Recensione: L’isola dei cani, Wes Anderson torna al cinema d’animazione

L’amore per il cinema d’animazione da parte di Wes Anderson non è cosa nuova, considerando che in molti ricorderanno un suo exploit in materia rappresentato da Fantastic Mr. Fox, lungometraggio in stop motion con protagonista una volpe doppiata nella versione originale da George Clooney.

Ricorrendo nuovamente agli abitanti del mondo animale, l’autore di Grand Budapest Hotel torna su quei passi creativi realizzando L’isola dei cani, che, come il titolo lascia intuire, ha per protagonisti quelli che sono ritenuti i migliori amici dell’uomo.

Strizzando l’occhio ai cartoni buonisti di tanto cinema disneyano e sfruttando un incipit che richiama alla memoria il classico nipponico come Battle Royale, Anderson mette in piedi una vicenda futuristica ambientata in Giappone, utilizzando, appunto, estetica e contenutistica tipiche dei grandi autori del Sol Levante.

A dar vita, anima e, soprattutto, voce (ma soltanto nella versione originale) ai protagonisti di questo film, una carrellata di volti noti, gran parte dei quali sodali del cinema andersoniano: Bryan Cranston, Edward Norton, Liev Schreiber, Greta Gerwig, Bill Murray, Jeff Goldblum, Bob Balaban, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, F.Murray Abraham, Harvey Keitel, Frances McDormand, Fisher Stevens e Ken Watanabe.

Sono loro le colonne portanti dell’ultima follia sfornata dal regista de I Tenenbaum, in un’immaginaria città giapponese del 2037 dove non è consentito tenere in giro i quadrupedi di cui sopra, a causa di un’influenza canina ritenuta pericolosa per gli abitanti del posto; a tanto che viene deciso di isolarli tutti su un’isola non molto lontana.

Isola su cui possono continuare a vivere per proprio conto, in mezzo ai rifiuti che sporcano la zona, ma anche dove, un giorno, approda il piccolo Atari (doppiato da Koyu Rankin), nipote del sindaco, atterrato con un jet perché alla ricerca del suo cane Spots (Schreiber), lì disperso.

Piccolo Atari che viene aiutato, tra gli altri, dal randagio Chief (Cranston), sebbene il suo passato non sia costellato di bei ricordi nei confronti degli umani; man mano che si procede alla scoperta di nuove amicizie e di determinate realtà, utili per riconciliarsi con la propria esistenza.

E, sebbene l’essere saccente di Anderson nascondesse in maniera evidente un barlume di follia, era difficile pensare che arrivasse a realizzare un lungometraggio come L’isola dei cani, divertente e divertito racconto nipponico che, oltretutto, azzarda ad escursioni tipiche del cinema classico d’Oriente, mischiandolo al suo sguardo personale, non privo di garbato humour.

Certo, una volta assorbiti l’impatto creativo della storia e l’allegoria che ne consegue (inutile non notare richiami alla situazione trumpiana attuale degli States),  poco altro crimane da apprezzare, considerando che l’operazione tenda a strafare quando comincia a creare sottotrame varie nel mezzo del plot principale (le vicissitudini burocratiche della combattiva Tracy, gli intrallazzi politici dell’ambiguo sindaco nipponico).

Aspetto che genera lungaggini di troppo, ritardando l’atteso finale che può comunque ritenersi all’altezza, sebbene neanche così inaspettato.

Quindi, con L’isola dei cani si può anche rimanere ammaliati, affascinati e divertiti, in quanto spettacolo originale, ma sarebbe stato meglio che Anderson si fosse limitato a parlare dello scontro uomo/cane, anziché rendere eccessivamente ambizioso lo script steso insieme a Konuchi Nomura, Jason Schwartzman e Roman Coppola).

Mirko Lomuscio