Irene Viola, attraverso la sua intervista, ci introduce a un concetto fondamentale: l’arte della sopravvivenza emotiva. Non si tratta di una facoltà innata o di una mera fortuna, ma di un apprendimento continuo, simile a qualsiasi altra forma d’arte. Nel suo libro, Viola esplora le “tecniche artistiche” necessarie per affrontare le difficoltà quotidiane, incoraggiando i lettori a educarsi a semplici gesti come riconoscere ciò che li svuota e ascoltare il proprio corpo.
Viola sottolinea l’importanza di liberarsi dal desiderio di piacere a tutti, un percorso che ha intrapreso personalmente, accettando l’incomodo di deludere qualcuno pur di non perdere se stessa. Con coraggio, affronta anche le “parole scomode” che ci riportano alla nostra responsabilità verso noi stessi, permettendoci di ritrovare l’equilibrio interiore. Infine, con la consapevolezza che il capolinea è uguale per tutti, il messaggio di Viola invita a vivere una vita autentica, senza rimorsi e in piena coerenza con il proprio sentire.

INTERVISTA AD IRENE VIOLA
“L’arte della sopravvivenza emotiva”: nel libro la descrive come un’arte. Potrebbe approfondire cosa intende con questa espressione e quali sono le principali “tecniche artistiche” che suggerisce per affrontare le difficoltà della vita quotidiana?
Quando parlo di arte della sopravvivenza emotiva non intendo qualcosa di astratto o poetico, ma qualcosa di estremamente concreto.
Sopravvivere emotivamente non è un talento innato, non è fortuna e non è nemmeno forza. È un apprendimento. È un’arte perché, come tutte le arti, richiede esercizio, cadute, tentativi sbagliati, correzioni continue. Nessuno nasce capace di stare bene dentro la propria vita: lo si impara, spesso dopo essersi fatti molto male. Nel libro non propongo tecniche rigide o formule salvifiche, lungi da me pensare di farlo. Le “tecniche artistiche” di cui parlo sono “semplici” gesti quotidiani a cui dobbiamo educarci: imparare a mettere confini, riconoscere ciò che ci svuota, smettere di resistere per abitudine, ascoltare il corpo quando inizia a parlare prima della mente. L’arte della sopravvivenza emotiva è secondo me imparare a non tradirsi. È scegliere cosa assorbire e cosa no. È capire che non tutto merita il nostro dolore.
Menziona l’importanza di smettere di voler piacere a tutti e di restare in situazioni che fanno male. Come consiglia di intraprendere il percorso verso una vita più autentica, e quali sono stati i suoi passi personali in questa direzione?
Il desiderio di piacere a tutti nasce quasi sempre da una paura: quella di non essere scelti, di non essere abbastanza, di restare soli. È una trappola silenziosa, perché all’inizio sembra amore, disponibilità, generosità. Ma a lungo andare diventa autoannullamento. Il percorso verso una vita autentica non inizia con grandi decisioni, ma con piccoli atti di verità. Inizia quando smetti di dire sì per educazione, quando smetti di restare per senso di colpa, quando smetti di spiegarti con chi non vuole davvero capire. Per me è stato un percorso lungo e doloroso. Ho dovuto riconoscere che per anni avevo confuso l’amore con il sacrificio e il valore personale con l’approvazione degli altri. Ho iniziato a fare scelte scomode: dire no senza giustificarmi, allontanarmi da ciò che mi ammalava, accettare di deludere qualcuno pur di non perdere me stessa. L’autenticità non è fare ciò che si vuole. È smettere di vivere una vita che non ci somiglia.
Nel Suo libro parla di “parole scomode” che non accarezzano, ma rimettono in asse e riportano a casa. Quali sono secondo Lei le verità scomode più difficili da affrontare, e come possono aiutarci a ritrovare il nostro equilibrio interiore?
Le verità scomode sono quelle che ci tolgono gli alibi. Quelle che non possiamo attribuire agli altri, al destino o alla sfortuna. Una delle più difficili è accettare che a volte restiamo dove stiamo male non perché non possiamo andarcene, ma perché abbiamo paura di cambiare. Un’altra verità scomoda è che non sempre siamo vittime: talvolta siamo complici delle nostre stesse rinunce. È difficile accettare che nessuno ci sta salvando perché nessuno può farlo al posto nostro. Ma è anche una verità liberatoria. Le parole scomode non feriscono per cattiveria: feriscono perché aprono. Rimettono in asse perché ci riportano alla responsabilità più grande che abbiamo: quella verso noi stessi. Quando smettiamo di mentirci, anche il dolore trova una direzione. E l’equilibrio non nasce dall’assenza di problemi, ma dalla coerenza tra ciò che sentiamo e ciò che viviamo.
“Alla fine il capolinea è uguale per tutti”. Qual è il messaggio principale che desidera trasmettere a chi si avvicina alla lettura del suo libro, e come spera che il suo lavoro possa influenzare il modo in cui le persone affrontano il loro personale viaggio verso il capolinea?
Quella frase non è pessimista, è profondamente vitale. Ricorda che il tempo non è infinito e che sprecarlo vivendo una vita che non ci rappresenta è l’unica vera perdita. Il messaggio principale del libro è questo: non possiamo scegliere quanto vivremo, ma possiamo scegliere come vivere. Possiamo decidere se arrivare al nostro capolinea stanchi, svuotati, in guerra con noi stessi… oppure interi. Spero che chi leggerà questo libro non si senta “aggiustato”, ma accompagnato. Non migliore, ma più vero. Se anche una sola persona, leggendo, si sentirà meno sbagliata, meno in colpa, meno sola nel proprio sentire, allora questo libro avrà compiuto il suo viaggio. Perché sopravvivere alla vita non è un miracolo. È un’arte. E ognuno di noi può impararla, un passo alla volta.
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