Quasi sessant’anni dopo Lo straniero, diretto nel 1967 da Luchino Visconti e con protagonista Marcello Mastroianni, Lo straniero, il celebre romanzo di Albert Camus da cui il film prese le mosse (stiamo parlando del terzo libro francese più venduto nel mondo dopo Il piccolo principe e Ventimila leghe sotto i mari) torna ad essere trasposto su grande schermo grazie al parigino François Ozon, esperto nel trattare l’introspezione umana, ma anche la criminologia.
Dopo un piccolo prologo che mostra come è cambiata Tangeri sotto il dominio francese tra il XIX e il XX secolo, la storia si sposta al 1938, anno di uscita al cinema del film Le Schpountz di Marcel Pagnol, con protagonista Fernandel.

In una prigione della capitale algerina viene portato, all’interno di una cella comune fino a quel momento piena solo di autoctoni, un giovane uomo bianco di nome Meursault (Benjamin Voisin). Uno dei carcerati si avvicina a lui per chiedergli il motivo per cui è stato portato dentro, e il protagonista risponde senza troppi indugi: ho ucciso un arabo. Ma come è successo, e perché lo ha fatto? Bisogna tornare indietro di qualche settimana per provare a dare delle risposte a queste domande. Se Lo straniero di Albert Camus è un romanzo che dopo quasi ottantacinque anni continua ad essere così tanto apprezzato in tutto il mondo, lo si deve soprattutto a questo motivo: è un racconto esistenzialista capace come pochi di far interrogare il lettore sulla natura umana.

Un personaggio come quello di Meursault si addice particolarmente al cinema del prolifico Ozon, che un paio di anni fa ci ha regalato un personaggio molto simile, ossia quello della Michelle Giraud interpretata da Hélène Vincent in Sotto le foglie. Benjamin Voisin è bravissimo nell’interpretare Meursault, capace soprattutto con lo sguardo di rappresentare un uomo perennemente annoiato ma, al tempo stesso, inquietante, una pentola a pressione in procinto di scoppiare da un momento all’altro. Oggi verrebbe definito con il termine “malessere”, e il suo rapporto con la bella Marie Cardona (Anna Karina) è esplicativo di tutto questo. Lo straniero 2025 è dunque un film che riesce ad essere più moderno rispetto alla matrice originale e alla precedente trasposizione. Non solo per queste tematiche sociali, ma anche e soprattutto per via di una intelligente critica al colonialismo e al razzismo dei francesi di quel periodo storico.

Il maggior spazio dedicato alla sorella della vittima è poi fondamentale per evidenziare quanto fosse poco importante per la società francese la vita della popolazione locale da tempo assoggettata, così come Tangeri è una città in cui le discriminazioni sono decisamente istituzionalizzate, con ghettizzazioni non diverse dal Sudafrica dell’apartheid e dagli Stati Uniti prima di Martin Luther King. Girato in bianco e nero per rendere ancor più noir l’ambientazione, Lo straniero di François Ozon ha già ottenuto importanti riconoscimenti come il Premio César 2026 per il miglior attore non protagonista a Pierre Lottin, dallo straordinario physique du rôle nell’interpretare personaggi violenti come quello di Raymond Sintès, migliore amico del protagonista e, in qualche modo, principale colpevole dell’omicidio.
