La nota propensione dell’esperto ed eclettico regista romano Gabriele Muccino per l’esplorazione delle dinamiche relazionali contemplate dal canonico family drama, coi relativi conflitti emotivi sugli scudi scandagliati attraverso il proverbiale dinamismo dell’azione, non risulta ormai più impreziosito dalla ragguardevole capacità di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente.

La maggior ragione d’interesse nei confronti della sua ultima fatica cinematografica, Le cose non dette, ai fini di una disamina critica avvezza ad agire da mediatrice culturale tra gli spettatori e la cifra stilistica ed espressiva autoriale, consiste quindi nel segnalare se nella contaminazione dei generi portata a effetto da Gabriele Muccino, per impreziosire l’altalena degli stati d’animo dei personaggi, perennemente irrequieti secondo copione, i topòi dell’intramontabile Commedia all’Italiana costituiscono un mero palliativo o ricoprono, al contrario, un ruolo decisivo.

Per trascendere i luoghi comuni dei family drama sminuiti dall’eccessiva componente emotiva in correlazione col tormentone dell’angusta ambientazione domestica, oltre che con l’ausilio dell’apposita inversione di tendenza affidata ai luoghi riflessivi ed evocativi conformi alle risorse offerte dalla prodiga geografia emozionale, anche, se non soprattutto, per mezzo dell’arguta combinazione di comico e drammatico in grado di mettere debitamente a fuoco la verità nascosta, ivi comprese perciò le cose non dette prospettate sin dal titolo, riuscendo ad annettere all’opportuna profondità introspettiva il fenomeno antropologico legato all’elemento corrosivo del disincanto moderno. Anziché veleggiare nella superficialità dell’infecondo incanto di mera apparenza che scoperchiando lo stesso l’emblematico vaso di Pandora, come accade in A casa tutti bene, paga dazio alla deleteria stereotipizzazione dei ruoli. Utile alla serie televisiva ispirata al sopravvalutato apologo sui vincoli di sangue e sulla labile fedeltà reciproca che traligna gli archetipi in stereotipi. Dannosi, viceversa, a un’opera di pensiero decisa ad assemblare sul grande schermo orientamenti privati e collettivi ed esami comportamentistici. L’interazione tra musica diegetica ed extradiegetica, scandita nell’incipit di Le cose non dette al pianoforte dal professore di filosofia Carlo ed Elisa, affermata giornalista che scrive sulla rivista Vanity Fair in merito proprio alla (ri)definizione dei ruoli familiari, si va presto ad appaiare alla voice over, all’espediente pseudo-intellettuale del rumore pulsante emanato dal battito cardiaco in sottofondo e agli interludi scuri in dissolvenza alla Lars von Trier. Nella speranza di conferire alle consuete punture di spillo, già rivolte da Gabriele Muccino all’ipocrisia dei princìpi ordinatori della società borghese in Ricordati di me, la sagacia delle tecniche di straniamento ad appannaggio dei guru della fabbrica dei sogni. Con il rischio piuttosto concreto di mettere invece troppa carne al fuoco, nel dispiegare gli incubi a occhi aperti della coppia svilita dalla prospettiva di non avere figli a differenza degli amici del cuore che tengono la preadolescente Vittoria in una sorta di bolla per impedirne l’approdo col piede sbagliato nell’età adulta, ed esautorare di conseguenza il passaggio fluido tra generi diametralmente opposti tra loro con l’incursione nel noir a un tiro di schioppo dall’epilogo. La destrezza di combinare momenti di ilarità ad altri di estrema serietà, insieme alle incertezze della genitorialità e ai segreti domestici destinati a venire a galla, per snudare l’iniqua ma dilagante egemonia del desiderio sul dovere, giunge al diapason sulla scorta dell’arguta scomposizione dei piani temporali. La vacanza a Tangeri di Carlo ed Elisa in compagnia della nevrotica Anna e dell’imbelle ristoratore Paolo, con l’immusonita Vittoria al seguito, è al centro d’un’indagine poliziesca avvinghiata nella penombra che, nel confessionale sullo sfondo grigio del cupo interrogatorio fuori campo, coinvolge uno a uno i partecipanti. Tranne Vittoria e Blu. L’avvenente ed energica studentessa di Carlo. Divenutane l’amante. Tenuta deliberatamente distante dall’ingenua e fiduciosa Elisa.

Mentre l’invadente colonna sonora firmata dal cantautore Paolo Buonvino pregiudica l’attitudine dell’austero ed erudito lavoro di sottrazione insito nelle cose non dette ad aggiungere all’invisibile ciò che è tolto al visibile, sottolineato dal surplus di udibile dell’omonimo brano inedito ai danni dei fecondi silenzi legati ai nervi tirati davvero allo spasimo nelle battute decisive, il gioco geometrico dell’intreccio, attinto al romanzo Siracusa di Delia Ephron apportando alcune varianti cariche di senso, tiene qualsivoglia platea sui carboni ardenti. L’avvicendarsi d’isterismo ed euforia, di levità umoristica ed estrema pesantezza coglie, al contrario, meno del segno rispetto alla ricerca dell’alterità, nel porto marocchino sullo stretto di Gibilterra, in rapporto speculare con la ricerca egoistica di piacere. Le ovvie modalità programmatiche ed esplicative, concernenti spesso gli aforismi dei giganti della filosofia, citati a ogni piè sospinto da Carlo, con Heidegger e Kierkegaard equiparati agli artefici delle scontate frasi romantiche dei Baci Perugina, mandano a carte quarantotto l’atmosfera caotica e persino poetica garantita dai rapidi ed epigrammatici movimenti di macchina. Specie i carrelli da destra a sinistra, nella direzione opposta alle scene che delineano la scambievolezza discenti/docente nell’aula dell’Università Sapienza di Roma dove Carlo sciorina le qualità affabulatorie dell’insegnante prodigo di adagi, a sostegno dei timbri premonitori ad appannaggio degli accorti Maestri del brivido. Nondimeno la penuria di dialoghi taglienti, dispiegati di norma allo scopo di sostituire l’adrenalina del richiamo dell’avventura con le molteplici cose dette con cognizione di causa, è compensata dal pluralismo dei punti di vista caro a Pirandello. Che, ricavando linfa tanto dal clima di mistero quanto dall’intrinseca cornice derisoria relativa agli sviluppi imprevisti nella gestione delle relazioni sentimentali alle quali la receptionist dell’albergo di Tangeri reagisce rendendo involontariamente assurdo ed esilarante il contegno formale nel contatto col pubblico, permette a Gabriele Muccino in cabina di regìa di rinverdire il carattere d’ingegno creativo profuso sia ne L’ultimo bacio sia nella trasferta statunitense con La ricerca della felicità. Impreziosendo le situazioni attanaglianti dell’apprendista broker coi modi spigliati degli aneddoti satirici. La vivacità dell’intero racconto, alternando il nesso biunivoco tra terrore e incanto connesso all’arcano da svelare a braccetto col risolutivo disincanto in filigrana, snuda le contraddizioni, i cali di personalità della seducente ma malinconica Blu, la voglia di approdare all’età adulta. Estranea dunque al tedium vitae dell’iperprotettività materna che trascina Vittoria nel lato oscuro. La direzione del cast, che tocca l’acme nell’accensione delle gelosie e nel tacito accordo intento a depistare le indagini sul delitto palesato dall’ordine naturale delle cose nell’esotica e spiazzante spiaggia, merita una lode incondizionata.

Stefano Accorsi nel ruolo di Carlo, frustrato dalla mancata realizzazione professionale in veste di romanziere, sciorina una mimica poliedrica col volto illuminato dagli interludi di gioia e rabbuiato dal rovescio della medaglia con la contrazione dei muscoli facciali in evidenza. Claudio Santamaria nelle vesti di Paolo regge botta sfoggiando, al pari delle qualità dell’amico pieno di attenzioni sincere agli occhi dell’affranta Elena, l’imbranataggine di chi cova l’invidia e predica la morale del dovere vagheggiando l’ebbrezza della logica del desiderio. Carolina Crescentini, sebbene orientata all’overacting del tono della voce e dei gesti istrionici, incarna la petulante Anna con un trasporto encomiabile. La recitazione, viceversa, sommessa di Miriam Leone nei languidi panni dell’intristita Elena, una parte per molti aspetti simile a quella esibita in Amata di Elisa Amoruso, consente alle corde sottese del risentimento che soppianta al momento buono lo svenevole sentimento di scattare privilegiando l’incrociarsi degli sguardi col partner fredifrago agli accenti ridondanti. Sono ciononostante le misconosciute Beatrice Savignani alias Blu e Margherita Pantaleo (Vittoria) a raggiungere le vette interpretative necessarie a convertire l’accezione positiva del diritto alla felicità in una mesta piega da horror spurio. Col brano rap chiamato a chiudere il cerchio sancendo in chiave sarcastica il tramonto della sete di conoscenza avversa ai colpi di gomito. La verbosità imperante, lontana anni luce dagli spunti stringati alieni al mix di fronzoli ed eclatanti orpelli spettacolari degli infecondi thriller intimi inclini ad anteporre la dinamizzazione degli eventi alla solerzia dei semitoni, rientra nei binari d’ordinaria amministrazione dell’impianto teatraleggiante. Abituato a convertire le platee in voyeur dell’inesorabile perdita della bussola degli ennesimi borghesi sul banco dei fantomatici imputati. Ad acquisire l’appeal d’uno straordinario strumento di coesione concettuale provvede l’aggiornamento degli stilemi della commedia all’Italiana. Trapunta di lacrime, sorrisi, risate, gemiti, omissioni, immagini chiave reiterate ad arte, sliding doors rivedute e corrette, spazi attivi cosparsi d’ipotesi, pulsioni primordiali, velleità dottrinali. Il concorso recato dal siparietto farsesco, abbinato al liristico contrasto tra amor vitae e cupio dissolvi, legittima da solo il prezzo del biglietto. L’innesto cum grano salis dell’aguzzo tedium vitae, tramutato per la legge del contrappasso di dantesca memoria in un’inopinata fonte di spasso, supplisce alla sensazione di déjà vu congiunta alla risaputa ineluttabilità del destino. “Le cose non dette”, in virtù dei pezzi di bravura dietro la macchina da presa del redivivo Gabriele Muccino, eleva così il valore terapeutico dell’umorismo. Chiamato a cogliere appieno le sprezzature improvvise ora d’afflizione ora di giubilo. Accelerando e allentando di volta in volta la tensione scenica. Che smaschera gli ostinati vizi nazionali del nuovo millennio. Col sacro e il profano ribaltati ad arte dalla deriva nichilista del brillante processo di smitizzazione. Ghermito dalla sollecita rentrée della compenetrante commedia all’Italiana.

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