L’arte di dirigere: la parola a Paolo Galassi

Paolo Galassi, regista dalla visione raffinata e dalla narrazione intensa, è capace di trasformare ogni storia in un’esperienza emotiva profonda.
Con una carriera che spazia tra cinema d’autore, documentari e sperimentazione visiva, Galassi si è distinto per il suo stile personale, attento tanto all’estetica quanto al contenuto.

Paolo, com’è nata la tua passione per il cinema?

Sono praticamente cresciuto dentro studi televisivi di emittenti private e palcoscenici di teatro e piazze. Sognavo di poter avere tra le mani una telecamera, poi una cinepresa, già verso gli otto anni. Mio padre era un attore di cabaret, ed era spesso negli studi di TeleRomagna, emittente avveniristica ai tempi, che erano letteralmente dietro casa, li mi sono appassionato alle riprese. Ero affascinato dalle prove, dalle inquadrature, dai movimenti di camera e dalle luci. Una curiosità che non mi ha mai abbandonato, e non si è mai annebbiata. Ho girato il mio primo film, o almeno ci ho provato, con gli amici del bar come cast a 16 anni. Ma è meglio che nessuno lo veda, mai. Dal 1998, anno in cui ho diretto il mio primo di una mole infinita di videoclip, non ho mai smesso di lavorare un solo giorno, e questo mi ha portato a fare esperienze che, una dopo l’altra, mi hanno portato in tutta naturalezza al cinema. Hai uno stile molto visivo, quasi pittorico.

Quali sono le tue principali influenze?

La fotografia è una delle mie più grandi passioni sin da bambino. A dieci anni mio zio mi regaló la prima Nikon, e mi ha segnato la vita. Ho passato mezza infanzia e adolescenza a divorare film su film, e vinili su vinili. Mio padre era un grande appassionato di musica e cinema, e dal jazz al blues, dal rock all’heavy metal, dalla classica al liscio romagnolo e al folk, mi ha fatto ascoltare di tutto, e a mia volta non mi sono mai posto mai limiti o pregiudizi di genere, restando sempre aperto a tutto. Follemente curioso di conoscere, di scoprire. Sono stato cresciuto da mia nonna e le mie zie, tutte sarte. Mia madre era una stilista, e questo mi ha portato a maturare una grande passione per gli abiti, la sartoria e la moda di oggi e di ieri, dalla quale successivamente negli anni ho attinto riversandola sulla concezione o la scelta dei costumi di scena di tanti progetti. Posso dire che musica, cinema, fotografia e moda hanno avuto il medesimo impatto nella formazione della mia sensibilità, contribuendo, almeno mi auguro, alla creazione di un’impronta stilistica personale e quindi identificabile nel modo di raccontare e di esprimermi. Sono convinto che sia stato questo mix di influenze, di generi, stili e sfumature a plasmare la lavorazione di ogni mio lavoro e di ogni visione.

Hai iniziato con un cinema molto intimista, poi sei passato a racconti più sociali, legati alla memoria. Cosa ti ha portato a questa scelta?

Amo raccontare e far conoscere storie poco conosciute, legate alla memoria. In particolar modo in questo ultimo decennio, in cui la memoria e il suo valore vengono attaccati, spesso stravolti in funzione di ideologie e politiche. Ecco il perché la politica è sempre restata fuori da ogni mio lavoro. Non ho mai permesso che influenzasse i problemi cessi creativi e di racconto, cercando di rimanere neutrale e schivo ad ogni giudizio di parte. Questo perché l’obiettivo è far scoprire storie e personaggi che in un modo o nell’altro hanno lasciato un segno importante, ma che rischiano di essere dimenticate, o ancor peggio mai conosciute dai più, nel modo più trasparente e allineato alla realtà, possibile. Racconto per scelta storie e personaggi che possono essere di esempio, un monito o un’ispirazione, come veicolo di confronto, connessione e riflessione tra passato e presente, con un occhio al futuro. Vale per i documentari come per i film, abbracciando anche la video-arte, come nel caso di ‘Fragile’, il progetto dedicato alle vittime di Ustica, e girato all’interno della carcassa del 747 Itavia. Sono progetti che lasciano dentro emozioni indelebili.

Guardando oggi la tua filmografia, riconosci un filo rosso che lega tutte le tue opere, anche le più diverse?

Si, la testardaggine, le sfide apparentemente invincibili e la determinazione folle nel riuscire a realizzarli e farli uscire ad ogni costo, in anni in cui realizzare film è diventato un miracolo più che un’impresa, e nei quali i produttori veri sono spariti, insieme a coraggio e visioni. Per quanto riguarda l’aspetto creativo invece, posso dirti che non amo l’iper-pulizia dell’immagine di oggi. Ricerco sempre qualcosa di più reale, più scorretto anche visivamente, qualcosa di imperfetto perché la vita stessa è imperfetta e cerco allora di renderle giustizia nel racconto visivo. Devo dire che sino ad ora questa mia scelta sembra essere stata azzeccata, almeno su percepito del pubblico. Ne ‘I Ragazzi del Columbus’ ho utilizzato un concept di immagine allineato alla documentazione fotografica e video che faceva da portante al racconto, tenendola grezza, mai patinata, e questo forse nel percepito del suo pubblico di riferimento, di chi ha vissuto quelle realtà negli anni ‘70 e ‘80, ha lasciato un segno emotivo molto forte, portandolo a rivedersi, ritrovandosi immersa visivamente nel ricordo. Ci sono state collaborazioni che ti hanno segnato in modo particolare? Tutte. In ogni contesto, dalla musica al cinema, alla fotografia. Ho avuto l’onore e il privilegio di lavorare con artisti immensi, che hanno fatto la storia nei loro generi, nei rispettivi settori tra musica, cinema e fotografia, ma anche di collaborare con grandi artisti sconosciuti, che mi hanno portato a crescere, ad esplorare nuove visioni e nuovi mondi, anche stravolgere i miei a volte. Le collaborazioni sono il motore e l’anima del mio lavoro. Di ogni progetto.

Molti ti descrivono come una persona gentile ed empatica: quanto contano queste qualità nel costruire un buon rapporto con attori e collaboratori sul set?

Empatico certamente, o almeno cerco in tutti i modi di esserlo, anche perché l’ascolto è una delle basi fondamentali di ogni rapporto e la comprensione reale delle cose e degli stati emotivi delle persone, lo segue a ruota. In una dimensione come quella dei set, diventa vitale là comprensione e la gestione degli equilibri tra le persone, quindi cerco di mantenere un atteggiamento sempre aperto, educato ed estremamente rispettoso verso il gruppo di lavoro cui appartengo. Non indosso maschere di circostanza, sono una persona molto diretta, e questo a volte destabilizza chi si aspetta magari da me un atteggiamento più accomodante e compiacente, ma non ci sono mai riuscito. Non riesco a girare intorno alle cose, e a stare zitto. Nel rispetto di tutto e tutti, naturalmente. Ecco perché sul set mi viene puntualmente rimproverato di non sorridere mai, nonostante i modi magari gentili. Detto questo, il feeling e i rapporti d’amicizia che si creano ogni volta sul set, in ogni progetto, e questo nonostante i mille problemi e le altrettante tensioni all’ordine del giorno che questo lavoro ti sbatte in faccia, mi dice che è comunque l’atteggiamento giusto, alme o sino ad ora. In ultimo, ogni persona con cui collaboro o lavoro, me la sono scelta, voluta, a volte imposta alla produzione, dal cast al direttore della fotografia, dall’aiuto regia all’ultimo dei runner indistintamente. E se l’ho voluta significa che mi ha in qualche modo colpito per capacità e talenti, quindi parto dal presupposto che per me è principalmente un onore lavorarci, e questo aiuta molto alla costruzione di un rapporto quantomeno sano.

Hai mai pensato che il cinema potesse cambiare qualcosa nella realtà?

Il cinema non cambia la realtà, ma la influenza ed anche in modo importante. Oggi si scontra con i social e le nuove tecnologie che lo stanno appannando, ma è da sempre un veicolo di propaganda, di ispirazione tecnologica e scientifica, senza eguali. Un film può toccare coscienze, scatenare emozioni, spingere a riflessioni intime e importanti. Può essere specchio e riflesso della realtà come proiettore di nuove, infinite realtà alternative. Non è sempre e solo intrattenimento fine a se stesso. Oggi più che mai, il cinema vive il suo più grande appiattimento. Sta vivendo una rivoluzione senza precedenti dalla sua invenzione, che non vincerà mai se non smette di parlare a se stesso, dipendere dai numeri e dai trend, e non ricomincia ad ascoltare il suo pubblico, che si esprime spietato ma trasparente e sincero, con l’assenza in sala e mancati streaming.

C’è un film che avresti voluto fare e non sei riuscito a realizzare?

Decine. Tre solo nell’ultimo anno. Alcuni li sento ancora addosso, con l’amaro in bocca ma con la consapevolezza oggi, che sia stato meglio non realizzarli. Un film nasce quando deve nascere, altrimenti non nasce. Chi fa questo mestiere sa che tanti progetti partono, tutti carichi a mille, si lavora mesi (a volte anche uno, due anni) a testa bassa giorno e notte, e all’improvviso si fermano, perché non trovano i presupposti per andare avanti, o i soldi, o una distribuzione. Ma i fattori per cui un film si ferma sono infiniti, a volte basta un nulla, e quando hai piena consapevolezza che può accadere, e che non puoi avere controllo sugli eventi, allora inizia a farti la corazza e pian piano inizi a prendere ogni nuovo progetto con le pinze, e la giusta dose di pragmatismo.

Parlaci del tuo ultimo docu-film, “Kristian Ghedina: storie di sci” e com’è nata l’idea.

Lavorare con una dinamite umana come Kristian Ghedina, una delle persone più positive, schiette, serie e irrefrenabile che abbia mai conosciuto, ed un personaggio del carisma di Paolo De Chiesa è stato veramente avvincente. Abbiamo lavorato con la troupe in condizioni al limite, in cima alle Dolomiti, durante le gare dei mondiali, letteralmente nel corso dei mondiali di sci perché Infront ci ha chiuso nientemeno che le piste di gara per le riprese, ma per un tempo naturalmente limitato, portandoci a dover fare cose inimmaginabili per portarci a casa le scene. Immergermi nel mondo dello sci, attraverso i racconti di campioni quali Alberto Tomba, Isolde Kostner, Peter Runggaldier, Lara Magoni, Michael Mair, Patrick Lang, per dirne alcuni, ci ha proiettati in una atmosfera stupenda, fatta di relazioni sportive sane, di profonda amicizia, inattesa umiltà e feeling che ci hanno colpito parecchio e pervadono tutto il film. È il forte senso di sana competitività, di rispetto, di energia rara a trasudare da tutti gli ex campioni e campionesse del cast. Non ci ero abituato, lo confesso. Ce lo siamo sudati questo film, ma siamo anche molto soddisfatti di quanto abbiamo realizzato, vedendo il girato. Ora è in fase di fine montaggio e post-produzione, lo stiamo finalmente vedendo prendere vita e forme, e la concentrazione è massima, come l’ansia. Un’ansia buona, ma che sempre ansia è, perché è comunque un film molto denso di contenuti, che esplora situazioni e realtà che richiedono la massima cura, e la responsabilità del racconto è altissima. Devo dire che ci ha regalato momenti indimenticabili. Momenti che si sono riflessi nel girato, nel feeling e nelle atmosfere, e che contribuiscono in modo ineludibile alla creazione della sua anima, della sua energia. Inoltre il film è stato inserito nel progetto Olimpiadi Culturali Milano Cortina 2026, racconterà in anteprima al cinema anche le infrastrutture olimpiche e la loro costruzione, e questo ha dato a tutti noi un notevole slancio, oltre che una grande responsabilità.

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