LE RECENSIONI DI MONDOSPETTACOLO: “GRAVITY”

Molti film validi sono basati su idee semplicissime, sviluppate però con arte. Si pensi a film come “Duel” o “Moon”, o ai film di Tarantino.
“Gravity” del poco (per ora…?) conosciuto Alfonso Cuaròn, è uno di questi.
Trama semplicissima: uno Shuttle americano (non esisterebbero più, ma sorvoliamo: siamo in una dimensione narrativa per così dire parallela) in missione di riparazione del telescopio Hubble viene investito da uno sciame di detriti causato dall’esplosione di un satellite (un errore dei russi, chissà Putin cosa penserà). Il risultato è che lo Shuttle viene semidistrutto, e dell’equipaggio si salvano solo il comandante Kowalski (George Clooney), veterano dello spazio, e la dottoressa Ryan Stone (Sondra Bullock), che viceversa nello spazio si trova a disagio e dimentica sempre troppo facilmente gli inconvenienti dell’assenza di gravità.
Eroico e lucido nell’emergenza, Kowalski riesce a mettere in salvo (momentaneamente) la Stone e darle le istruzioni per rientrare a Terra, ma per questo deve sacrificare la sua vita (e questo non è il finale: Clooney infatti appare nel film per circa 20’ e non di più).
Rimasta sola in un ambiente per lei ostile e nel quale si muove con molta difficoltà, Ryan deve portare a termine un piano di salvataggio complesso anche per un lupo dello spazio come il suo comandante: deve infatti mettersi ai comandi della Soyuz di salvataggio della Stazione Spaziale Internazionale (Kowalski è riuscito a portarla fin lì) che però, essendo danneggiata, è inservibile per il rientro ma torna utile per raggiungere un’altra stazione dove (si spera) c’è invece un’altra navicella funzionante… e tutto questo con la costante minaccia dei detriti (che essendo in orbita compiono passaggi periodici provocando danni a tutto ciò che incontrano).


Il tema della lotta per la vita nello spazio affrontato da astronauti “veri” e non “fantascientifici” non si è visto spessissimo: personalmente ricordo solo “Abbandonati nello Spazio” e “Apollo 13” (che era pure storico). Con effetti speciali al semplice servizio della sceneggiatura, Cuaròn ci fa vivere la vita nello spazio dal punto di vista dell’astronauta, con riprese che ci mostrano l’orizzonte che gira intorno, la perdita dell’orientamento e financo i riflessi sul visore del casco che offuscano la visuale.
E’ altresì rispettata la realistica circostanza del silenzio totale dello spazio inframmezzato solo dalle trasmissioni radio (in “2001: Odissea nello spazio” si udiva solo il respiro dell’astronauta, di grande effetto ma forse meno realistico).
E come detto il tema è semplice ma efficace e tiene desta l’attenzione fino alla fine: unico limite forse l’eccessiva “sfortuna” della protagonista che fatalmente è necessaria a mantenere la tensione del film, ma a volte rischia di sconfinare in situazioni al limite dell’”aereo più pazzo del mondo”…
Una curiosa coincidenza: nel doppiaggio originale la voce del controllo di Houston è di Ed Harris, che aveva interpretato il medesimo ruolo (apparendo in carne ed ossa, però) in “Apollo 13”, film con una tematica molto simile (e, come si sa, storia realmente accaduta).
Anche questo film viene proposto in 3D: ancora una volta si è detto che tale versione sarebbe quella ideale per la visione, e ancora una volta faccio fatica a capirne il perché.

Giuseppe Massari