Dopo essere mirabilmente riuscito ad appaiare l’appeal esercitato dall’indagine investigativa in chiave noir/cool, troppo debitrice altrimenti della serie televisiva True detective, insieme agli stilemi dell’opportuna geografia emozionale, che nell’atipico poliziesco condito di giallo La isla mínima connette i motivi d’insicurezza dovuti all’aura d’attanagliante attesa ai paesaggi riflessivi ed evocativi dell’ambientazione rurale satura di nebbia, l’estroso ma incostante regista spagnolo Alberto Rodríguez Librero, prematuramente eletto ad autore con la “a” maiuscola, ha poi disperso le risorse concessegli dal carattere d’ingegno creativo nel successivo thriller L’uomo dai mille volti e nel tragico affresco rievocativo Prigione 77.
Col mistery intimistico Le tigri di Mompracem, che richiama ingannevolmente alla mente lo sprone popolaresco all’avventura eroica ed esotica di Emilio Salgari anche se all’atto pratico scandaglia il tran tran giornaliero del mestiere di sommozzatore trasmesso di generazione in generazione nelle acque attigue al porto di Huelva, in Andalusia, tornerà ad avere la parte del leone la virtù della geografia emozionale di definire gli esami comportamentistici in base alla capacità dei luoghi identitari di determinare i modi di reagire alla piega sinistra degli eventi sulla scorta dell’egemonia del senso d’appartenenza su quello di spaesamento?

La risposta risiede inevitabilmente nell’accostamento della scrittura per immagini dispiegata per l’occasione coi vincoli di suolo e di sangue. Ghermiti da vicino. Quasi piantonati. Sull’esempio del pedinamento d’ascendenza zavattiniana e dell’attitudine neorealista di tramutare i volti dei protagonisti in quadri chiamati a riverberare, al pari degli spazi attivi rintracciabili nei posti individuanti dei personaggi protagonisti, i moti dell’animo. L’uso però piuttosto programmatico della luce e dell’ombra, in chiaroscuro, tradisce sin dall’incipit l’impressione di voler attribuire all’esito artistico ed esplorativo della vicenda dei fratelli dediti all’immersione, in mezzo ad acciaierie e torri metalliche conformi allo skyline industriale della zona in attrito con l’ordine naturale delle cose, un rilievo di gran lunga superiore a quello effettivamente riscontrabile nelle frecce al suo arco. Dall’aria di complicità stabilita a bordo prima di procedere all’operazione d’immersione, compiuta dal caparbio Antonio, alla comunicazione via cavo dal fondo del mare a bordo mentre entrambe le voci sono disturbate da vari elementi: i ronzii, le distorsioni del segnale, il frastuono delle bolle d’aria generate dall’espirazione. Affiora così l’assoluta destrezza tecnica dell’incostante autore iberico di muovere, oltre all’azione, pure la contemplazione nell’ambito della comunicazione del sommozzatore durante l’immersione col revisore di superficie. L’occhio meno attento all’aura ascetica, sacrificata tanto ne L’uomo dai mille volti quanto in Prigione 77 a favore sia dei segni d’ammicco riscontrabili nell’arcinoto connubio di paura e attrazione a braccetto dell’interazione secondo copione tra buio ed enigma sia degli evidenti colpi di gomito relativi all’effigie claustrofobica degli spazi ridotti all’osso per accrescere il coinvolgimento degli spettatori facendogli avvertire la sensazione di oppressione della detenzione, si palesa allorché Alberto Rodríguez Librero in cabina di regìa dà la precedenza ad alcune soporifere modalità esplicative.

Che non c’entrano nulla né col dinamismo dell’azione né con la contemplazione. Lo scopo risiede ovviamente nel mettere in risalto il passato doloroso dei consanguinei che hanno ereditato dal padre sommozzatore la passione per l’immersione. Benché consapevoli che i grattacapi maggiori coincidono con quelli che vengono a galla step by step. Insieme ai traumi reminiscenziali. Con la perdita dell’udito subìta dall’immusonita Estrella nel rigoglio dell’età verde in una gara d’apnea ingaggiata sul momento col fratello Antonio per salvare dal fondo del mare l’orologio paterno sugli scudi. A dispetto dell’approfondimento del marcio che cova sotto la cenere dell’ammodernamento delle strutture del molo e dell’aumento della capienza del porto con palancole in acciaio di ArcelorMittal disposte nell’apposito terminal, visto in lontananza dagli inaspriti sommozzatori allietati solo ed esclusivamente dallo spirito goliardico stabilito a bordo per aguzzare in leggerezza la concentrazione a un tiro di schioppo dell’immersione, prende man mano piede l’inerme veste d’uno sfondo velleitario ed effimero dell’Andalusia legata al fiume Rio Tinto che sfocia a Huelva. Al contrario della forza significante assegnata dall’ispirato Alberto Rodríguez Librero all’entroterra andaluso assurto ne La isla mínima ad attante introspettivo e rivelatore carico di significato. L’involuzione sancita dalla scontatezza avvertibile nella moraletta della favola per cui è fuori dall’acqua, ed ergo dalla tensione per l’operazione da svolgere nell’immersione, che la vita va affrontata. A scapito della rigidità dei caratteri degli affiatati fratelli.

Inteneriti dalle corse a perdifiato, catturate dalla rediviva necessità figurativa e analitica dei campi lunghi sul versante dell’ennesima interazione tra habitat ed esseri umani, sulla spiaggia del villaggio dei pescatori dove hanno trascorso l’infanzia. Ricevendo dal complice genitore con la battuta di spirito perennemente in canna il nomignolo dei pirati cari a Emilio Salgari. Si arriva quindi a una conclusione piuttosto ovvia. Che non riserva particolari sorprese. Salvo un movimento di macchina da destra a sinistra che snuda l’irrompere dell’imprevisto tenendo col fiato sospeso anche gli spettatori maggiormente avvertiti. Nondimeno l’estrema cura dei dettagli, svilita già dalla deleteria scelta di spiegare con le parole faccende di competenza degli eloquenti silenzi di regola, stenta ad andare oltre l’individuazione del Rischio e della Minaccia nel governo assoluto di spazi compenetranti, luci sporadiche ed epidermici suoni. Rimpiazzati alla bell’e meglio dai vetusti motivi d’incertezza. Senza mai convertirli neanche in coefficienti spettacolari. Ed è infatti la prova recitativa per sottrazione di Bárbara Lennie nel ruolo della risentita ma premurosa Estrella lo spettacolo subalterno che può giustificare il costo del biglietto per la visione. Lo spettacolo principale riposto nel carattere d’ingegno creativo dell’involuto Alberto Rodríguez Librero, orfano dei guizzi congiunti all’intensa osservazione del reale connessa alla geografia emozionale, traligna l’intero pacchetto, costituito dall’alienazione, dalle difficoltà della comunicazione, dal rapporto tra immersione ed emersione a caccia dei luoghi della memoria da custodire lontano dal cinismo del falso progresso, traligna palmo a palmo nelle secche dell’enfasi di maniera. Le tigri di Mompracem chiude quindi i battenti in passivo disperdendo nel tragitto cadenzato dai respiri in affanno dell’immersione l’identificazione delineata con mano matura nel territorio che diviene stato mentale. Non pervenuto in questo caso. Col risultato di lasciare i vincoli di sangue e di suolo ivi congiunti privi dell’atmosfera contemplativa che permette, anche all’acme dell’azione, a qualsivoglia tipo di pubblico di divenire cinenauta e abitare perciò lo spazio riflessivo.
