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Nell’arte il potere della connessione emotiva può emergere nei modi più inaspettati, come racconta l’intervista con il cantautore STRE. In un dialogo intimo, STRE condivide la genesi della sua ispirazione dietro una canzone nata dall’immagine di uno spaventapasseri in una serie TV. Attraverso questo personaggio insolito, STRE esplora il tema della diversità e dell’accettazione, offrendo un messaggio di empatia e riconoscimento a chi si sente “diverso”. La sua esperienza di interpretare lo spaventapasseri nel videoclip è stata un viaggio di sudore, creatività e realizzazione personale, che ha arricchito ancora di più il significato del brano.

INTERVISTA A STRE

STRE, cosa ti ha colpito così tanto dell’immagine dello spaventapasseri in quella serie TV da spingerti a scrivere una canzone su di esso?

Non saprei bene risponderti, penso solo che a volte ci si riconosce nell’altro, anche quando l’altro è un personaggio insolito. Forse mi sono sempre sentito un po’ disagiato, un po’ diverso: nel look, nel modo di vestire, nel modo di essere. E questa figura che, in teoria, dovrebbe spaventare — proprio come mi sono sentito io tante volte, soprattutto in adolescenza — in realtà aveva qualcosa di profondamente tenero. Mi colpiva la sua dolcezza nascosta, la ricerca d’affetto, quel suo stare perennemente con le braccia divaricate come se cercasse un abbraccio. Metaforicamente ho sentito una connessione immediata.

Hai menzionato che il brano è nato da un’urgenza creativa. Ci sono altri momenti nella tua carriera in cui hai sentito un impulso simile a creare? E come gestisci questi momenti di ispirazione improvvisa?

Sì, quasi sempre. Quasi tutte le mie canzoni nascono da un pensiero improvviso, da una scintilla creativa, dal bisogno di comunicare un’emozione legata a un momento preciso.
Come gestisco questi impulsi? Scrivo subito. Non aspetto, non rimando. A volte la scintilla dura letteralmente pochi secondi e se non la inseguo nell’istante in cui arriva rischio di perderla per sempre. Quindi credo di gestirli semplicemente non perdendo la palla al balzo. Ho migliaia di testi scritti sul cellulare e migliaia di note audio, la maggior parte diventano poi canzoni.

Il protagonista della canzone è uno spaventapasseri che rappresenta la fragilità e la forza di chi si sente incompreso. Qual è il messaggio principale che desideri trasmettere a chi si sente allo stesso modo?

In realtà non scrivo una canzone per trasmettere un messaggio ma per comunicare un’emozione: come mi sono sentito io in quel momento. Poi ognuno ci legge il suo significato.
Detto questo, forse il messaggio implicito nel brano è: non siamo soli. Non sei solo.
Ci sarà sempre qualcuno in grado di riconoscere la tua unicità, le tue stranezze, la tua comicità involontaria… e magari proprio per quelle cose ti amerà ancora di più. La diversità non è un difetto: è un valore aggiunto.
A volte ci piace qualcuno completamente diverso da noi, ed è bellissimo così. Credo che la canzone dica proprio questo: dare valore alla diversità e imparare ad accoglierla — e a lasciarsi accogliere — con le braccia aperte, proprio come fa lo spaventapasseri.

Nel videoclip interpreti uno spaventapasseri che canta e balla tra il grano. Come hai vissuto questa esperienza? E qual è stato il momento più significativo durante le riprese?

L’ho vissuta bene, come una piccola realizzazione personale. È stato divertente, una soddisfazione. Ma allo stesso tempo… devastante. Indossavo una salopette tipo flanella, a maniche lunghe, con i guanti, sotto il sole in pieno agosto e con un cappello in testa: ho grondato sudore e disagio per ore.
Paradossalmente, però, questa fatica mi ha fatto entrare ancora di più nella parte. Nella canzone dico “il sole mi picchia”, e quel giorno lo picchiava davvero. Quasi un martirio necessario.

Il momento più significativo? Proprio quello: rendermi conto che stavo mettendo in scena una sofferenza simbolica, e che paradossalmente dovevo sentirla anche fisicamente per restituirla bene.
Non ti dico poi quanto ho sofferto nelle scene in cui corro… tra il caldo e il fatto che sono poco atletico, è stato un delirio. Da quel giorno ho capito che forse devo iniziare a fare un po’ di sport (ride).

Ma più di ogni singolo momento, è stato significativo in generale interpretare quel personaggio. Da bambino amavo lo Spaventapasseri del Mago di Oz: voleva spaventare ma era lui il primo spaventato al mondo. Ritrovarmi lì, in quel campo, a dargli vita, per me è stato un cerchio che si chiudeva.

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