La vita davanti a sé: Sophia Loren diretta dal figlio

Tra le strategie in grado di ridurre, se non al lumicino, quantomeno in buona parte, l’indubbio rischio d’insuccesso connesso alla realizzazione d’ogni film, sia esso riconoscibile come un’opera d’autore o d’entertainment, rientrano a pieno titolo lo sfruttamento commerciale dei best seller letterari, i remake e l’intramontabile star system.

Lo sa bene Edoardo Ponti, figlio dell’idolatrata Sophia Loren, che nel mélo a tinte forti La vita davanti a sé dirige per Netflix l’illustre madre, restia a pagare dazio al diktat del tempo, riportando sul grande schermo l’omonimo romanzo dello scrittore transalpino Romain Gary.

Mentre i cinefili avvezzi ad alimentare l’aspetto ludico della Settima arte trovano pane per i loro denti nel confronto con la previa trasposizione del regista israeliano Moshé Mizrahi, impreziosita dall’intensa prova recitativa di Simone Signoret, gli esperti di marketing traggono tutt’altre conclusioni. Convertire il successo precedente in un lieto riscontro attuale sul versante degli incassi, a dispetto delle norme anti-Covid che hanno costretto alla momentanea resa il rito liturgico del buio in sala, significa anteporre la furbizia al carattere d’ingegno creativo? L’insistita correzione di fuoco, presente sin dall’incipit, non basta a fornire una risposta chiara ed esaustiva. Anche il passaggio dal quartiere di Belleville, situato nel nord est della capitale francese, ai vicoli di Bari Vecchia stenta ad accrescere la valenza significativa del darwinismo antropologico. L’inane variante, sprovvista degli stilemi dell’alacre geografia emozionale, anziché tramutare l’ovvia interazione tra interni ed esterni in un’insolita dinamica carica di senso, risulta l’ennesimo specchietto per le allodole.

Nella speranza di ridestare l’interesse del pubblico già affezionato alle traversie dell’anziana Madame Rosa, reduce dall’Olocausto intenta a occuparsi di negletti scugnizzi, e coinvolgere le platee ignare delle versioni trascorse. Lo scandaglio ambientale, contraddistinto dalle reiterate carrellate dall’alto, non va oltre la componente generica ed esornativa d’un celere colpo d’occhio. Incapace di cogliere l’anima del sobborgo multietnico. L’università della strada, con l’empio guadagno per mezzo dello spaccio di droga che decreta l’inevitabile perdita dell’innocenza, resta perciò sullo sfondo. Al pari dei comuni denominatori degli affreschi sociologici. L’arcinoto trionfo dei buoni sentimenti, all’insegna dell’egemonia del cuore sul cervello, esorta gli spettatori a tirar fuori i fazzoletti, dopo aver allungato il brodo con l’astiosa diffidenza dell’immusonito orfano Momò, mitiga la crudezza oggettiva attinta al neorealismo ed eleva l’enfasi di maniera ad antidoto contro qualsivoglia dispendio di fosforo. Il valore introspettivo degli zoom sul volto imbronciato del fanciullo d’origine senegalese, che osserva dai programmatici pertugi dell’appartamento di Madame Rosa le enigmatiche tracce dell’atroce passato, diviene in tal modo assai aleatorio. Edoardo Ponti prende pertanto sottogamba i possibili risvolti narrativi affidati ad alcune curiose figure di fianco. Meritevoli dell’approfondimento necessario ad aggiungere ai languidi accenti il cortocircuito poetico degli idonei semitoni.

L’avverso schematismo, invece, trascina l’altalena delle emozioni in prevedibili soggettive, velleitari ammiccamenti, incompiuti balli casalinghi ed echi triti e ritriti. L’immagine dell’ormai confusa Madame Rosa dinanzi agli attanaglianti ricordi e al bisogno di trovare un riparo simile al nascondiglio scelto in tenera età, per sfuggire alla crudeltà degli aguzzini, ricava parecchia linfa dall’evidente maestria recitativa di Sophia Loren. Le linee del volto, le rughe d’espressione, i soprassalti ora di stizza ora d’affetto, catturati secondo copione per mettere in rilievo la psicotecnica dell’intramontabile diva, che non perde un colpo, per la gioia dei fan, costituiscono tuttavia uno spettacolo di secondo piano. Quello di prim’ordine, costituito dalla scoperta dell’alterità grazie all’onesto bottegaio arabo intento a spiegare al piccolo Momò il peso determinante delle scelte da compiere nell’arco dell’esistenza, s’incaglia nelle secche della retorica. L’eccessiva musica extradiegetica nuoce agli eloquenti silenzi garantiti dal bravo Babak Karimi nel ruolo del mentore alieno agli ipocriti pistolotti moralistici. Le modalità esplicative dell’ambiziosa canzone finale, in cerca d’allori, forse pure dell’Oscar, sciupano la cura dei particolari in filigrana che avrebbe dovuto fungere da inobliabile lezione per sconfiggere l’angoscia del futuro. La vita davanti a sé di Sophia Loren ed Edoardo Ponti mette quindi in pratica gli espedienti escogitati dalla fabbrica dei sogni. Per poi disperdere, sia in prassi che in spirito, lo slancio dell’intimità al servizio degli interrogativi morali più forti d’ogni incubo.

 

 

Massimiliano Serriello