di sottrazione dalla fulgida poesia. L’attitudine a razionalizzare l’assurdo prende dunque piede man mano. Ben distante dall’inane tentazione dell’iperbole. Bensì ricava linfa dalla genuina complicità di Lamia col tenero compagno di classe e d’avventura Saeed. L’incrociarsi degli sguardi tramite lo staring contest della dolce resistenza, stabilita dalla fermezza di non battere le palpebre, trasforma una parentesi altrimenti patetica nel perno necessario a esercitare in un denso ed eclettico film di finzione il talento dei documentaristi attenti ed esperti. Delegati ad appaiare il carattere d’ingegno creativo col carattere d’autenticità. Il toccante contributo dei giovanissimi attori testimonia la predisposizione di Hasan Hadi nelle poliedriche vesti dell’autore mentore. Diametralmente opposti ai galloni, controproducenti, del despota. Sebbene l’innesto di alcuni risaputi espedienti riflessivi congiunti ora alle ombre sulle strade sterrate ora alle corse col cuore in gola risulti già largamente utilizzato ed esplorato da antesignani con maggior esperienza alle spalle, avvezzi ad affiancare ai momenti concitati i corrispondenti elegiaci, l’immersione nell’imprevedibile razionalizzazione dell’assurdo, sul versante favolistico che scalza l’ormai trita e ritrita penetrazione psicologica limitata all’approccio sociologico e storico, tramuta in sorprendenti ed ermetiche risorse i lapalissiani limiti dell’enfatico cinema-piagnisteo.

L’approdo nella moschea, la pratica della preghiera, l’immersione sancita dalla prosternazione, la distrazione, la sparizione dell’amato gallo Hindi, inseparabile compagno di viaggio di entrambi gli scolari in trasferta con la cresta rossa, il becco bianco, le piume dorate, contribuiscono ad alzare decisamente l’asticella. Specie rispetto alla previa sequenza del luna-park, contraddistinta dall’ovvio stridore dei palloncini e dalle festose luci colorate dinanzi al grigiore morale avvertito da Lamia, in cui affiora, benché sottobanco, l’accidia delle idee attinte dai classici nani agli ineguagliabili giganti. Riconoscibili negli ingombranti numi tutelari. Da Vittorio De Sica a Federico Fellini. Da Abbas Kiarostami ad Asghar Farhadi. Considerato unanimemente il miglior regista iraniano. A sostituire in zona Cesarini l’infeconda sensazione di déjà vu, dopo il rinvenimento del lievito e dello zucchero mancanti al fine di sostenere la fermentazione della torta per Saddam Hussein ed evitare la comparsa di grumi nocivi all’impasto, interviene la reiterazione degli sguardi incrociati in mezzo alla concitazione d’un atroce imprevisto. La correlazione conclusiva tra esplicitezza ed enigma permette alla concitazione di fondersi con la contemplazione. La torta del presidente, nonostante qualche calo di personalità riscontrabile nella voluttà di trarre partito dall’estro vibratamente visionario degli aedi del fantarealismo in possesso di ben altra spigliatezza nel tracciare il rapporto tra immagine e immaginazione, beneficia in dirittura d’arrivo della fragranza dell’originalità. Che conferisce alla rievocazione della resilienza con la goccia al naso l’acume risolutivo d’una comprensione trascinante. Il cui cuore pulsa nella prevalenza degli alacri luoghi riflessivi a spese della velleitaria illustrazione dei luoghi comuni. Nelle spire del Mistero. Svelato con cura certosina. Nei garbati tocchi d’ironia a braccetto dei timbri impressionisti d’un apologo sul valore dell’immaginazione, suggellato dalla fabbrica dei sogni, di fronte all’ineluttabile evidenza degli incubi a occhi aperti. Accorpati dalla curiosa destrezza dietro la macchina da presa d’uno scalpitante esordiente eletto ad autore nonché a mentore d’inobliabile rilievo.
