L’incredibile viaggio del fachiro: una fiaba per i migranti

Tutto parte dal titolo originale del libro da cui è tratto il film: L’incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio Ikea, scritto nel 2013 dal francese Romain Puértolas (edito nel nostro paese da Giulio Einaudi Editore). Libro che racconta la storia del viaggio surreale di un fachiro indiano e che ha venduto ben trecentomila copie solo in Francia, divenendo in seguito un best seller internazionale.

L’intenzione dell’autore del testo era quella di evidenziare la tragedia dei migranti in un modo originale, attraverso una serie di trovate che ricordano molto i film dei Monthy Python, e, ovviamente, dopo il grande successo letterario si è partiti subito con un ambizioso progetto cinematografico. Progetto che inizialmente prevedeva la regia di Marjane Satrapi, un cast internazionale di primo livello con protagonista Dhanush, stella cinematografica in India (che è stato mantenuto) e altri attori famosi, tra cui Uma Thurman. Appare evidente, dopo l’iniziale entusiasmo della produzione, che il progetto sia poi passato nelle mani di un buon professionista come Ken Scott (Starbuck – 533 figli e non saperlo)  cui si sono aggiunti, oltre al citato attore indiano,  Bérénice BejoGerard JugnotStefano CassettiBen MillerErin Moriarty e l’attore somalo Barkhad Abdi Captain Phillips – Attacco in mare aperto, candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista).

Rispetto al romanzo, purtroppo, il risultato delude molto, e, in un certo senso, il titolo troncato, ovvero L’incredibile viaggio del fachiro, sembra rappresentare proprio l’occasione persa per il libro di raggiungere una fetta più larga di  pubblico e parlare dello spinoso e molto attuale problema dei migranti in maniera originale e irriverente.

Alla morte della madre, il giovane Fachiro Aja nato povero a Mumbai (con tanti, forse troppi inevitabili richiami a The millionare di Danny Boyle) decide di partire alla ricerca del vero padre, un funambolo francese, alla volta di Parigi, trovandosi in breve in una serie di iniziali e divertenti avventure nella città d’oltralpe. Vittima fin da bambino del fascino dell’Ikea, a causa di un vecchio catalogo trovato nello studio di un dottore nella sua città, sogna di realizzare una sua collezione. Nel negozio di mobili svedesi a Parigi incontra Marie (Erin Moriarty) e se ne innamora a prima vista.  Ma, dopo averla convinta, all’interno dei salotti Ikea, per un appuntamento romantico all’indomani sotto la Torre Eiffel, il giovane, con  pochi soldi a disposizione, decide di dormire dentro al negozio Ikea (il sogno proibito di molti), chiuso all’interno di un’armadio. Da qui, cominciano le sue peripezie, visto che l’armadio viene prelevato nottetempo per essere spedito in Inghilterrra. E si ritrova, quindi, nella terra della perfida albione (citazione fantozziana), alla disperata ricerca di un modo per  tornare dalla sua amata a Parigi; mentre, insieme a un gruppo di migranti, viene privato del vero passaporto e finisce vittima dei vari respingimenti e catapultato prima a Barcellona, poi a Roma e, infine, a Tripoli.

Tutta l’idea del libro, estremamente originale, viene in un certo modo svilita dal lungometraggio, efficace solo nella prima parte, dopo che, con l’andare avanti della storia, si sceglie la soluzione del classico balletto in stile Bollywood. Oltre a tante altre piccole trovate da commedia povera che non riescono, in realtà, a centrare il vero obiettivo del libro, ovvero parlare dei migranti come persone, gente che fugge e che ha un sogno nel proprio cassetto, a volte molto piccolo, che vuole realizzare.

Nonostante il discreto cast e le location (parte del film è  stata girata anche nella nostra capitale), Scott non riesce assolutamente ad incidere sulla storia, pur non scadendo nella pura retorica, e, solo a tratti (guarda caso quelli più fedeli al romanzo) riesce a divertire ed incuriosire.

Un’occasione perduta per una produzione francese che poteva, a modo suo, essere una specie di biglietto da visita per il nostro attuale ministro degli interni e che, invece, anche agli occhi del critico meno esperto appare come il classico esempio di una sceneggiatura scritta troppe volte e modificata (male). L’esempio di  una produzione partita in modo fin troppo ambizioso, che poi, via via, ha ridotto il suo budget, come il costo dei mobili dell’Ikea. Peccato non aver lasciato il titolo originale, che avrebbe sicuramente affascinato il fiume di persone che si ostinano, anche durante i torridi roventi week-end estivi, a visitare il mobilificio, anziché andare al mare.

 

 

Roberto Leofrigio