Di Alessandro Cunsolo, Direttore di MondoSpettacolo.com
Catanzaro, 29 novembre 2025
Un lamento barocco di violino, un ago che penetra la carne, una tavola bianca dove tutto è scrivibile e tutto è cancellabile. H.E.R., MOGALL e Antonio Aleo, tre artisti che hanno dato vita a “Les Viandes du Visible”, un progetto multidisciplinare che intreccia performance, video, fotografia, suono e teoria critica per interrogare il corpo contemporaneo: carne vissuta o carne esposta, medicalizzata, mercificata, trasformata in simulacro?
Supervisionato da Amelia Lasaponara, il lavoro nasce dal dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’Arte e si colloca in una genealogia che va dall’azionismo viennese alla body art, dal corpo queer anni ’90 al post-human. Ecco la loro voce, cruda e lucidissima.
H.E.R., MOGALL, Antonio: come è nato l’incontro tra voi tre artisti, e qual è stato il momento in cui avete capito che le vostre storie personali – la vostra materia viva – potevano convergere in questo gesto collettivo?
MOGALL: Io e Antonio frequentiamo l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, luogo in cui ci siamo incontrati sia umanamente che professionalmente, sviluppando insieme una serie di progetti nel dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’Arte. “Les Viandes du Visible” è l’ultimo dei nostri lavori in collaborazione. H.E.R. è un’artista che apprezzavo e conoscevo personalmente, con cui avevo già collaborato in passato e che mi è sembrata, per il suo percorso personale e professionale, la persona giusta da coinvolgere.
2. Il titolo Les Viandes du Visible evoca carne che diventa visione, visione che consuma carne: qual è l’ossessione del corpo contemporaneo che volete sfidare, e perché il corpo è il primo spazio politico e poetico per resistere?
MOGALL: Les Viandes du Visible” intreccia Merleau-Ponty e Baudrillard: se per il primo la carne è l’unità originaria tra corpo e mondo, per il secondo questa carne è oggi diventata superficie di simulazione. Il nostro corpo non è più solo “carne vissuta” fenomenologica, ma “carne esposta” – medicalizzata, estetizzata, mercificata. Resta materiale, carnale, vulnerabile, ma appare solo come immagine. L’unica domanda possibile è: quale corpo vogliamo abitare dentro questa condizione di visibilità simulata?
H.E.R., come violinista e performer, hai portato il suono e il pianto nel progetto: come questi elementi diventano strumenti di rivolta, e cosa ha significato per te mettere in gioco la tua storia in un contesto così intimo e rituale?
H.E.R.: Ho portato il pianto perche’ innanzitutto mi sono ispirata alla retorica barocca del LAMENTO ( in questo caso il LAMENTO DI ARIANNA di CLAUDIO MONTEVERDI )
Il lamento nel ‘600 divenne una vera e propria forma di autonomia espressiva dove la musica strumentale si subordinava agli “ affetti “ ( perciò ai vari colori espressivi ) rendendo la voce ,finalmente, protagonista
In questo caso il personaggio abbandona il feticcio invocando la morte per staccarsi in modo altrettanto autonomo dall’oggetto
Il pianto perciò è RIVOLUZIONE
L’uso del microfono nella performance è stato un chiaro omaggio alla “ fone’ “ beniana
Mettere in gioco la mia vita ( e la mia storia di transizione ) era inevitabile ….il femminile , prima di farlo diventare reale nella mia esistenza , è certamente stato filtrato dal SIMULACRO
A tutt’oggi la mia vita artistica si intreccia con la mia storia facendola diventare materiale drammaturgico e non drammatico
MOGALL, come regista del concept, hai plasmato il corpo-simulacro: qual è il ruolo del BDSM e del linguaggio medico in questo archivio di disobbedienza, e come avete scelto di fondere questi elementi in un unico gesto?
MOGALL: Abbiamo rintracciato una genealogia delle “carni artistiche”, prendendo come riferimento l’azionismo viennese, la body art degli anni ’70, il corpo queer degli anni ’90, il post-human e il corpo ibrido: momenti fondamentali di riflessione da parte di grandi artisti sull’utilizzo del corpo come linguaggio. Il BDSM e il linguaggio medico rappresentano entrambi dispositivi di controllo e trasformazione del corpo: il primo attraverso il consenso rituale, il secondo attraverso l’autorità scientifica. Fonderli significa interrogare chi detiene il potere sulla carne, dove finisce la cura e inizia la norma. All’interno di questo panorama abbiamo cercato di essere una nuova testimonianza, di entrare a far parte di quell’archivio di disobbedienza corporea.
Antonio, come fotografo e filmmaker, hai catturato la trasformazione del corpo: qual è stato il frame o il suono che ti ha colpito di più durante la realizzazione all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro?
ANTONIO ALEO: Non c’è stata una vera preferenza per un singolo frame o suono, ma un coinvolgimento emotivo verso l’intera opera. Abbiamo operato insieme una scrittura scenica, ognuno mettendo a disposizione degli altri il proprio linguaggio. Il mio, per quanto riguarda la parte fotografica, si rifà a un approccio da studio beauty/fashion, ma voleva al contempo esasperare e rendere grottesca – nel senso di una crudeltà visiva – quell’estetica patinata che fa parte del mondo odierno e che è soprattutto modello culturale di come viene inteso, utilizzato e mercificato il corpo oggi. Dal punto di vista del cortometraggio, il mio approccio cinematografico è stato rivolto all’azione scenica in presa diretta, diametralmente opposto a quella visione fotografica: non più luci artificiali, immagini statiche e pose, ma luci naturali, movimento di camera, piano sequenza, suoni di sottofondo e un montaggio ritmico che rasenta lo stop motion.
Il progetto non dà risposte, ma genera domande: chi, secondo voi, ha il diritto di trasformarsi oggi, e come può il corpo disobbedire alle forme del desiderabile imposte dalla società?
MOGALL: Il progetto è costruito per fare una riflessione su come oggi viene inteso il corpo o, più specificatamente, per porci un’unica domanda: qual è il corpo che ognuno di noi vuole abitare? Tutti abbiamo il diritto di leggerci e manifestarci a nostro piacere. La disobbedienza non sta nel rifiutare la trasformazione – che è ormai condizione del corpo contemporaneo – ma nel riappropriarsi consapevolmente del proprio divenire-corpo, sottraendolo ai modelli imposti. Gli artisti con un’attenzione più marcatamente politica possono approfondire con linguaggio poetico tutte quelle dinamiche che oggi coinvolgono il corpo tra senso e dissenso.
Amelia Lasaponara ha supervisionato il lavoro: in che modo l’Accademia ha fornito lo spazio per questa storia e rivolta multidisciplinare?
ANTONIO ALEO: La docente Amelia Lasaponara, nel momento in cui le è stato sottoposto il progetto e lo ha ritenuto interessante proprio per questo suo carattere multidisciplinare, multisensoriale e multimediale, ha dato la sua totale disponibilità per implementarlo, acquisendolo all’interno del dipartimento e mettendoci a disposizione tutto ciò che si è reso necessario per portare a compimento l’opera. È importante sottolineare come siano state coinvolte più cattedre: Semiologia del corpo, Fotografia digitale, Storia dell’Arte e del Design contemporaneo.
Ognuno di voi ha messo in gioco la propria esperienza: qual è l’aspetto più vulnerabile che avete condiviso – un pianto, un suono, un gesto – e come ha cambiato il vostro sguardo sul corpo come resistenza?
ANTONIO ALEO: Credo che ognuno di noi, al di là delle formazioni pregresse, si sia messo in gioco totalmente non solo come professionista e/o studente, ma come persona e artista che vive il corpo quotidianamente, tanto poeticamente quanto politicamente. La vulnerabilità non è stata un limite ma lo strumento stesso della ricerca: esporre la propria carne-simulacro per interrogarla collettivamente.
Influenze dal corpo-simulacro rituale al linguaggio medico: quali artisti, testi o esperienze personali hanno ispirato questo gesto, e come si lega alla possibilità di opporsi con semplicità e lucidità?
MOGALL: Il corpo simulacro/rituale lo è da sempre. Ogni epoca lo ha espresso a suo modo, nel proprio contesto. Abbiamo già parlato di quella genealogia a cui abbiamo fatto riferimento, più vicina a noi, più contemporanea. Oggi la superficie di simulazione può essere considerata nella sua ampiezza: parliamo di corpo nero, grasso, disabile, transgender, di esperienze di chirurgia estetica ma anche di modificazione genetica. Il “sacro recinto” dell’autenticità non è un ritorno impossibile alla carne pre-simulacro, ma lo spazio di consapevolezza critica: abitare il corpo-simulacro sapendo che lo è. La modificazione non è negata, ma interrogata: chi decide quale carne è legittima? L’autenticità sta nella riappropriazione poetica e politica del proprio divenire-corpo.
Ultima, da un osservatore a creatori visionari: se doveste scegliere un elemento del progetto – un suono, un’immagine, un gesto – da incorniciare come manifesto della rivolta corporea, quale sarebbe e cosa sussurrerebbe a chi lo guarda?
MOGALL: L’ago: strumento di violazione e cura, di modificazione e controllo. Rappresenta l’emergenza contemporanea del corpo come superficie su cui si esercitano poteri – medici, estetici, normativi – ma anche come possibilità di trasformazione autodeterminata. L’ago sussurra: “Chi tiene in mano questo strumento? E su quale carne?”
H.E.R.: una tavola bianca dove tutto è scrivibile e tutto è cancellabile
ANTONIO ALEO: Il rapporto tra H.E.R. e il simulacro durante la performance: il modo in cui il corpo si relaziona alla propria trasformazione in oggetto, in superficie. Siamo diventati schiavi del nostro stesso riflesso, intrappolati in un rapporto di possesso con noi stessi.
https://antonioaleo.it/lesviandesduvisible













