L’Educazione di Rey: un’opera prima che racconta il complesso rapporto maestro-discepolo

L’educazione di Rey è il primo lungometraggio dell’ argentino Santiago Esteves, che approda in Italia con due anni di ritardo e diversi riconoscimenti ufficiali già ottenuti, come il premio Cine En Costrución al Festival di San Sebastián 2017.

Scritto dal regista insieme con Juan Manuel Bordón, il film è ambientato a Mendoza, città natale di Esteves e fulcro della sua attenta riflessione sulla malavita in Argentina. In particolare, qui si guarda alla condizione sociale del cosiddetto “pibe chorro” , il “ragazzino delinquente” tipico delle periferie e costretto a vivere in condizioni di povertà e criminalità forzata.

Nello specifico, L’educazione di Rey punta il dito su certe propaggini delle forze dell’ordine corrotte e pericolose, sottolineando la mancanza di sicurezza e la totale esposizione dei cittadini più poveri ai soprusi dei più forti, in città dove la speranza aleggia in cerca di un appiglio.

E, effettivamente, di speranza si può parlare quando si vede L’educazione di Rey. Il film apre col tentativo da parte di tre giovanissimi ragazzi di umili origini di rapinare uno studio notarile. I mandanti di tale operazione sono dei poliziotti corrotti. L’incaricato principale del furto è Reynaldo (Matìas Encinas), il più giovane dei tre, che nella fuga dal luogo del reato precipita letteralmente nel giardino della guardia giurata Carlo Vargas (Germán De Silva), ditruggendogli la serra con relativi vasi di piante. Vargas, invece di denunciare il ragazzo, decide di prenderlo sotto la sua ala – severa ma protettrice – e, con l’aiuto della moglie, consente a Reynaldo di vivere in casa sua e ricostruire la serra, cercando di dare al ragazzino quella stabilità familiare che è alla base delle sue mancanze. L’intento è semplice: cercare di far sì che Reynaldo possa elevarsi da delinquentello senza  speranza a giovane uomo onesto.

Il tema della formazione tra maestro e giovane allievo non è certo nuova nella storia del cinema. Il profondo rapporto che viene a crearsi tra Vargas e Reynaldo è quello della relazione archetipica tra un ragazzino e il suo pseudo padre. Il percorso di formazione dell’allievo, caratterizzato da una connotazione prettamente positiva, passa attraverso diverse fasi. Reynaldo deve anzitutto ricostruire daccapo una serra, una struttura architettonica fatta di più piani, mensole e chiodi, e atta a contenere piccoli germogli di vita (le piante). Evidente metafora della costruzione ex novo di un “io” rinato, la serra viene ultimata da un Reynaldo cresciuto, che tanto ci ricorda quel “dai la cera, togli la cera” del sensei Miyagi di Karate kid – Per vincere domani).

Ma l’uomo adulto Vargas non si limita a far rinascere Rey, bensì lo espone al mondo come giovane uomo capace di difendere sé stesso e ciò in cui crede. Per questo insegnerà al ragazzo a sparare e a non avere paura del confronto diretto.

L’Educazione di Rey è una buona opera prima che fa della denuncia sociale della attuale situazione di città come Mendoza, in Argentina, il suo proposito principale. Ma lo cela sotto le aggraziate spoglie di una storia romanzata e non troppo pesante, capace di rendere  – grazie alla coppia di bravi protagonisti – i profondi rapporti che possono instaurarsi tra due perfetti sconosciuti.

Il brullo paesaggio delle Ande, infine, ben si presta ai confronti in stile western nelle scene d’azione.

 

 

Giulia Anastasi