Nella primavera del 1945, mentre l’Europa brucia negli ultimi spasmi della Seconda Guerra Mondiale, nell’isola di Amrum, nel mare del nord, la guerra si combatte nelle case, nelle proprie famiglie.

È in questo contesto che Fatih Akin ambienta Amrum, distribuito in Italia con il titolo L’isola dei ricordi, film che sorprende per la delicatezza e per la profondità con cui riesce a guardare l’orrore della storia attraverso gli occhi di un bambino.

Il dodicenne Nanning (Jasper Billerbeck) vive sull’isola di Amrun, lavora come aiutante agricolo nei campi. Vede gli aerei alleati sorvolare il cielo. Vede arrivare profughi tedeschi in fuga dalle zone occupate e sente che qualcosa sta per cambiare. Tessa (Diane Kruger), la responsabile, dice qualcosa che tutti pensano ma che nessuno ha il coraggio di ammettere: la guerra sta per finire. La sua affermazione è tanto semplice quanto temeraria. Dichiarare pubblicamente che la guerra sta finendo, sembrerebbe un’ovvietà ma in quella comunità ancora aggrappata all’ideologia nazista equivale ad una dichiarazione di guerra. Le conseguenze sono immediate, Hille (Laura Tonke), la madre di Nanning, denuncia Tessa: per lei, fervente fascista in attesa del quarto figlio, quella frase è come una vergogna insopportabile, una ferita all’onore familiare.

Il marito è nell’esercito e la fine della guerra è come condannarlo a morte. Quando la notizia della morte di Hitler arriva, la madre ne è così sconvolta da entrare in travaglio, partorisce ma non si riprende. La sua mente non accetta che tutto ciò in cui credeva sia crollato. Ed è qui che il lungometraggio compie il suo salto di qualità più importante. L’isola dei ricordi non è semplicemente un film sulla fine della guerra, né un racconto di formazione nel senso più tradizionale del termine. È una riflessione lucida su quanto i totalitarismi si sedimentino nelle persone, su come l’ideologia non sparisca con la firma di una resa, ma continui a vivere nei corpi, nelle paure, nei silenzi. Nanning, nel tentativo di aiutare la madre a riprendersi, cerca il suo cibo preferito, pane bianco con burro e miele, e in questa ricerca fa una scoperta dolorosa: i suoi genitori, che lui aveva sempre considerato persone rette e quasi perfette, non aiutarono lo zio Theo perché quest’ultimo si era innamorato di una ragazza ebrea.

Arriva l’8 maggio del 1945 e l’esercito tedesco dichiara la resa incondizionata. Ora tutti dovranno fare i conti con il passato. L’isola dei ricordi non urla, non esibisce l’orrore ma sceglie la via più difficile e più onesta: mostrare come la guerra trasformi le persone e come quelle trasformazioni non spariscano con l’armistizio. Fatih Akin, regista tedesco-turco, è noto soprattutto per La sposa turca e Soul kitchen, opere in cui la sua voce autoriale si esprime in modo totale, dalla scrittura alla regia. L’isola dei ricordi è uno dei rari casi in cui il regista parte da materiali altrui, eppure riesce nell’impresa non scontata di farlo diventare completamente suo. Il suo stile è riconoscibile, la capacità di muoversi tra intimità e storia, tra il respiro lungo di un’epoca che cambia.

Sara Gentili

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