Un viaggio tra percezione, memoria e tecnologia, dove la musica diventa uno strumento per leggere il presente. In questa conversazione emerge il lato più riflessivo dell’autore, tra intuizioni personali e costruzioni teoriche, con uno sguardo attento alla relazione tra immaginario e realtà contemporanea.

Mario, c’è una frase nell’introduzione che colpisce subito: “Non è nostalgia. È un modo di leggere il presente”. Quando hai capito che questo libro doveva nascere proprio da lì, da quella frattura tra percezione e realtà?
Da prima di scrivere il libro. Ho scritto infatti perché ho percepito quella frattura e me ne sono interessato.
Nel capitolo sulle origini scrivi che “il sintetizzatore non imita il mondo: lo ricostruisce”. È una visione molto forte. Ti chiedo: quanto c’è di personale in questo modo di vedere la tecnologia quasi come una presenza narrativa e non solo come strumento?
Parecchio. È la mia infanzia e non solo: quel mondo che suonava con le note del sintetizzatore. Era ovunque; TV, cinema, videogame, tutti i media erano immersi e avanzavano con quelle sonorità.
Leggendo alcune parti, soprattutto quando parli della ripetizione e del tempo che “insiste e persiste”, ho avuto la sensazione che a volte il discorso rischi di diventare molto teorico. Ti è mai capitato di voler “sporcare” di più il testo con elementi più personali o autobiografici?
Ho preferito tenerli fuori per essere più accademico in quel passaggio. È il punto fondamentale e aveva quindi bisogno di essere spiegato in modo preciso. Temo che qualsiasi divagazione avrebbe pesato sulla comprensione.
Guardando avanti: dopo questo lavoro così preciso su un immaginario, pensi di continuare su questa linea di analisi o senti il bisogno di passare magari a una scrittura più narrativa, più libera?
La narrativa non fa per me, mi limito a leggerla e mi diverte molto. Vorrei continuare a produrre contenuti su immaginari e analisi cinematografiche.
