L’Ombra del Lupo di Alberto Gelpi

L’Ombra del Lupo è un film italiano del 2020, prima regia dell’artista degli effetti speciali Alberto Gelpi, che decide di trasporre sullo schermo una leggenda ciociara che si racconta soprattutto ad Alatri, set principale del film. Come già si intuisce dal titolo, dietro la leggenda fa capolino il mito archetipico dell’Uomo Lupo, che nell’antica Alatri veniva usato come spauracchio per i bambini, per non farli ritornare tardi la sera e non farli aggirare nei boschi da soli. Le premesse per un buon film sembrano esserci quindi, unite anche al fatto che nel cast troviamo due nomi di spicco del cinema italiano ed internazionale quali Maria Grazia Cucinotta e Christopher Lambert, ed alla sceneggaitura il talentuoso Alessandro Riccardi, che la scrive assieme a Viviana Panfili.

Nico, un giovane poliziotto, rientra ad Alatri dopo un lungo periodo di assenza per vegliare la madre, ridotta in fin di vita da una malattia fulminante ed all’apparenza inspiegabile. Qui ritrova gli amici e la ex fidanzata di un tempo, che non gli hanno mai perdonato del tutto quella che a loro è sembrata una vera e propria fuga. Nico si giustifica dicendo che è fuggito dalla madre, che gli ha sempre detto un sacco di bugie, tenendogli segreti su tutto, incluso suo padre, che lui non conosce. Nei giorni del ritorno di Nico, ad Alatri cominciano ad avvenire inquietanti delitti: nei boschi vengono ritrovati cadaveri orribilmente squartati, e la polizia sospetta di lui a causa del suo temperamento irascibile e violento. Grazie all’aiuto di Alba, che è sempre stata innamorata di lui nonostante la separazione, e dell’enigmatico prof. Moreau, Nico scoprirà i lati oscuri del suo passato ed incapperà in un presente ancora più sordido e spaventoso.

Come vi dicevo, gli ingredienti per tirare fuori qualcosa di buono, nonostante il low budget, Gelpi li ha tutti, a partire dalle suggestive locations. Io amo molto il cinema indie italiano perché rende spesso il luogo protagonista dell’azione, e non un semplice sfondo senza anima. E questi luoghi laziali, bellissimi ed inquietanti allo stesso tempo, un’anima ce l’hanno eccome. A partire da Alatri, coi suoi vicoletti e le sue scalinate, ripresa anche dall’alto in tutta la sua bellezza; il capoluogo di provincia, Frosinone, di cui vengono usati anche alcuni locali della sede comunale; il bellissimo bosco Faito, reso ancora più affascinante dalla splendida fotografia di Roberto Lucarelli, che si trova nel comune ciociaro di Ceccano; l’arroccato paesino di Patrica, sempre in provincia di Frosinone. Viene voglia, dopo la visione del film, di fare un bel giretto nella zona, il che non è poco a ben guardare. Altro punto forte del film sono i nomi delle special guest, che sono certo un ottimo apripista per un regista alla sua opera prima. Maria Grazia Cucinotta, purtroppo, ha un ruolo molto secondario, sebbene di primaria importanza: è infatti Eleonora, madre di Nico, la quale però si limita a giacere per tutto il tempo in stato di semi incoscienza in un letto d’ospedale, ed è quindi un po’ sprecata. Più affascinante ed intrigante è invece il personaggio di Christopher Lambert, il prof. di biologia Moreau, il quale svela molti segreti tenuti nascosti sotto la cenere per molti anni: il suo nome non è certo casuale, infatti gli appassionati di horror non possono non associarlo al protagonista del romanzo di fantascienza del 1896 di H.G. Wells L’isola del dottor Moreau, nel quale un mad doctor si rintana su un’isola lontana da tutto e da tutti per poter praticare i suoi folli esperimenti unendo insieme uomini ed animali. Il personaggio di Lambert non è tuttavia paragonabile allo scienziato pazzo di Wells, sebbene il suo coinvolgimento nella vicenda del padre di Nico non lo renda completamente innocente.

Purtroppo però, nonostante la misteriosa leggenda del folklore ciociaro, i nomi del cast, la bella fotografia, la discreta regia e la suadente colonna sonora eseguita da un’orchestra, il film ha qualcosa che non va, e non convince del tutto. Prima di tutto la recitazione lascia alquanto a desiderare: il protagonista, Raniero Monaco di Lapio, nonostante una discreta carriera sia in ambito cinematografico che televisivo, non pare essere entrato per niente nel personaggio, regalandoci una recitazione fredda e fintissima, che non ci permette di empatizzare in alcun modo con lui; Marianna di Martino è già un po’ più credibile nel ruolo di Alba, ma eccede nel pathos, rendendosi un po’ troppo teatrale ed a volte quasi grottesca e patetica, nonostante abbia senza dubbio delle discrete doti recitative. E lo stesso si può dire di qualsiasi altro attore del cast, tutti un po’ forzati e quasi a disagio, eccetto forse, se si escludono ovviamente la Cucinotta e Lambert, Elisabetta De Vito, che ricopre l’ambiguo ruolo di Maria, sedicente amica di Eleonora che si rivelerà ben diversa da quella che vuole farci credere…  Oltre alla scarsa recitazione, il film ha un ritmo che non convince, e spesso si arena e stagna su se stesso, incrinando così il pathos e portandoci a perdere l’attenzione, cosa che non dovrebbe capitare in un horror travestito da thriller, che dovrebbe quindi prendere gli elementi più interessanti di entrambi i generi. Gelpi cerca di fare un buon lavoro, ed a tratti ce la fa, ma l’opera non riesce ad essere completamente organica, manca qualcosa, qualcos’altro stona, e non si ha mai realmente paura, sebbene un senso di inquietudine serpeggi nelle belle riprese boschive. L’idea di suggerire ma non mostrare mai realmente il lupo è apprezzabile, perché con un budget ridotto sarebbe stato impossibile portare in scena creature come quelle di Joe Dante o John Landis. La paura solo suggerita spesso trasmette più ansia ed angoscia di un mostrone di celluloide mostrato in tutta la sua bruttezza, basti pensare a un gioiello del nostro cinema di genere attuale come Across the River di Lorenzo Bianchini, dove sono solo le atmosfere e le locations a farci gelare il sangue nelle vene, senza bisogno di tanti baubau. Gelpi quindi prova a farci spaventare non mostrandoci, e sebbene la scelta all’inizio risulti interessante, tuttavia a lungo andare diventa ripetitiva, non si reinventa, ed alla fine non fa più né caldo né freddo perché ci si aspetta che tutto avvenga esattamente come avviene.

Certo, qualche colpo di scena il film ce l’ha, uno fra tutti il risvolto ecologista della pellicola, che porta l’opera su un ulteriore terzo binario, quello dell’eco-vengeance: non posso anticiparvi nulla, per non rischiare lo spoiler, ma questa nuova tematica che si inserisce prepotentemente verso la fine ci spiega un bel po’ di cose rimaste in sospeso durante la visione, ed è una nota di merito nei confronti dello sceneggiatore (e anche produttore) Alessandro Riccardi, che vuole inserire un tocco di originalità nella storia ormai conosciuta del lupo mannaro, modificando quindi, pro arte, anche il folklore locale. Tuttavia, e scusatemi se sono un po’ troppo polemica, trovo che alla fine si sia voluta mettere un po’ troppa carne al fuoco, rischiando di farci perdere di vista quello che è il vero focus della storia: la paura, che purtroppo, ahimè, risulta essere assai carente. Quando poi viene mostrata la casetta nel bosco si sconfina addirittura nel territorio della fiaba, una fiaba dark, certo, ma pur sempre una fiaba, ed allora il calderone diventa proprio completo.

L’Ombra del Lupo è quindi bocciato? Assolutamente no. Gelpi fa del suo meglio coi mezzi a sua disposizione, e come amante e sostenitrice dell’indie italiano non posso che apprezzare il lavoro svolto, tuttavia è giusto anche sottolineare i limiti di una produzione come questa, che è un po’ una mezza occasione sprecata viste le ottime pallottole che aveva in canna e che non ha saputo sfruttare appieno. Inoltre ho trovato quantomeno forzata l’idea di far parlare alcuni personaggi in inglese mentre gli altri parlano tutti in italiano, e le vicende si svolgono chiaramente in Italia: all’inizio si fa cenno ad una fantomatica base NATO, ma a che pro? Che cosa dovrebbe dare in più alla storia? E’ un tocco di esterofilia che sinceramente non ho né capito né apprezzato, probabilmente per un mio limite. Insomma, il tutto prende il via dalle leggende dei pastori maledetti dell’Antica Alatri, che nelle notti di luna piena assumevano sembianze di lupi e divoravano i malcapitati che sopraggiungevano loro a tiro e le loro stesse greggi: perché non si poteva pensare di sviluppare questa tematica così affascinante senza andare a scomodare la Nato, i poliziotti corrotti o i blood diamonds? L’idea è che Gelpi abbia voluto un tantino strafare, come tanti giovani ricchi di idee e di talento spesso fanno…forse sarebbe stato meglio concentrarsi su una e lasciare le altre per ulteriori produzioni future, che gli auguro possano essere infinitamente numerose. Chissà, magari era proprio uno spunto per invertire l’usuale concetto di bene/male che il regista cercava, ed allora si è affacciato all’eco-thriller….ripeto, le intenzioni, il cuore e l’impegno ci sono tutte, ma è la coesione che purtroppo a tratti viene a mancare, rendendo il prodotto finale buono ma non completamente convincente.

 

https://www.imdb.com/title/tt5139362/

 

 

 

Ilaria Monfardini