All’interno di una colonna sonora di vecchie hit comprendenti, tra le altre, la Riderà di Little Tony, è la On the road again dei Canned Heat ad aprire Lavoreremo da grandi, sesto lungometraggio cinematografico diretto da Antonio Albanese, a tre anni da Cento domeniche, datato 2023.

L’Antonio Albanese che, oltre a firmarne la sceneggiatura affiancato da Pietro Guerrera, ne è protagonista nei panni di Umberto, musicista fallito con due separazioni alle spalle e che ha mandato in malora l’azienda del padre.

L’Umberto che attende di festeggiare la ritrovata libertà del figlio Toni alias Niccolò Ferrero – che entra ed esce dal carcere per piccoli reati – insieme ai propri amici Beppe e Gigi, ovvero Giuseppe Battiston e Nicola Rignanese: il primo idraulico che si dice non abbia mai avuto una ragazza e con una madre piuttosto ingombrante; il secondo, appena diseredato dalla zia, è ubriaco e indossa una delle sue vecchie parrucche in segno di protesta. Ed è proprio dopo una serata ad alto tasso alcolico nel bar del paese che l’auto con cui stanno tornando a casa colpisce qualcosa (o qualcuno?).

Dando inizio alla sequela di scelte sbagliate che portano i quattro a rifugiarsi in casa di Umberto nel corso di una circa ora e mezza di visione così sintetizzata da Albanese: “Senza nessuna presunzione da saggio antropologico, quella che Lavoreremo da grandi racconta è una generazione sconfitta, portata ad incolpare sempre qualcuno o qualcos’altro del proprio fallimento: dei cacciatori di alibi. Per il resto questo film per me è puro divertimento. Un esperimento in vitro tra un gruppo di persone che una fatalità rende totalmente fuori controllo”.

Infatti, tra incomprensioni e rapporti che deflagrano, si punta a mandare tragedia e leggerezza a braccetto in un’operazione che, caratterizzata da un più o meno vago retrogusto di black comedy, manca, però, proprio di divertimento. Il tutto, man mano che si aggiungono anche piuttosto irrilevanti figure femminili quali la escort Pink e la Giulia figlia di Umberto, rispettivamente interpretate da Marianna Folli e Claudia Stecher, avanza noiosamente privilegiando per lo più interni – sebbene l’ambientazione sia un microcosmo immutabile con lago annesso – che testimoniano una forte teatralità. E le battute non riescono nell’impresa di strappare risate, penalizzando non poco la resa di quella che in Lavoreremo da grandi doveva essere, nelle idee del regista-attore originario di Lecco, una lunga notte di colpi di scena.

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