Lou von Salomé: Cordula Kablitz-Post racconta la vita della filosofa, scrittrice e psicanalista

La “recerche du temps perdu”, cara a Marcel Proust, torna ad animare il bisogno di congiungere la capacità di presa immediata, conforme all’immaginazione del pubblico dai gusti semplici, all’aura contemplativa caldeggiata dagli altezzosi seguaci delle scienze umane. Il punto di convergenza tra le due polarità fa, però, un vano di giro di boa col biopic Lou von Salomé.

La regista tedesca Cordula Kablitz-Post, avvezza alla registrazione nuda e cruda degli eventi ad appannaggio dei documentari privi d’estro, applica in pieno la formula, assai convenzionale, secondo cui i momenti epocali investono il privato.

Risulta così un’impresa ardua, se non impossibile, vincere la sfida dell’intelligenza, riuscendo ad allargare gli spazi dell’immaginazione, sulla falsariga del nostro Sergio Leone in C’era una volta in America.

La scrittura per immagini posta in essere, lungo un arco che ripercorre le fasi salienti dell’esistenza dell’anziana protagonista, raramente riesce a convertire i motivi figurativi in motivi introspettivi.

La rievocazione degli anni verdi, al crepuscolo dell’Ottocento, a dispetto della convincente prova dell’intensa Katharina Lopez nei panni di Lou, all’apice dell’attività come psicoanalista, trae poca linfa dal superfluo vedutismo che manda a carte quarantotto la pretesa di aggiungere all’assunto la forza significante della geografia emozionale.

Il carattere sbrigativo, attenuato dal ricorso al bianco e nero per inchiodare l’attenzione degli spettatori  – piu attenti alla forma che alla sostanza –  nei riguardi dei ricordi dell’infanzia a San Pietroburgo, trascina nella scontatezza pure il rapporto d’intesa con i filosofi passati alla storia.

Il triangolo amoroso, anziché contribuire ad accrescere lo spirito anticonformista della donna intenta a farsi rispettare in un mondo di maschi, sull’esempio del cult transalpino Jules e Jim di Truffaut, concede parecchie banalità.

Per non parlare delle teorie stabilite attraverso la pratica sull’erotismo, per fungere da battistrada alle successive argomentazioni in merito di Freud, o del vano richiamo all’imprevedibilità della poesia.

Azione e pensiero si vanno quindi ad appaiare alla bell’e meglio in mezzo ad alcuni spunti originali, ridotti al lumicino dalla necessità di anteporre i segni di ammicco del melodramma, ed esornative carinerie.

Evidentemente, i tratti distintivi dei film di finzione non rientrano nelle corde dell’autrice per caso. Che, in cerca della verità sulle influenze stilistiche presso gli esponenti più ragguardevoli dell’attuale koiné, pesca nell’ovvio per poi cadere nel ridicolo involontario in Lou von Salomé.

 

 

Massimiliano Serriello