L’amarezza può diventare una posa letteraria piuttosto comoda, soprattutto quando viene trasformata in compiacimento del dolore. In Amari versi e dolci rime, Lorenzo Cristallini sembra scegliere una strada differente: il disincanto viene riconosciuto come parte dell’esperienza umana, senza pretendere di cancellarlo, mentre la poesia interviene per modificarne la consistenza. L’immagine proposta nella presentazione della silloge è significativa: un caffè amaro bevuto davanti al mare mentre il tramonto, anziché sancire una fine, lascia intravedere una rinascita. Proprio questa capacità di mantenere insieme oscurità e luce permette un accostamento meno scontato di quanto possa sembrare con la scrittura musicale di Dolly Parton, artista lontanissima per lingua, cultura e tradizione, ma capace di compiere nelle sue canzoni un’operazione sorprendentemente affine: prendere una ferita e impedirle di avere l’ultima parola.
Il punto d’incontro più interessante non riguarda quindi il genere artistico, perché da una parte troviamo la poesia italiana contemporanea e dall’altra una delle grandi tradizioni del songwriting americano, bensì il modo in cui un’esperienza difficile viene restituita al lettore o all’ascoltatore. Cristallini affronta l’amarezza senza negarla e, secondo la presentazione editoriale della raccolta, la accompagna con umorismo e dolcezza, fino a trasformare idealmente le lacrime in rime. Dolly Parton ha descritto in maniera molto concreta un processo analogo parlando di Coat of Many Colors: il brano nasce da un episodio doloroso della sua infanzia, quando venne derisa per il cappotto cucito dalla madre utilizzando pezzi di stoffa, e la cantautrice ha raccontato che trasformare quel ricordo in una canzone le permise di liberarsi almeno in parte della ferita e di convertirla in un messaggio di comprensione e accettazione.
La distanza fra i due autori rimane evidente, ed è proprio questa distanza a rendere il confronto fertile. Cristallini parte da un’amarezza che nella descrizione della sua poetica assume una dimensione esistenziale, quasi permanente; Parton tende invece a incarnare i conflitti in storie, persone, lavori, addii e memorie familiari. Eppure entrambi rifiutano una rappresentazione del dolore che abbia bisogno di gridare continuamente per risultare credibile. Coat of Many Colors, per esempio, non insiste sulla crudeltà subita dalla bambina per strappare commozione all’ascoltatore: secondo l’analisi conservata dalla Library of Congress, la forza del brano dipende anche dalla scelta di non cedere al sentimentalismo esasperato, concentrandosi piuttosto sul valore che l’amore materno riesce a conferire a qualcosa che, materialmente, vale pochissimo. Nella poetica attribuita a Cristallini accade qualcosa di paragonabile quando l’amarezza smette di essere soltanto una condanna e diventa materia dalla quale ricavare quelle “dolci rime” annunciate fin dal titolo.
Un’altra corrispondenza emerge da I Will Always Love You, spesso ricordata attraverso interpretazioni successive ma scritta da Dolly Parton come commiato da Porter Wagoner, con il quale aveva lavorato per anni prima di scegliere una carriera maggiormente indipendente. Parton ha spiegato che il senso della canzone era insieme affettuoso e definitivo: riconoscere ciò che quella relazione professionale aveva significato, augurare il bene all’altra persona e contemporaneamente affermare la necessità di andare via. La dolcezza, in questo caso, non cancella la separazione e non addomestica la decisione; diventa piuttosto il linguaggio con cui una frattura può essere guardata senza trasformarsi in rancore. È una tensione che dialoga bene con Amari versi e dolci rime, dove l’elemento dolce non sembra avere il compito ingenuo di correggere quello amaro, ma di convivere con esso e renderlo pensabile.
Persino l’umorismo, che potrebbe apparire secondario davanti a temi così profondi, assume un ruolo decisivo. La presentazione della silloge attribuisce esplicitamente a Cristallini una verve capace di mescolare amarezza e sorriso, mentre Dolly Parton ha costruito una parte importante della propria scrittura e della propria immagine pubblica sulla capacità di usare l’ironia senza trasformarla in superficialità. L’origine di Jolene ne offre un piccolo esempio: raccontando l’episodio della cassiera di banca che attirava particolarmente l’attenzione di suo marito, Parton ha saputo ricordare la situazione con una battuta sulla frequenza delle visite in banca rispetto al denaro posseduto dalla coppia. La canzone, tuttavia, conserva una vulnerabilità autentica, perché la donna che parla non si costruisce una superiorità artificiale sulla rivale e non nasconde la propria paura. L’ironia resta accanto alla fragilità invece di eliminarla.
Anche 9 to 5 permette di comprendere quanto l’umorismo possa diventare una forma di lucidità. Scritta per il film omonimo, la canzone nasce da un ritmo che Parton ottenne battendo le unghie come se riproducessero il suono delle macchine da scrivere e affronta le frustrazioni quotidiane del lavoro subordinato con energia, mordente e immediata riconoscibilità. Il sito ufficiale dell’artista sottolinea come proprio la capacità di parlare dell’esperienza comune di chi lavorava negli uffici e nelle fabbriche abbia contribuito alla forza del brano. L’amaro, dunque, può anche avere ritmo, ironia e leggerezza senza perdere il proprio contenuto critico: una prospettiva che aiuta a leggere meglio anche quella combinazione di disincanto e umorismo indicata come caratteristica della poesia di Cristallini.
Il legame più suggestivo arriva però con Light of a Clear Blue Morning. La canzone di Parton attraversa metaforicamente una lunga notte e una dura lotta per raggiungere la percezione di un giorno nuovo; ancora oggi il sito ufficiale dell’artista la presenta come un brano legato alla speranza, alla guarigione e alla possibilità di vedere nuovamente la luce dopo una fase difficile. Qui il dialogo con l’immagine conclusiva utilizzata per raccontare Amari versi e dolci rime diventa particolarmente intenso. Il tramonto di Cristallini non coincide con la morte del sole, perché proprio nell’attimo che sembrerebbe annunciare la fine viene individuato un principio di rinascita; la mattina limpida di Parton nasce, allo stesso modo, dopo aver attraversato la notte e conserva proprio per questo il peso di ciò che l’ha preceduta.
Ridurre entrambi a una generica poetica della speranza sarebbe però impoverirli. La speranza senza memoria del dolore rischia di diventare decorativa, mentre in queste due esperienze artistiche assume valore perché non pretende di riscrivere ciò che è accaduto. Cristallini lascia che l’amarezza rimanga riconoscibile dentro la dolcezza della rima; Parton conserva nelle sue canzoni povertà, paura, distacco, fatica e vulnerabilità senza permettere che definiscano interamente il destino dei personaggi o della voce narrante. Il loro possibile punto d’incontro si trova proprio in questa zona intermedia, dove l’arte non promette una vita priva di ferite ma può cambiare il modo in cui quelle ferite vengono portate.
Amari versi e dolci rime suggerisce già nel titolo che le due dimensioni non debbano necessariamente escludersi. Dolly Parton, attraverso decenni di scrittura, ha dimostrato qualcosa di simile usando strumenti completamente diversi: una storia dolorosa può diventare memoria condivisa, un addio può conservare amore, la fatica può trovare ironia e una notte particolarmente lunga può contenere l’annuncio del mattino. Lorenzo Cristallini affida questa trasformazione alla poesia, facendo del disincanto una materia da interrogare invece che una sentenza da subire. È forse proprio qui che versi italiani e country songwriting americano riescono davvero a parlarsi: nel momento preciso in cui l’amaro rimane amaro, ma trova finalmente una forma capace di renderlo umano.