Modella, attrice, performer, creatrice di contenuti e prima vicedirettrice di Mondospettacolo nel 2013: Lisa Torrisi ha costruito nel tempo un percorso artistico fatto di trasformazioni, contaminazioni e ricerca continua. Dalla moda alla “pornomagia”, dalla recitazione al web, fino ai progetti dedicati alle donne over 40, Lisa ha sempre rifiutato di farsi chiudere in una sola definizione. In questa intervista racconta la sua evoluzione, i ricordi di Mondospettacolo e la voglia di continuare a reinventarsi.

Ciao Lisa, è un grande piacere per me rivederti qui su Mondospettacolo.
Presentati ai lettori di Mondo Spettacolo: chi è oggi Lisa Torrisi e come definiresti il tuo percorso professionale?
Ciao Alex, è un piacere essere di nuovo qui sul nostro Mondospettacolo!
Oggi definirei Lisa Torrisi una donna e un’artista in continua evoluzione. Il mio percorso professionale è stato tutt’altro che lineare e forse è proprio questa la sua caratteristica più autentica.
Ho iniziato molto giovane nel mondo della moda, lavorando tra Roma e Milano, e da lì ho attraversato esperienze molto diverse: televisione, spettacolo, cinema, cinema per adulti, teatro, magia, scrittura, web e produzione di contenuti digitali.
Ho avuto anche l’opportunità di lavorare dall’altra parte della macchina da presa e, nel 2013, di ricoprire il ruolo di prima vicedirettrice di MondoSpettacolo.
Oggi mi sento soprattutto una persona che non ha mai smesso di cercare nuove forme per esprimersi. Non mi piace essere definita attraverso una sola etichetta, perché ogni esperienza che ho vissuto ha aggiunto qualcosa alla donna e all’artista che sono diventata.

Hai iniziato giovanissima nel mondo della moda a Roma e Milano. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza e quanto ha influenzato tutto ciò che è venuto dopo?
La moda è stata la mia prima vera scuola professionale. Quando inizi così giovane impari molto rapidamente che dietro un’immagine apparentemente perfetta ci sono disciplina, sacrificio, puntualità, capacità di adattarsi e soprattutto tanta consapevolezza del proprio corpo e della propria immagine.
Roma e Milano sono state due realtà importanti, ma molto diverse, e confrontarmi con entrambe mi ha aiutato a crescere.
La moda mi ha insegnato anche a stare davanti a una macchina fotografica, a comunicare senza necessariamente parlare e a trasformare un’immagine in una forma di racconto. Credo che molte delle esperienze successive siano nate proprio da quelle prime basi.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che non volevi restare “solo” una modella, ma volevi costruire qualcosa di più personale e creativo?
Sì, a un certo punto ho sentito fortemente il bisogno di non essere soltanto “l’immagine” che gli altri vedevano.
Fare la modella significa spesso essere interpretata attraverso lo sguardo di un fotografo, di uno stilista, di un regista o di un pubblico. Io volevo invece capire cosa potevo raccontare attraverso me stessa.
È lì che è iniziata la mia ricerca di una dimensione più creativa. Ho cominciato a interessarmi sempre di più alla recitazione, alla scrittura, alla comunicazione e alla costruzione di personaggi.
Non volevo semplicemente essere fotografata: volevo raccontare, interpretare, creare.

Nel 2013 sei stata la prima vicedirettrice di MondoSpettacolo. Che ricordo hai di quella esperienza? Cosa ha significato per te lavorare dalla parte della redazione e contribuire alla nascita di questo progetto?
È stata un’esperienza molto importante perché mi ha permesso di cambiare completamente prospettiva.
Essere davanti alla macchina fotografica ti insegna a interpretare un ruolo; stare dall’altra parte ti obbliga invece a comprendere come quel ruolo viene costruito, raccontato e comunicato.
Nel 2013, come prima vicedirettrice di MondoSpettacolo, ho avuto la possibilità di confrontarmi con la redazione, con gli artisti e con tutto ciò che sta dietro a una realtà editoriale.
È stata una palestra straordinaria. Mi ha fatto capire che raccontare lo spettacolo significa anche saper ascoltare, scegliere le parole, individuare una storia e darle una forma.
E MondoSpettacolo per me non è stato semplicemente un incarico professionale: è stato un pezzo importante della mia crescita.

Il passaggio dal mondo della moda a quello dello spettacolo e del cinema per adulti è stato graduale. Come hai vissuto quella trasformazione?
L’ho vissuta come una scelta di libertà artistica e personale.
Il cinema per adulti è un mondo che spesso viene osservato esclusivamente attraverso il tema della sessualità, mentre per me rappresentava anche la possibilità di confrontarmi con un’immagine di me stessa più consapevole, adulta e provocatoria.
Non ho mai pensato che sensualità e professionalità fossero necessariamente in contraddizione.
La cosa importante, per me, è sempre stata scegliere consapevolmente ciò che volevo fare e non permettere che un’esperienza definisse completamente la mia identità.

Uno degli elementi più originali della tua carriera è la creazione della “pornomagia”. Come nasce questa idea e cosa rappresenta per te unire sensualità e illusionismo?
La pornomagia nasce dall’incontro di due mondi apparentemente lontanissimi ma che, in realtà, hanno qualcosa di molto importante in comune: entrambi lavorano sulla fascinazione.
La magia crea stupore, mistero, curiosità. La sensualità crea attrazione, desiderio, immaginazione.
Io ho cercato di fondere queste due dimensioni creando qualcosa che non fosse semplicemente erotico, ma anche spettacolare e teatrale.
La “pornomagia” è nata quindi dal desiderio di trasformare la sensualità in una forma di intrattenimento diversa, giocando sul mistero, sulla sorpresa e sull’elemento scenico.

Hai definito la pornomagia come un modo per portare l’intrattenimento erotico verso una dimensione più spettacolare e teatrale. Quanto è stato importante per te distinguerti e creare un linguaggio personale?
È stato fondamentale.
Quando percorri una strada già conosciuta rischi inevitabilmente di essere confrontato con chi è venuto prima di te. Io invece ho sempre avuto bisogno di trovare una mia identità.
La pornomagia nasce proprio da questa esigenza: non limitarmi a fare qualcosa, ma chiedermi come poterlo fare in modo diverso.
Per me la creatività significa proprio questo: prendere elementi che esistono già e combinarli in una forma nuova, riconoscibile e personale.

La magia era una tua passione fin da bambina. Cosa significa per te averla trasformata in parte integrante della tua identità artistica?
È una delle cose che considero più autentiche del mio percorso.
La magia mi affascinava già da bambina perché rappresentava il mistero, l’illusione, la possibilità di far credere per qualche istante che tutto fosse possibile.
Con il tempo ho capito che quella passione non era affatto casuale. La magia è rimasta dentro di me e, crescendo, ho trovato il modo di trasformarla in uno strumento artistico.
Mi piace pensare che quella bambina che rimaneva incantata davanti a un’illusione oggi sia ancora presente nella donna che sono.

Hai sempre dichiarato di voler essere considerata anche come attrice e non solo come personaggio legato alla sensualità. Quanto è importante per te la recitazione nel tuo percorso?
È importantissima.
Essere considerata soltanto attraverso la sensualità sarebbe per me estremamente riduttivo.
La sensualità può essere una componente di un personaggio, di un’immagine o di una storia, ma un’attrice deve poter interpretare emozioni, caratteri e situazioni completamente diverse.
La recitazione mi interessa proprio perché permette di entrare in una personalità diversa dalla propria, di esplorare emozioni e lati del carattere che magari nella vita quotidiana non emergono.
Io voglio essere ricordata anche per la capacità di interpretare, non soltanto per il mio aspetto fisico.

Hai lavorato a progetti come “Felicissime condoglianze” e hai anche sperimentato il ruolo di autrice e regista con “La carriola”, ispirata a Pirandello. Cosa ti ha spinto a passare anche “dietro la macchina da presa”?
La curiosità.
Quando lavori per tanti anni davanti alla macchina da presa inizi inevitabilmente a chiederti cosa succede dietro.
Con “La carriola”, ispirata a Pirandello, ho avuto la possibilità di sperimentare una dimensione diversa: non soltanto interpretare, ma pensare alla storia, alla costruzione delle immagini e alla direzione del progetto.
È stato un modo per mettermi alla prova e scoprire quanto fosse complesso trasformare un’idea nella sua realizzazione.

Cosa hai imparato di te stessa lavorando sia davanti che dietro la camera?
Ho imparato soprattutto che nessuno dei due ruoli è facile.
Davanti alla macchina da presa devi avere presenza, capacità interpretativa e controllo delle emozioni. Dietro devi avere una visione, prendere decisioni e assumerti responsabilità.
Stare dietro la macchina da presa mi ha fatto anche apprezzare molto di più il lavoro di tutte le persone che collaborano alla realizzazione di un progetto.
E soprattutto ho capito che essere creativi significa anche accettare di sbagliare e avere il coraggio di sperimentare.

Pochi sanno che hai anche collaborato come intervistatrice e autrice di rubriche. Da dove nasce questa passione per la scrittura e per raccontare le storie degli altri?
Nasce dalla curiosità verso le persone.
Mi ha sempre interessato capire cosa c’è dietro un personaggio pubblico, dietro un’immagine, dietro una carriera.
Quando intervisti qualcuno, se fai bene il tuo lavoro, non ti limiti a raccogliere informazioni: cerchi di arrivare alla persona.
La scrittura mi ha dato inoltre una libertà diversa rispetto all’immagine. Con le parole posso costruire un racconto, esprimere un pensiero, fare emergere una personalità.

Hai intrapreso studi di psicologia. Quanto influisce questo interesse sulla tua capacità di comunicare e di entrare in relazione con il pubblico?
Molto.
La psicologia mi ha sempre affascinata perché significa cercare di comprendere le persone, le loro motivazioni, le loro paure e i loro comportamenti.
Non penso che studiare psicologia significhi necessariamente saper “leggere” le persone, ma sicuramente aiuta a sviluppare ascolto e osservazione.
Anche nel rapporto con il pubblico questa sensibilità è importante. Dietro ogni persona che guarda, commenta o segue un contenuto c’è una storia diversa.
Hai detto in passato che Internet è stato fondamentale per la tua crescita professionale. Come è cambiato nel tempo il tuo rapporto con i social e con le piattaforme digitali?
Internet ha completamente trasformato il mio modo di lavorare.
Quando ho iniziato, il rapporto tra artista e pubblico era molto più mediato. Oggi invece puoi comunicare direttamente con le persone, costruire una community e raccontarti senza necessariamente passare attraverso i mezzi tradizionali.
Allo stesso tempo, il digitale richiede molta più consapevolezza. Devi essere contemporaneamente artista, comunicatore, autore e spesso anche imprenditore di te stesso.
Per me Internet è stato soprattutto uno strumento di libertà: mi ha permesso di sperimentare e di costruire progetti che forse, in un altro periodo storico, sarebbero stati molto più difficili da realizzare.

Uno dei tuoi progetti più interessanti di questo periodo è rivolto alle donne over 40. Perché hai sentito il bisogno di raccontare questa fase della vita femminile?
Perché appartengo a quella generazione e penso che ci sia ancora troppo poca rappresentazione autentica delle donne dopo i quarant’anni.
Per troppo tempo alla donna è stato fatto credere che esistesse una sorta di “data di scadenza” della bellezza, della sensualità e della possibilità di reinventarsi.
Io non ci credo.
I quarant’anni, i cinquanta e gli anni successivi possono essere una fase straordinariamente creativa della vita. Hai maggiore consapevolezza, conosci meglio te stessa e spesso hai finalmente il coraggio di fare ciò che prima non osavi fare.

Cosa significa per te oggi parlare di femminilità, consapevolezza e trasformazione del corpo dopo i quarant’anni?
Significa parlare di realtà.
Il corpo cambia. La pelle cambia, il metabolismo cambia, cambiano le priorità e cambia anche il modo in cui ci guardiamo.
Ma cambiare non significa necessariamente perdere qualcosa.
La femminilità non è una taglia, un numero sulla bilancia o una determinata età. È il rapporto che una donna costruisce con se stessa.
Vorrei che le donne imparassero a guardarsi con meno giudizio e con maggiore curiosità. Non dobbiamo necessariamente tornare a essere quelle che eravamo a vent’anni. Possiamo diventare qualcosa di nuovo.

Hai attraversato tanti mondi diversi: moda, adult, teatro, magia, web, scrittura e anche la direzione di una testata. Come fai a non farti chiudere in un’unica etichetta?
Semplicemente perché non mi sento un’etichetta.
Io sono tutte le esperienze che ho vissuto, anche quelle apparentemente più lontane tra loro.
Se qualcuno vuole definirmi soltanto come modella, attrice, performer o creator, sta scegliendo una parte di me e lasciando fuori tutto il resto.
La mia caratteristica più forte, forse, è proprio la curiosità. Ho sempre avuto bisogno di imparare, sperimentare e reinventarmi.
E credo che la libertà artistica consista anche nel non chiedere il permesso per cambiare strada.

C’è qualcosa che ancora non hai fatto e che ti piacerebbe realizzare nei prossimi anni?
Assolutamente sì. Altrimenti mi annoierei!
Mi piacerebbe continuare a sviluppare progetti legati alla recitazione e alla produzione audiovisiva, approfondire ancora di più la scrittura e creare contenuti capaci di raccontare le donne in maniera autentica.
Mi piacerebbe anche realizzare un progetto più strutturato che unisca alcune delle mie anime: recitazione, sensualità, ironia, magia e narrazione.
E poi c’è un desiderio che considero particolarmente importante: riuscire a dimostrare, attraverso il mio stesso percorso, che non esiste un’età precisa oltre la quale non si possa più ricominciare.

Se dovessi lasciare un messaggio alle donne che, come te, sentono il desiderio di reinventarsi a qualsiasi età, quale sarebbe?
Direi loro di non aspettare che qualcuno dia loro il permesso. La vita non è una linea retta e non esiste un momento in cui dobbiamo necessariamente smettere di cambiare.
Io ho attraversato fasi molto diverse della mia vita professionale e personale e ogni volta ho avuto paura, come tutti. Ma ho continuato a provarci.
Reinventarsi non significa cancellare quello che siamo state. Significa prendere tutto ciò che abbiamo imparato e trasformarlo in qualcosa di nuovo.
E soprattutto direi a ogni donna: non permettere mai che la tua età diventi il limite che qualcun altro ha deciso per te.
Io oggi non voglio tornare indietro. Voglio vedere fin dove posso ancora arrivare.
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