L’esordio in tandem dietro la macchina da presa delle sorelle Valentina e Nicole Bertani sancito dall’insolito film di formazione Le bambine cerca di ricavare linfa dalla deliberata ed estrosa saturazione di elementi visivi e sonori carichi di senso.

La sfida consiste quindi nel riuscire ad appaiare l’egemonia del dinamismo dell’azione sulla contemplazione, generando un’esperienza di visione trascinante, insieme all’impulso vitale, fatto sia di luci sia di ombre, ad appannaggio dell’età verde.

Sin dai titoli di testa variopinti frammisti appositi timbri evocativi sul versante acustico legati alla musica degli anni Novanta riletta in chiave straniante, affiora l’ambizione di dar vita attraverso la suggestione della contaminazione figurativa e uditiva a una sorta d’incubo attanagliante ed elegiaco al tempo stesso. Ravvisabile nell’attitudine di concentrare il focus dell’attenzione degli spettatori avvertiti sull’informalità, conforme all’apparente complicità della trasgressiva e insofferente Eva con l’atipica figlioletta Linda, avvezza ad appena otto anni a sfogare tramite lo slavato turpiloquio l’allergia alle manie da globe trotter dell’inquieta madre in procinto di lasciare la Svizzera in direzione di Ferrara, per poi veicolarne lo sguardo sull’algida formalità. Suggellata dall’eccessiva compostezza imposta dall’anaffettiva mamma che delegando a un baby sitter dai modi equivoci ed eccentrici l’incarico di prendersi cura delle sue bambine, rispettivamente di nove, Azzurra, e dieci anni, Marta, traligna l’atmosfera silenziosa connessa alla riunione in famiglia stabilita nella tavola disposta alla perfezione in una gelida ed emblematico barriera emotiva. Scandagliata dalle debuttanti registe, unite tanto dal vincolo di sangue quanto dall’amore per il cinema ipercinetico, scegliendo angolazioni sulla carta originali. Alla concreta prova del nove, mentre l’improntitudine muliebre dell’irriverente Eva è approfondita da alcune curiose carrellate connesse all’incidere d’una dispettosa zanzara, che sfugge di continuo alla rabbia dell’inquieta girovaga, i movimenti di macchina da destra a sinistra chiudono indiscutibilmente la gola ai seguaci dell’horror spurio.

Con l’innocenza della sorellanza ribaltata dall’indirizzamento contrario all’ordine naturale delle cose. Il racconto di formazione spiana così la strada a distanza all’incontro ravvicinato tra informalità e formalità. Il punto di fusione però, a dispetto degli entusiasti ammiratori dell’ennesimo braccio di ferro tra l’amor vitae e il cupio dissolvi correlato all’interazione tra interni rivelatori ed esterni dai bordi spesso distorti dal cosiddetto effetto fish-eye, tradisce l’imperizia di cadere nel trabocchetto di tirare allo spasimo l’arco di tensione legato alle linee di scontro dei contesti reali. La prevalenza del dinamismo dovuto allo scandaglio solerte degli ambienti agli antipodi destinati a collimare presto mediante l’ottica dell’infanzia turbata dalle mancanze degli adulti pregiudica col carattere troppo frettoloso dei ribaltamenti prospettici l’idonea contemplazione del reale. L’assiduo ricorso all’ormai trito e ritrito pedinamento d’ascendenza zavattiniana, alla parte per il tutto cara al guru sovietico Sergej Ejzenštejn in apologhi storici girati più d’un secolo fa, all’insistito slow motion, nell’inane speranza di accrescere il grado d’immedesimazione degli spettatori meno propensi ai dispendi di fosforo, trascina la pretenziosa pittura del quotidiano, giustapposta alle venature da dramedy surreale lontano dalle dinamiche relazionali ordinarie per via delle brusche transizioni dispiegate secondo copione, in un mero esercizio di stile sprovvisto degli autentici guizzi frutto del carattere d’ingegno creativo.

Scalzando altresì il carattere d’autenticità a vantaggio degli stati d’agitazione delle bambine divenute amiche dell’instabile Linda, col risultato di mandare a carte quarantotto la freschezza d’invenzione necessaria ad amalgamare le tecniche di straniamento ai nodi alla gola procurati, nonostante il disorientamento fanciullesco, dalla rivendicazione del diritto a crescere senza preoccupazioni, le avventizie autrici sorelle in cabina di regìa tentano d’impreziosire l’estenuante ricerca di spazi per il gioco distanti dai raccapriccianti traumi. Sebbene risulti apprezzabile lo sforzo compiuto dal cast, specie dalle promettenti attrici in erba, per aderire alle occhiate taglienti e ai mutamenti di rotta conformi alla deformazione degli scudi sentimentali a difesa delle responsabilità premature, la voluttà di connettere nella sequenza in discoteca lo sfarzo immaginifico di musi lunghi ed ebbrezze precoci scandite dal brano cult E ti vengo a cercare di Franco Battiato cede la ribalta al deleterio ridicolo involontario. Al pari dell’uso intermittente della componente luministica dipinta sui volti immaturi decisi comunque a trovare un luogo sicuro al mondo. Per correre a perdifiato ed esplorare motu proprio l’habitat circostante. Al riparo dagli spaventevoli stravolgimenti spaziali ed esistenziali. Le bambine chiude dunque i battenti all’insegna del forte legame cementato nell’opportuna leggerezza della corsa dalla gioia per un’azione tramutata in gioco spensierato accentuando tuttavia la nociva pesantezza dell’astrazione pseudo-intellettuale.

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