Avvezza sia sul piccolo sia sul grande schermo ad anteporre la schietta crudezza oggettiva alla presunta sensibilità soggettiva, per esibire ed esplorare le dinamiche disfunzionali in seno alla famiglia e le condizioni di vita spesso svilite dall’ipocrisia delle istituzioni sulla scorta dell’egemonia dell’antiretorica sull’enfasi di maniera, senza per questo rinunciare a ingraziosire il timbro intimistico correlato agli esami comportamentistici ricorrendo sin dal debutto dietro la macchina da presa con Lullaby alla cosiddetta poesia dello sguardo, l’ambiziosa regista Alauda Ruiz de Azúa in Los domingos cerca di mettere definitivamente a punto la forza significante degli eloquenti silenzi. Che, spesso e volentieri, comunicano più delle mere mitragliate di battute ad appannaggio degli apologhi sulle incomprensioni domestiche e sociali col sovraddosaggio dialogico sugli scudi.
La tecnica di ripresa, già imperniata nella serie televisiva Querer sul lavoro di sottrazione d’ascendenza bressoniana per svelare la violenza insinuata nell’alcova tramite la calibrata tensione scenica scevra dall’inidonea estremizzazione delle passioni, torna dunque di nuovo alla carica. La vocazione religiosa, equiparabile a una chiamata d’amore verso Dio ed ergo spirituale, è scandagliata nondimeno dal punto di vista laico. Ragion per cui il racconto dai timbri pacati tende ad analizzare unicamente da un’unica prospettiva, con buona pace del pluralismo dei punti di vista, il drastico mutamento di paradigma sul versante esistenziale. Rilevato comunque, palmo a palmo, dall’opportuna distanza profilmica.

L’attitudine a dividere la dinamica spaziale in visibile e in invisibile consente sin dall’incipit di conferire al clima di complicità femminile stabilito nella penombra a un tiro di schioppo dalla maggiore età l’appeal dell’enigma. Accorpato, anziché agli sviluppi imprevisti dei film gialli e al dinamismo dell’azione d’un thriller psicologico, alla contemplazione del reale. Concernente l’osservazione attraverso uno stato sulla carta di quiete della presunta chiamata interiore. Che sembra ghermire la diciassettenne Ainara, orfana di madre, mentre canta nel coro della chiesa locale. Anche se l’incrociarsi successivo degli sguardi la catapulta estemporaneamente tra le lenzuola insieme all’imberbe bellimbusto di turno. Per la felicità della ruvida ed energica zia Marie. Ben lungi dal credere in ciò che non si vede. La qualità della rappresentazione è affidata nella fattispecie alla forza significante dei suoni intradiegetici. Soprattutto quelli emanati nella dimora del Signore. Lo scopo dichiarato di Alauda Ruiz de Azúa risiede nell’esporre in filigrana la fonte d’affetto incondizionato appaiata ai vincoli di sangue che trascendono le opinioni agli antipodi circa la Fede in ciò che non si vede. Ma si avverte nei meandri dell’anima. In tal senso la crudezza oggettiva, che in veste di tono predominante coglie gli spicchi di realtà legati alla definizione dell’identità concepita dal genere coming of age attinto dalla fabbrica dei sogni ai canonici romanzi di formazione, basta e avanza ad assorbire qualsivoglia sfumatura d’inverosimiglianza ravvisabile negli incubi a occhi aperti riducendo all’osso il vibrante processo di cambiamento ivi congiunto. Approfondito dall’attitudine ad accoppiare alle modalità esplicative le modalità d’insight del percorso di crescita. Che agisce come un “teatro della mente” sedotta dall’esperienza ascetica ghermita dall’osservazione esterna dell’alacre macchina da presa.

Il governo degli spazi al chiuso, dai corridoi di casa a Bilbao alla scoperta dell’alterità all’interno del convento di clausura dove nonostante le tentazioni della carne e le reprimende sottobanco dei propri cari l’avventizia protagonista intende suggellare la decisione radicale, risulta assai persuasivo. Al contrario la geografia emozionale, necessaria a portare ad effetto gli esami comportamentistici connessi al sentimento d’appartenenza al territorio basco scalzato step by step dal crescente bisogno di raccoglimento catturato da copione dai prevedibili primi piani frammisti ad alcuni long take invece d’indubbio spessore, veleggia in superficie. A dispetto della sobria efficacia dei piani-sequenza relegati a immergere gli spettatori nell’isolamento di Ainara. Interpretata con sorprendente disinvoltura dalla misurata ed empatica Bianca Soroa. Il cui gioco fisionomico, col volto ora assorto nell’attrazione della vita consacrata ora distratto dall’imminente approdo all’età adulta non esente dai volubili cambi di rotta alieni alla piena consapevolezza di sé, varrebbe da solo il prezzo del biglietto se sul piatto della bilancia lo spettacolo subalterno garantito dalla psicotecnica recitativa prevalesse sullo spettacolo principale stabilito dalle soluzioni stilistiche ed espressive predisposte in cabina di regìa. Che viceversa stentano alla prova del nove ad andare oltre la curiosità suscitata ai tempi dell’università frequentata da Alauda Ruiz de Azúa in gioventù dalla compagna di studi decisa a prendere i voti richiesti dalle opere di apostolato innescando il diniego del nido domestico. La contrarietà del perplesso padre incarnato con la debita solerzia introspettiva dall’abile Miguel Garcés paga dazio lo stesso ad alcuni passaggi programmatici.

Incapaci di garantire gli sviluppi narrativi imprevisti in grado di ricavare linfa dalla sua compiuta destrezza mimica per connettere le situazioni di evidente disagio, dovuto al sospetto d’una surrettizia manipolazione perpetrata dal gregge costituito dalle suore del convento di clausura, al trapasso dallo scetticismo alla comprensione. Neanche sfiorata dalla regredita Patricia López Arnaiz, immemore della toccante ed esauriente performance fornita in 20.000 specie di api, nel ruolo dell’indispettita zia. I troppi “non detti”, racchiusi nei silenzi sprovvisti dell’ausilio dei nervi tirati allo spasimo nella didascalica fase di discernimento, vanno inesorabilmente a caccia di grilli. Impedendo al labile rigore formale di allinearsi all’inane scandaglio contenutistico. A corto dell’arguzia di togliere al visibile per aggiungere all’invisibile e riverberare il mistero, o l’intrigo che dir si voglia dal punto di vista ateo, relativo alla scelta di Ainara. Che, ritenendo le domeniche dedicate all’appuntamento con la messa dei futili momenti di scarsa condivisione all’insegna dell’apparente identità familiare cristiana, resta assolutamente risoluta a servire il Padreterno ogni giorno della settimana dalla mattina alla sera. Los domingos, tralignando quindi la purificazione dello sguardo nel ritmo stagnante dell’infertile ossessione, chiude in passivo lo scontato diario emotivo. L’interazione tra dilemmi ed enigmi di facciata si arena così nell’impasse del riduzionismo psicologico. Costretto, senza l’imprescindibile supporto dell’accorta sensibilità soggettiva, a nascondere alla bell’e meglio il deleterio patetismo. Rintracciabile nell’involuzione della trascinante sospensione nella soporifera conversione.
