Light of my life: il Casey Affleck regista

Rispetto all’avvertita ed estrosa collega Debra Granik, che, sia con l’acre ma toccante Un gelido inverno, sia nell’intimistico e contemplativo Senza lasciare traccia, era riuscita a toccare l’ardua vetta della poesia senza cadere nell’impasse dello stucchevole sensibilismo, Casey Affleck testimonia attraverso Light of my life che deve acquisire la maestria di tradurre i momenti thrilling in autentici sobbalzi dell’anima.

Mentre nelle vesti d’attore consumato, in possesso dell’arte della sottorecitazione, sa trarre linfa dalla capacità di tenere i nervi tesi come corde di violino, per poi dare ulteriore lustro alla bellezza del silenzio, in cabina di regìa l’interprete – insignito dell’Oscar grazie all’intensa prova fornita nell’apologo sui vincoli di sangue e di suolo Manchester by the sea di Kenneth Lonergan – risulta piuttosto acerbo.

Lo dimostra l’egemonia della facondia dialogica sull’eloquenza dello sguardo mandata ad effetto in questa sua regia. L’attenzione riposta nei semitoni frammisti ai richiami panteistici, privi del fascino solenne ed evocativo garantitogli dall’esperto Terrence Malick, cede presto spazio all’esplicito sentimento di meraviglia. Il lavoro sul personaggio del solerte padre, deciso a difendere con le unghie e con i denti la figlioletta Rag, costretta ad assumere i falsi panni di un ragazzino, dalla ferocia inasprita con l’epidemia diffusa ai danni dell’intera razza femminile, occhieggia alle favole della buonanotte, raccontate in tenda, all’interno dei fitti boschi, per imprimere un fulgido e schietto timbro d’autorialità all’insito ed edificante ammonimento.

I trapassi psicologici, congiunti ai fugaci flashback in seno alla famiglia, con l’eterea mamma destinata ad arrendersi all’irrompere dell’atroce flagello, risentono dell’avventizio stile che scioglie i nodi dell’azione senza tradurre i compiaciuti timbri pittorici in opportuni motivi introspettivi. Lo scarso approfondimento traligna così l’ascetica avvertenza in filigrana dinanzi all’empio femminicidio nei sentimenti primitivi dei survival movie.

L’esacerbazione del rischio, dai risvolti horror contraddistinti dalle sagome chiaroscurali al servizio dell’arcinota calma prima dell’impietosa tempesta, finisce per confondere il valore dell’immaginazione, riposto nelle rapinose occhiate di Rag, con la lotta in chiave western contro la durezza dell’habitat e degli inviperiti esseri umani.

Quando lo spedito ricongiungimento con la civiltà sterza verso l’esoterico mélo d’origine bergmaniana per dar voce ai pochi individui in grado di custodire il gene dell’altruismo, la rottura dell’incantesimo lacera l’abile analisi delle emozioni ferite ed esaspera l’immutabile e monocorde stato d’ansia. L’adrenalina degli inesorabili scontri, esibiti sulla medesima stregua dei funesti duelli fra bestie feroci, crea un’efficace tensione. Incapace, però, di procedere pure sui binari dei film mistery incentrati sull’ordine naturale delle cose.

Il mosaico di contesti ad alto rischio concede qualche banalità di troppo, con la pre-adolescente che associa l’ovvia maturazione agli atti di violenza a scopo protettivo ed enfatizza la sobria impronta dell’incipit. Mandando in subbuglio l’intrinseco rimando all’attitudine dell’antiretorica a togliere al visibile e ad aggiungere all’invisibile. Accade, infatti, esattamente il contrario: la cupezza degli interni – percorsi dai tagli di luce fini a se stessi – mortifica gli stilemi del cinema da camera, con gli orchi giunti da fuori per insidiare l’intesa domestica; l’incidenza del territorio, scevro dai diktat antropologici sul modus operandi, appare latitante.

La congerie di sentieri, alberi millenari ed echi crepuscolari resta, perciò, sullo sfondo. Ad arrotare la lingua, mischiando il mito dell’Arca di Noè ai ricordi privati, contribuisce da principio l’audacia di unire l’impegno civile all’accezione allegorica. Nelle battute finali di Light of my life, al posto dell’allettante stasi sopraggiunge l’esaurirsi, a scalare, dell’energia narrativa.

 

 

Massimiliano Serriello