Essere fotografati significa mostrarsi. Ma mostrarsi non significa necessariamente raccontarsi fino in fondo.
È forse questa la distinzione più interessante che emerge incontrando 𝓛𝓲𝓵𝓲𝓫𝓮𝓽𝓱, modella che ha fatto delle proprie forme, della femminilità e della capacità di trasformarsi davanti all’obiettivo una parte importante del proprio percorso personale e artistico.
Fashion, glamour, lingerie e nudo artistico diventano per lei linguaggi differenti attraverso i quali esplorare il corpo, ma soprattutto la personalità. Un percorso che non nasce dall’idea di aderire a un modello estetico prestabilito, bensì dalla progressiva conquista di una maggiore consapevolezza di sé.
𝓛𝓲𝓵𝓲𝓫𝓮𝓽𝓱 racconta infatti di aver trascorso anni pensando che sentirsi bella significasse rientrare in determinati canoni, prima di comprendere che la sicurezza nasce soprattutto dal rapporto che si costruisce con il proprio corpo.
Anche la sensualità, nelle sue parole, non coincide semplicemente con il mostrare il corpo: è consapevolezza, libertà e capacità di decidere autonomamente come raccontarsi.
Con Mondospettacolo abbiamo voluto conoscere la donna che esiste dietro le fotografie, parlando di bellezza, corpi non conformi agli stereotipi, nudo artistico, confini professionali, fragilità, fotografia e sogni per il futuro.

Intervista a 𝓛𝓲𝓵𝓲𝓫𝓮𝓽𝓱
𝓛𝓲𝓵𝓲𝓫𝓮𝓽𝓱, cominciamo dalla donna prima ancora che dalla modella: chi sei quando si spengono le luci del set e non c’è più un obiettivo davanti a te?
Quando si spengono le luci del set, torno a essere semplicemente me. Tolgo quella parte di me che deve essere sempre sicura e a posto e mi concedo di essere anche più fragile, più normale. Mi piace stare con le persone che amo, ridere per cose stupide, stare tranquilla a casa e non avere sempre l’impressione di dover dimostrare qualcosa.
Sul set c’è una parte di me che sa mettersi in gioco e attirare l’attenzione, ma nella vita di tutti i giorni sono molto più semplice. E forse è proprio lì, quando non mi guarda nessuno, che mi sento davvero me stessa.

Ti descrivi come “1,63 metri di femminilità, forme morbide e carattere”. È quasi un manifesto. Quanto tempo ci è voluto per raggiungere la sicurezza con cui oggi racconti il tuo corpo?
Ci è voluto tempo, perché per anni ho pensato che sentirsi belle significasse rientrare in certi canoni e che il mio corpo dovesse piacere agli altri.
Poi ho capito che la sensualità parte soprattutto da come ti senti dentro. Oggi mi piace il mio corpo, mi piace mostrarlo e raccontarlo senza vergogna. Non perché pensi di essere perfetta, ma perché finalmente ho smesso di nascondermi, di giustificarmi e di chiedere il permesso a qualcuno per sentirmi bella e desiderabile.
La vera sicurezza è arrivata quando ho capito che il mio corpo non è qualcosa di cui vergognarmi: è parte di me e oggi lo vivo con molta più libertà.

Essere una modella formosa significa ancora confrontarsi con determinati stereotipi estetici. Hai mai sentito di dover dimostrare qualcosa in più rispetto ad altre modelle?
Sì, qualche volta l’ho sentito. Soprattutto all’inizio mi pesava di più e sentivo di dover dimostrare di essere all’altezza.
Però, se devo essere sincera, lo stereotipo più grande l’ho sentito dentro di me, più che dagli altri. Ero io per prima a confrontarmi con un’idea precisa di come avrei dovuto essere e a chiedermi se le mie forme morbide fossero davvero adatte a questo mondo.
Poi ho capito che le mie forme non sono un limite e non sono qualcosa da nascondere o ridimensionare per entrare in un certo ideale. Sono parte di me.
Oggi la vivo diversamente: non voglio dimostrare di essere “come” un’altra modella, voglio dimostrare che c’è spazio anche per un corpo diverso, senza dover chiedere scusa per questo.
Credo che la cosa più importante sia riuscire a portare la propria femminilità con sicurezza, senza sentirsi fuori posto.

Nei tuoi scatti la sensualità è evidente, ma raramente sembra fine a se stessa. Che cosa significa per te essere sensuale?
Per me essere sensuale non significa semplicemente mostrare il corpo. Significa sentirsi bene nella propria pelle, essere consapevole di sé e non avere paura di esprimere la propria femminilità. È sentirsi padrona del proprio corpo e sapere quello che vuoi comunicare, senza aver bisogno di esagerare.
Nei miei scatti cerco proprio questo: non voglio che si veda soltanto il corpo, ma anche l’atteggiamento, lo sguardo, la personalità.
Credo che la sensualità più vera sia quella che nasce dalla sicurezza: quando ti senti bella, libera e completamente a tuo agio con te stessa, si vede. E quella, per me, è la forma più autentica di sensualità.

Hai scritto che non cerchi semplicemente una bella posa, ma vuoi interpretare un’atmosfera e raccontare una personalità. Quando entri sul set, come nasce un personaggio fotografico?
Quando entro sul set, non penso di dover diventare qualcun’altra. Il personaggio nasce da una parte di me che scelgo di tirare fuori in quel momento.
Parto dall’atmosfera, dalla musica, dal look, ma soprattutto dallo sguardo e da quello che voglio trasmettere. A volte è una versione di me più sicura e provocante, altre volte più elegante o misteriosa.
Mi piace lasciarmi trasportare dal momento, perché spesso il personaggio vero nasce proprio quando smetto di pensare troppo e mi lascio andare davanti all’obiettivo.

Quanto di 𝓛𝓲𝓵𝓲𝓫𝓮𝓽𝓱 rimane dentro ogni fotografia e quanto invece ti piace trasformarti completamente davanti all’obiettivo?
Direi che 𝓛𝓲𝓵𝓲𝓫𝓮𝓽𝓱 rimane sempre, anche quando davanti all’obiettivo mi trasformo completamente.
Posso cambiare espressione, atteggiamento, essere più audace, sensuale, elegante o provocante, ma parto sempre da qualcosa che appartiene davvero a me.
È proprio questo il bello della fotografia: posso essere tante versioni di 𝓛𝓲𝓵𝓲𝓫𝓮𝓽𝓱, anche quelle che nella vita di tutti i giorni magari non mostro.

Spazi dal fashion al glamour, dall’intimo al nudo artistico. Quale di questi linguaggi senti maggiormente tuo e quale, invece, riesce ancora a metterti alla prova?
Credo che il glamour sia il linguaggio che sento più mio, perché mi permette di essere femminile, sensuale e sicura senza dover rinunciare alla mia personalità.
Mi piace anche il fashion, soprattutto quando c’è un concept forte e posso giocare con un’immagine diversa dal solito.
L’intimo e il nudo artistico, invece, mi mettono più alla prova, non tanto per il fatto di mostrare il corpo, quanto per la vulnerabilità che comportano. Nel nudo non puoi nasconderti dietro un abito o un personaggio: ci sei tu, completamente.
Ed è proprio questa la parte più difficile, ma anche quella che può dare più forza.

Parliamo proprio di nudo artistico. Quando, secondo te, un’immagine di nudo riesce davvero a diventare arte e a superare la semplice esposizione del corpo?
Per me il nudo diventa arte quando il corpo smette di essere semplicemente qualcosa da guardare e diventa qualcosa da raccontare.
Non penso che il nudo debba essere nascosto o giustificato: il corpo può essere sensuale, provocante e allo stesso tempo avere un significato. La differenza sta nello sguardo con cui viene fotografato e, soprattutto, nell’intenzione di chi si mette davanti all’obiettivo.
Per me il nudo artistico è libertà: è scegliere di mostrarmi senza vergogna e decidere io come voglio essere raccontata.

C’è una differenza, per te, tra sentirsi nude e sentirsi esposte?
Assolutamente sì. Essere nude è una condizione fisica, sentirsi esposte è una sensazione molto più profonda.
Posso essere completamente nuda davanti a un obiettivo e sentirmi, paradossalmente, molto più sicura che vestita. La differenza la fa il modo in cui vivo quel momento e il controllo che sento di avere sulla mia immagine.
Quando scelgo io come mostrarmi, non mi sento esposta: mi sento libera. Per me la vera vulnerabilità non sta nel togliersi i vestiti, ma nel lasciare che qualcuno possa leggere davvero chi sei. E quella, forse, è una nudità molto più forte.

Il corpo femminile continua a essere osservato, giudicato e commentato continuamente, soprattutto sui social. Come vivi lo sguardo degli altri sul tuo corpo?
Lo sguardo degli altri c’è, è inevitabile, soprattutto sui social. E mentirei se dicessi che non mi ha mai toccata: ci sono commenti che fanno piacere e altri che possono ferire, soprattutto quando arrivano sul corpo e su qualcosa di così personale.
Però oggi cerco di non lasciare che siano gli altri a decidere come devo sentirmi nel mio corpo.
Ho imparato che non posso controllare quello che le persone pensano o dicono, ma posso scegliere quanto peso dare alle loro parole.
Se a qualcuno piace, bene. Se a qualcuno non piace, va bene lo stesso. Non ho più bisogno dell’approvazione degli altri per sentirmi bella, femminile e sicura di me.

Hai mai pubblicato una fotografia che per te aveva un significato preciso e ti sei accorta che il pubblico la interpretava in maniera completamente diversa?
Sì, assolutamente. È successo che una fotografia per me raccontasse sicurezza, libertà e un rapporto positivo con il mio corpo, mentre alcune persone si sono fermate soltanto al fatto che fossi poco vestita, dandole un significato completamente diverso.
Poi ho capito che, una volta pubblicata, una fotografia non è più soltanto mia: ognuno la guarda attraverso la propria sensibilità, le proprie idee e anche i propri pregiudizi.
Io posso scegliere cosa mostrare e perché mostrarlo, ma non posso controllare l’interpretazione degli altri.

Quanto è importante la complicità con il fotografo quando lavori su immagini particolarmente intime, sensuali o emotivamente intense?
È fondamentale. Soprattutto quando si lavora con immagini intime o molto sensuali, per me la fiducia viene prima di tutto.
Devi sentirti libera di esprimerti, ma anche sapere che dall’altra parte c’è una persona che sa ascoltarti, rispettare i tuoi limiti e capire quello che vuoi trasmettere.
Quando sento questa sintonia, riesco a lasciarmi andare molto di più e a essere anche più audace, perché so di essere in un ambiente in cui mi sento rispettata e in controllo. E secondo me è proprio lì che nascono le immagini più vere e più forti.

E, al contrario, quali sono le caratteristiche o gli atteggiamenti che ti fanno capire immediatamente che con un fotografo non vuoi lavorare?
Fortunatamente non mi sono mai trovata in situazioni spiacevoli sul set, e questo per me è importante dirlo.
Però credo che ci siano dei segnali che fanno capire subito se una collaborazione può funzionare oppure no. Se manca il rispetto, se non c’è chiarezza sul tipo di immagini che si vogliono realizzare o se vengono oltrepassati i limiti senza ascoltare quello che dici, per me è un campanello d’allarme.
Non mi piace chi confonde la sensualità con il superare i confini personali o chi pensa che, perché una modella accetta un certo tipo di scatto, allora sia disposta a tutto.
La complicità nasce dalla fiducia, non dalla pressione.

Nel modeling si parla molto di saper posare, ma molto meno di saper dire no. Quanto sono importanti i confini personali e professionali nel tuo lavoro?
Per me sono fondamentali. Saper posare è importante, ma saper dire no lo è altrettanto, se non di più.
Essere professionale non significa accettare qualsiasi richiesta: significa conoscere i propri limiti, comunicarli con chiarezza e pretendere che vengano rispettati.
Un no non ha bisogno di spiegazioni e non deve diventare motivo di pressione o imbarazzo.
Credo che la vera sicurezza davanti all’obiettivo sia anche questa: sentirsi libera di dire sì quando qualcosa ti rappresenta e dire no quando supera i tuoi confini.

Davanti all’obiettivo preferisci un fotografo che ti diriga in maniera precisa oppure qualcuno che ti lasci completa libertà di movimento e interpretazione?
Direi entrambe, perché dipende molto dal tipo di shooting e da quello che vogliamo raccontare.
Mi piace avere un fotografo che sappia dirigermi quando serve, ma allo stesso tempo apprezzo tantissimo quando mi viene lasciata libertà di movimento e interpretazione.
Credo che la situazione ideale sia proprio un equilibrio tra le due cose: una guida sicura, ma abbastanza libertà da permettermi di metterci dentro la mia personalità.

Luce, ambiente, abito, lingerie, trucco, musica: qual è l’elemento che riesce maggiormente a farti entrare nell’atmosfera di uno shooting?
Dipende molto dal tipo di shooting e dal personaggio che vogliamo creare.
A volte è la luce a farmi entrare subito nell’atmosfera, altre volte un abito o una lingerie particolare mi fanno cambiare completamente atteggiamento. Anche il trucco e l’ambiente possono trasformare il modo in cui mi sento davanti all’obiettivo.
E poi c’è la musica, che per me può fare tantissimo: riesce a cambiare l’energia del set e a farmi entrare immediatamente nel mood.

C’è mai stato uno scatto nel quale, vedendo il risultato finale, hai pensato: “Questa fotografia racconta davvero chi sono”?
Sì, è capitato. Di solito non è lo scatto in cui mi vedo semplicemente più bella, ma quello in cui mi riconosco davvero.
Una fotografia in cui rivedo il mio carattere, la mia femminilità e anche un po’ della mia parte più vulnerabile.
Credo che siano proprio quelle le fotografie che rimangono di più: non quelle perfette in senso assoluto, ma quelle in cui riesci a riconoscerti e a raccontare qualcosa di vero senza bisogno di spiegazioni.

Sei stata anche protagonista della copertina di Victoria’s Grace Magazine. Che emozione hai provato nel vederti in copertina e che significato ha avuto quella esperienza nel tuo percorso?
È stata un’emozione fortissima, perché vedermi in copertina è stato molto più che vedere semplicemente una mia fotografia stampata.
È stato un momento in cui ho realizzato quanto fosse cambiato il mio rapporto con me stessa e con il mio corpo.
Essere scelta per una copertina come quella mi ha dato una grande soddisfazione, ma soprattutto mi ha fatto sentire che non devo rientrare in uno stereotipo per meritarmi uno spazio.
Quando ho visto quella copertina ho pensato: “Sì, questa sono io”. E credo che sia questa la cosa più bella: non aver dovuto trasformarmi per essere lì, ma essere arrivata fin lì proprio essendo me stessa.

Sul tuo profilo compare una frase molto bella: “Abbraccia chi sei, compresa la tua oscurità e le tue imperfezioni”. Quali sono le imperfezioni che hai imparato ad amare?
Credo che le imperfezioni che ho imparato ad amare siano proprio quelle che per tanto tempo avrei voluto cambiare.
Il mio corpo, le mie forme, quei piccoli dettagli che magari davanti allo specchio notavo subito e che mi facevano sentire meno sicura. Ma anche il mio carattere: il fatto di essere a volte troppo sensibile, di farmi tante domande e di avere delle giornate in cui non mi sento affatto invincibile.
Oggi ho capito che non devo amare ogni parte di me ogni singolo giorno per accettarmi davvero.

Mi incuriosisce proprio questa idea di luce e oscurità. 𝓛𝓲𝓵𝓲𝓫𝓮𝓽𝓱 ha un lato che difficilmente emerge nelle fotografie?
Sì, sicuramente. Nelle fotografie mostro spesso la parte più sicura, sensuale e determinata di me, ma nella vita sono molto più complessa di quello che può sembrare.
Ho un lato più introspettivo, sensibile e anche un po’ insicuro che davanti all’obiettivo non viene fuori quasi mai.
E credo che le due cose possano convivere: la donna sicura che vedete negli scatti e la persona fragile che esiste quando le luci si spengono.

Secondo te una donna può utilizzare consapevolmente la propria sensualità senza che questa finisca automaticamente per definirla?
Assolutamente sì. La sensualità è una parte di una donna, non la sua identità intera.
Una donna può scegliere di essere sensuale, mostrarlo e viverlo pienamente senza che questo significhi essere definita solo dal proprio corpo o dall’immagine che dà agli altri.
Credo che il problema non sia la sensualità, ma l’idea che una donna debba essere racchiusa in un’unica definizione.
Io preferisco essere tutte le versioni di me che sento di voler essere, senza dovermi giustificare per nessuna.

Ti senti più forte quando indossi lingerie davanti all’obiettivo o quando una fotografia riesce a mostrare anche una tua fragilità?
Se devo essere sincera, mi sento forte in entrambi i casi, ma in modo diverso.
Indossare lingerie davanti all’obiettivo mi dà una sicurezza molto fisica: mi sento femminile, libera e padrona del mio corpo.
Ma quando una fotografia riesce a mostrare anche una mia fragilità, la sensazione è ancora più profonda. Lì non posso nascondermi dietro la sensualità o dietro un atteggiamento sicuro: sto mostrando una parte di me che normalmente proteggo.
Forse la vera forza sta proprio nell’equilibrio tra queste due parti.

Oggi moltissime immagini vengono ritoccate fino quasi a creare corpi inesistenti. Quanto è importante per te che una fotografia conservi la verità del corpo?
Per me è importantissimo.
Non ho nulla contro il ritocco, perché fa parte della fotografia e può servire a valorizzare un’immagine, ma non vorrei mai arrivare al punto di non riconoscermi più.
Il mio corpo è quello che è: ha forme, curve, imperfezioni, segni e dettagli che fanno parte di me. Se scelgo di mostrarlo, voglio che rimanga vero.
Per me il ritocco deve valorizzare la realtà, non cancellarla.

Se potessi realizzare domani lo shooting dei tuoi sogni, senza limiti economici, geografici o creativi, dove saresti, cosa indosseresti – o non indosseresti – e quale storia vorresti raccontare?
È una domanda difficile, perché i posti che sceglierei sono davvero tantissimi.
Mi piacerebbe poter viaggiare attraverso culture completamente diverse e costruire ogni volta uno shooting con un’identità nuova.
Penso al Giappone, con i kimono e l’eleganza delle sue tradizioni, oppure all’Indonesia, tra colori, natura e culture antiche. Ma anche alla Norvegia, con paesaggi freddi, selvaggi e quasi surreali.
Non avrei necessariamente bisogno di essere sempre molto vestita: sceglierei il look in base alla storia da raccontare, alternando abiti tradizionali, fashion, lingerie e, dove avrebbe senso, anche il nudo artistico.
Più che uno shooting dei sogni, immagino quasi un viaggio fotografico intorno al mondo: una donna che cambia, si adatta, scopre culture diverse, ma rimane sempre se stessa.

Qual è invece un genere fotografico che ancora non hai sperimentato e che ti piacerebbe affrontare?
Ci sono ancora tanti generi che mi piacerebbe sperimentare, soprattutto quelli che mi permettono di uscire dalla mia zona di comfort e scoprire lati nuovi di me.
Uno, in particolare, è l’erotico, perché mi incuriosisce l’idea di raccontare la sensualità in modo più intenso e diretto, ma sempre con eleganza e consapevolezza.
Mi piacerebbe inoltre sperimentare qualcosa di più cinematografico e narrativo, dove la fotografia racconti una storia e io possa interpretare un personaggio fino in fondo.

Dove vorresti che ti portasse questo percorso nei prossimi anni? Il modeling rimarrà una grande passione oppure vorresti trasformarlo sempre più in una parte importante della tua vita professionale?
Mi piacerebbe che questo percorso diventasse sempre di più una parte importante della mia vita, fino a poterlo trasformare nel mio lavoro principale.
Vorrei continuare a crescere, sperimentare generi diversi, conoscere fotografi e persone con cui creare qualcosa di davvero interessante e, soprattutto, non smettere mai di mettermi in gioco.
Il mio sogno più grande sarebbe riuscire a vivere di questo lavoro e avere la possibilità di girare il mondo attraverso la fotografia.
Non vorrei semplicemente fare la modella: vorrei costruirmi un percorso mio, riconoscibile, che mi permetta di sentirmi libera, indipendente e di fare della mia passione una parte concreta della mia vita.

E chiudiamo tornando alla donna da cui siamo partiti: che cosa vorresti che un lettore di Mondospettacolo scoprisse di 𝓛𝓲𝓵𝓲𝓫𝓮𝓽𝓱 che nessuna fotografia, per quanto bella, riuscirà mai a raccontare?
Vorrei che scoprisse la parte di me che non si vede nelle fotografie. Quella che magari non è sempre sicura, che si emoziona, che si fa mille domande e che a volte ha bisogno semplicemente di sentirsi accolta, senza dover dimostrare niente.
Le fotografie possono raccontare il mio corpo, la mia sensualità, la mia sicurezza, ma non possono raccontare fino in fondo tutto il percorso che c’è dietro. Non possono far vedere le insicurezze che ho dovuto superare, le volte in cui ho dubitato di me stessa o quanto sia importante per me sentirmi libera di essere esattamente come sono.
Vorrei che chi legge questa intervista capisse che dietro ogni immagine c’è una persona vera, con le sue fragilità, i suoi sogni e le sue paure.
Se c’è una cosa che una fotografia non riuscirà mai a raccontare completamente, è tutto quello che ho dovuto vivere per arrivare a guardarmi oggi allo specchio e dire: “Questa sono io, e finalmente mi vado bene così.”

Conclusione
Ed è forse proprio quest’ultima frase a racchiudere meglio di qualsiasi fotografia il percorso di 𝓛𝓲𝓵𝓲𝓫𝓮𝓽𝓱.
Dietro la sensualità, le forme, la lingerie, il glamour e il nudo artistico non c’è semplicemente il desiderio di essere guardata. C’è soprattutto la conquista del diritto di decidere come essere guardata.
Un percorso nel quale il corpo smette di essere qualcosa da correggere per diventare uno strumento di espressione; nel quale la sensualità non cancella la fragilità e la sicurezza non significa non avere più paure.
𝓛𝓲𝓵𝓲𝓫𝓮𝓽𝓱 sogna di viaggiare, conoscere nuove culture e trasformare il modeling in una parte sempre più importante della propria vita professionale. Ma, al di là di dove la porterà la fotografia, sembra aver già raggiunto uno dei traguardi più difficili: riconoscersi nell’immagine che vede allo specchio.
Grazie 𝓛𝓲𝓵𝓲𝓫𝓮𝓽𝓱 per esserti raccontata a Mondospettacolo.
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