Raccontata da Enrico Querci nel suo libro Laghat, il cavallo normalmente diverso, quella dell’equino suggerito dal titolo sembra una favola: cavallo purosangue che da puledro ebbe una micosi che gli compromise gravemente la vista rendendolo quasi cieco, divenendo poi una leggenda delle corse.
Eppure è storia vera, ora portata sul grande schermo dal regista Michael Zampino in Laghat – un sogno impossibile, che sposta la lente verso il giovane fantino Andrea raccontando una vicenda in equilibrio tra mito e coming of age ed esplorando il tema della disabilità e della sua percezione ma, anche della crescita personale di un ragazzo tenuto sotto giogo da un padre manipolatore.

Orfano di madre, che lo aveva condotto nel mondo delle corse, Andrea ha sepolto il suo talento di fantino dopo un episodio controverso, lavorando con il fratello Giorgio per il padre antiquario/rigattiere/truffatore. L’incontro con il suo vecchio allenatore Tony e, soprattutto, il colpo di fulmine con Laghat, lo riporta sulla sua strada, non senza le melliflue pressioni paterne volte a fargli lasciare quel mondo per sempre. Nella scuderia di San Rossore Andrea trova anche l’amore nella forte ma complicata Giulia; però la via verso la felicità deve necessariamente passare le forche caudine dell’allontanamento dalla famiglia e del diventare uomo. Il legame tra Andrea e Laghat è fondamentale. È la scintilla che permetterà ad entrambi di trovare la via per la rinascita e il successo.

Il fantino deve fare i conti con il passato e tornare a credere nelle sue potenzialità, il cavallo vuole solo correre, dimentico della sua invalidità che compensa con l’istinto e la guida sapiente del suo cavaliere. Gli allenamenti, le vittorie, le discussioni iniziali con Giulia che, estremamente protettiva nei confronti di Laghat, vorrebbe solo che riposasse in scuderia e partecipasse a delle corse, la tenuta di Tony e Maria, dove Andrea si sente a casa come in nessun altro posto, fanno da contraltare al difficile rapporto con un padre egoista che, noncurante della passione del figlio, lo vorrebbe tenere imbrigliato piuttosto nell’azienda di famiglia. Zampino segue un doppio binario, ippico e familiare, che funziona perchè dona spessore a quella che avrebbe potuto essere raccontata altrimenti, appunto, come una bella favola. Quella di un cavallo che supera i propri limiti grazie al legame con il suo fantino.

Funziona perchè mostra con credibilità gli allenamenti e le difficoltà di Laghat, dando umanità ad Andrea nel mostrarne le fragilità e le sfide personali. In primis quella di trovare se stesso e la sua strada. Molto buono il cast: eccellente Edoardo Pesce nel complesso ruolo negativo del padre; in parte anche Lorenzo Guidi (Andrea) e Carlotta Antonelli (Giulia), il cui personaggio avrebbe potuto forse essere approfondito un po’ di più; perfetto Hyppolite Girardot nei panni di Tony, calibrato e saggio, che ha raggiunto con la maturità la sua serenità e il suo equilibrio ed è l’unico vero punto di riferimento per Andrea. Ottime, poi, la fotografia di Stefano Paradiso e le scenografie di Cinzia Lo Fazio, che ci portano realmente nel mondo delle scuderie e delle corse, mentre la musica originale di Luigi Seviroli si adatta esattamente al tutto. Un plauso infine ai cinque cavalli diversi che, addestrati e “truccati” per somigliare all’originale, hanno dato vita sul set a Laghat.
