LE RECENSIONI DI MONDOSPETTACOLO: “EXODUS. DEI E RE”

Iniziamo l’anno cinematografico con l’ultimo lavoro di Ridley Scott : “ Exodus. Dei e Re”.

Se la trama vi sembra già vista, significa due cose: siete dei cinefili e avete visto “I dieci comandamenti” di Cecil B DeMille con Chartlon Heston,  Yul Brynner e la bellissima Anne Baxter (e per i più appassionati ricordiamo anche il celebre Vincent Price e John Carradine, padre del defunto David, volto di Bill in Kill Bill).

Ovviamente è azzardato, in questo caso, parlare di “reboot” dato che la trama è ispirata al tema biblico dell’esodo degli Ebrei dall’Egitto guidati dal profeta Mosè.

Partiamo dall’unico fattore che accomuna i due film: sia quello del 1956 che quello di Scott raccontano la storia di Mosè e della liberazione degli Ebrei dalla schiavitù ebraica.

In 59 di storia del cinema che sembra quasi impensabile che i due film parlino della stessa storia.

Analizzando lo stesso protagonista già si possono cogliere le più profonde differenze: il Mosè di DeMille è austero, rigido, non dubita nemmeno un momento di Dio e non sognerebbe mai di discutere le decisioni che Dio prende. Si può definire etereo, una figura che si pone davvero a metà strada tra Dio e gli uomini, sia quelli che deve salvare che gli Egiziani. E’ talmente concentrato nella sua missione da dimenticare senza timore il suo passato da principe d’Egitto e l’amore per la bella Nefertari, che in gioventù fu anche causa della rivalità con Ramesse.

Scott, invece, presenta un Mosé drasticamente opposto: Christian Bale interpreta un Mosè guerriero, ma introspettivo, giusto e coraggioso, ma decisamente “più umano” rispetto al Mosé di Charlton Heston.

Questo Mosè 2.0 non accetta la sconfitta facilmente, ma altrettanto difficilmente accetta di buon grado tutto ciò che Dio gli impone di fare, al punto da prendere le distanze dalla decisione divina di punire l’Egitto con le note piaghe.

Charlton Heston si limita a guardare e ad ammonire il Faraone, saldo nella sua posizione intermedia tra il divino e il profano, Bale è immerso nella sua umanità, non accetta la crudeltà che quel Dio bambino dimostra. Per riassumere si potrebbe dire che il Mosé di Charlton Heston accettasse passivamente il detto “Il fine giustifica i mezzi”, mentre il Mosé Di Bale soffre di quanto è costretto a fare o a vedere fare per realizzare il volere divino.

Un’altra profonda differenza consiste nella stessa rappresentazione di Dio: nel 1956 era impensabile mostrare il volto di Dio, in nessuna forma; nel 2015 non si è ancora forse pronti a una vera e propria immagine del volto divino, ma si può accettare la sua rappresentazione nell’aspetto di un bambino (personalmente l’ho trovato piuttosto inquietante e preferivo di gran lunga il cespuglio infuocato ndr).

Ora voglio dire la mia anche su altri due punti: ho apprezzato moltissimo l’idea di Scott di dare una motivazione anche scientifica alle piaghe che si abbatterono sull’Egitto. Scott rimane fedele alla versione biblica, ma con maestria induce lo spettatore a cogliere le conseguenze logiche plausibili delle piaghe. Le stesse tavole della Legge vengono dettate da Dio e scolpite da Mosè, mentre nel film di DeMille le tavole vengono incise col fuoco dallo stesso Dio e solo raccolte da Mosè e portate agli Ebrei.

Anche l’apertura delle acque è molto diverso dal film del 1956: ne “I dieci comandamenti” era Mosé ad aprire letteralmente le acque grazie al potere divino, nel film di Ridley Scott, come dicevamo prima, l’umanità del personaggio non contempla un’azione simile: il condottiero Mosé si sveglia al mattino dopo aver visto una strana luce nel cielo cadere verso l’acqua e scopre che le acque si sono stranamente ritirate, appena il tempo di far passare gli Ebrei e travolge Mosè, che non scappa da  Ramesse, ma gli corre incontro, come volerlo affrontare nell’ultimo grande scontro finale. Che tuttavia non avviene.

E trovo che sia questa la più grande pecca del film di Scott: tralasciamo gli Ebrei arcieri (temo che il regista di Robin Hood non riesca più a staccarsene ndr) che sono piuttosto ridicoli, ma trovo che ciò che manchi di più a “Exodus” sia la componente epica che il genere richiede. Mosé viene presentato come un guerriero, un generale che ha poco da invidiare a Massimo Decimo Meridio, in un contesto altrettanto solenne, ma sembra mancare la scena madre, quella scena che incoroni Mosè a condottiero vero e proprio degli Ebrei o quanto meno a guida spirituale.

Charlton Heston, che per chi non lo sapesse fu protagonista di un altro film colossal storico “Ben Hur”, non tocca più una spada dal momento in cui incontra Dio la prima volta sul monte Sinai, torna in Egitto armato solo del suo bastone che trasforma a suo piacimento per convincere il Faraone.

Lo stesso Ramesse sembra più “debole” e schiavo delle sue debolezze umane, lontano dalla solennità e regalità che caratterizzava il Ramesse di Brynne (celebre la frase: “Così sia scritto e così sia fatto”).

Mosé torna in Egitto armato come un guerriero che non si arrende, Dio stesso sostiene di averlo scelto per le sue abilità di generale, ma in nessun momento Mosé espone pubblicamente la sua religiosità.

Argomento che, probabilmente, nel 2015 risulta essere ancora più scottante rispetto al 1956 e si può anche capire che sia difficile al giorno d’oggi presentare un film religioso senza ferire i sentimenti di qualcuno, ma proprio per questo, confesso di essere uscita dalla sala domandandomi che motivo ci fosse di riproporre questa storia o se apprezzare il tentativo di modernizzare la storia.

Una cosa è certa: nonostante gli effetti oggigiorno obsoleti, nonostante gli attori biondi e occhi azzurri, nonostante i canoni stilistici ormai totalmente differenti, certi film rimangono nella storia del Cinema perché hanno sempre, anche a distanza di 60 anni o più, qualcosa da insegnare a chi li guarda.

Chissà se tra altrettanti anni il film di Scott farà lo stesso effetto?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Sara Vivian