Mettere in scena un biopic imperniato sull’interazione tra aree storiche ed esseri umani decisi a sensibilizzare le istituzioni per garantire il riconoscimento di Patrimonio dell’Umanità – come il caso dell’appassionata ed eclettica matematica e archeologa tedesca Maria Reiche balzata agli onori della cronaca per aver portato all’attenzione internazionale l’urgente faccenda relativa alla Protezione e alla Conservazione del vasto gruppo di geoglifi incisi dalla cultura Nazca nel deserto meridionale del Perù a partire dal 500 a.C. sino ad arrivare al 500 d.C.- comporta riuscire ad anteporre ai vani coefficienti spettacolari dell’agiografia, propensa alla compressione narrativa, la forza significante dell’esistenza reale, fuori dai bordi stabiliti tanto dalla romanticizzazione quanto dall’invenzione, a braccetto dell’indispensabile geografia emozionale.
Per l’attore Damien Dorsaz, che ha davvero incontrato Maria Reiche in una trasferta in Perù trenta primavera or sono, la sfida di passare da davanti a dietro la macchina da presa con la realizzazione di Lady Nazca – La signora delle linee risiede nell’appaiare alla geografia emozionale, oltre alla crudezza oggettiva frammista all’idonea sensibilità soggettiva, anche il carattere d’autenticità affiancato al carattere d’ingegno creativo. Ed eludere, in tal modo, rievocando lo strenuo impegno profuso dall’ispirata custode del sito archeologico, qualsivoglia distorsione o semplificazione di tipo commerciale.

Lo scopo dichiarato è quello di evidenziare in chiave simbolica ed eminentemente poetica il parallelo tra le linee di Nazca e l’emblematica linea dell’esistenza tracciata in corso d’opera dall’indefessa signora coniugando l’approccio scientifico all’amore trascinante per quei disegni giganteschi, alcuni dei quali lunghi duecento metri, raffiguranti figure geometriche (trapezi, linee, spirali, etc.) e vari animali (dai ragni ai colibrì, dalle scimmie ai condor), visibili per esteso solo ed esclusivamente dall’alto. Il rischio per un debuttante allo sbaraglio in cabina di regìa nel cercare di congiungere così cuore e cervello, veicolando il concorso recato dall’ambientazione al carattere del racconto verso l’egemonia della contemplazione del reale sul dinamismo dell’azione gradita alle masse dai gusti semplici, consiste nel regredire nel mero vedutismo le risorse attribuite al rapporto tra immagine e immaginazione dalla rappresentazione degli spazi attivi carchi di senso nell’ambito della trama senza cogliere sul serio né il nodo sentimentale né la molla dell’ispirazione scattata nel complesso lavoro di riconoscimento. Ai limiti dell’alienazione. Intervallata dalla relazione dapprincipio formale, in seguito basilare, con la popolazione locale. A un tiro di schioppo dall’altopiano della Pampa de Jumana. La palingenesi della diffidenza, ai confini della manifesta ostilità, per una studiosa ritenuta lì per lì introversa ed eccentrica, in attaccamento affettuoso richiede, al fine di non pagare dazio alle secche dell’infeconda enfasi di maniera, la destrezza, aliena ai facili entusiasmi dei neofiti, di calibrare cum grano salis un telaio di corde ottiche tese allo spasimo insieme all’inclinazione ad aggiungere all’invisibile togliendo al visibile. Che sottrae l’inversione di tendenza legata alla ricerca dell’alterità, destinata a divenire familiare, da qualsiasi ridondante evidenza. Riscontrabile nell’incombenza di condensare obtorto collo sul grande schermo in circa due ore un’abnegazione protrattasi nell’arco di mezzo secolo.

Nell’incipit l’avventura all’insegna dell’aura contemplativa prende piede attraverso l’avvicendarsi delle modalità esplicative – riguardanti la contestualizzazione in merito alla mappatura delle linee in questione – e la sottigliezza della cifra stilistica attinta alla “linea sfocata” (detta “blurry line”) che chiama in causa la verità dell’immagine insieme alla percezione degli spettatori avvertiti. Il colpo al cerchio dell’immersione di presa immediata e l’altro alla botte della sottigliezza dell’ibridazione strutturale, al servizio del minimalismo epico, sembrano trascinare subito l’ostica giustapposizione nella deleteria spirale dell’impasto sprovvisto di fluidità. Per far uscire la farfalla dal bozzolo dell’incongruenza, evitando i luoghi comuni indirizzati al mix di punti in lontananza ed esotismo di grana grossa associato lì per lì ai primordi dell’indagine pionieristica cominciata all’inizio della seconda guerra mondiale, l’attore assurto ad avventizio autore punta sulla risolutiva stringatezza dei luoghi riflessivi. Il sibilo del vento e le riprese panoramiche appaiate all’incrociarsi degli sguardi della custode del deserto con una donna locale, ligia alla tradizione spirituale accreditata dalla popolazione rurale avvezza al senso di comunità, trascinano la necessità del carattere d’autenticità, nonché la smania ivi congiunta di trasportare i cinenauti predisposti in zone inesplorate elette ad attanti zeppi di fulgide suggestioni, in un’esperienza visiva che veleggia viceversa in superficie. Tralasciando gli elementi antropologici ed etnografici delegati ad approfondire gli esami comportamentistici delle tessitrici d’origine indio di poche parole in conformità con le condizioni di disagio sopperite da Maria grazie all’incrollabile determinazione nello stoico ed estenuante iter di comprensione e di condivisione. Al riparo dall’arcinoto contrasto speculare dei dettagli ravvicinati accoppiati alla bell’e meglio ai canonici campi lunghi.

L’approccio sobrio ed essenziale, abbinato al contrario all’emarginazione della dedizione, richiesta dalla lotta per la conservazione delle linee di Nazca, pone in evidenza l’iniqua egemonia della psicotecnica recitativa dell’avvenente ed eterea attrice crucca Devrim Lingnau nel ruolo della coriacea Maria, costretta a reggere motu proprio la tensione dovuta al rinvenimento palmo a palmo del luogo dell’anima minacciato dal cinico progresso, rispetto alle adeguate angolazioni originali in grado di suggellare la componente immersiva. L’effigie delle agognate linee, con la sabbia spazzata via da Maria con pazienza certosina, sebbene mantenga desta l’attenzione del pubblico colto o incolto sulla scorta della seduttività del contesto esotico ed ermetico, tradisce l’impaccio dell’esercizio, stringi stringi, estetizzante. Che, nella voluttà di sancire la trance-like ghermita di continuo, traligna l’agognato effetto ipnotico nell’inadatto stile “quite lovely”. Demandato ad avvolgere nel connubio tra paesaggio e carattere il riverbero intimo ed estatico delle tribolazioni. Lady Nazca – La signora delle linee chiude quindi i battenti disperdendo gli input offerti sulla carta accorpando il carattere d’autenticità al carattere d’ingegno creativo dispiegando all’atto pratico l’ennesimo percorso interiore ed esteriore zeppo d’ostacoli. Col character-driven dell’avventura scandita dalla contemplazione, al posto del dinamismo dell’azione, che freme fino all’ultimo. Nella fatua speranza di permettere allo scontato diario di viaggio d’acquisire in zona Cesarini l’ebbrezza di stare dentro lo strato superficiale del deserto rimosso per esporre nel pietrisco di color giallo-ambra sottostante lo spessore dei disegni sopravvissuti alla prova del Tempo. Anziché smarrire in un amen nell’opaca percezione sublimale l’attitudine reale della geografia emozionale a collocare i personaggi in una specifica area patrimoniale allergica all’inconcludenza di qualunque espediente trasversale.
