Con un’ultima ironica sequenza posta nel corso dei titoli di coda accompagnati dalla sempreverde Hotel California nella versione dei Gipsy Kings, è da un romanzo di Thomas Perry che prende le mosse La vendetta perfetta – Bear country, ritorno per il regista Derrick Borte alla direzione di Russell Crowe, sei anni dopo il thriller Il giorno sbagliato.
Ma, mentre in quel caso il vincitore del premio Oscar per Il gladiatore vestiva i panni di un pericoloso psicopatico, qui lo troviamo impegnato ad incarnare Manco Kapac, proveniente dall’Albania e residente da molti anni negli Stati Uniti, dove è proprietario di un night club che un tempo era uno strip club.

Un individuo che, deciso a lasciarsi alle spalle il proprio pericoloso passato per godersi la pensione insieme alla donna che ama, dal volto di Teresa Palmer, finisce inaspettatamente presto in una situazione tutt’altro che piacevole. In quanto, rapinato da due tizi mascherati che sono in realtà i Jeff e Carrie interpretati da Aaron Paul e Nina Dobrev, si ritrova stretto nella morsa dei cartelli; mentre il misterioso Joe Carver alias luke Evans gli si presenta perché interessato ad acquistare il suo club. Da qui, a dispetto del fuorviante titolo italiano (in originale è The get out) che lascia immaginare chissà quale revenge movie sulla scia dei vari con protagonista Liam Neeson, La vendetta perfetta – Bear country si evolve con Manco che, considerando il pericolo in arrivo da ogni parte, si vede costretto a districarsi in una rete mortale di inganni, potere e sopravvivenza.

L’azione, però, man mano che viene anche citato verbalmente il Point break di Kathryn Bigelow, arriva soltanto una volta superata circa la metà della oltre ora e quaranta di visione, con tanto di immancabile spargimento di cadaveri. Per il resto, infatti, la piuttosto lenta narrazione si costruisce in particolar modo sui dialoghi e La vendetta perfetta – Bear country sembra essere penalizzato da una certa staticità – e mancanza di coinvolgimento – anche quando subentra il movimento. E, di conseguenza, l’impressione generale è quella di assistere ad un’irrilevante operina poggiante unicamente sull’importante nome di Crowe ma tutt’altro che dissimile nella confezione generale da tanti prodotti a basso costo destinati direttamente al mercato dell’home video.
