Alla base dello strombazzato film romantico young adult Love me love me prodotto da Amazon MGM Studios, tratto dal best-seller di Stefania S., disponibile su Prime Video a partire dal 13 Febbraio 2026, vige solo ed esclusivamente la mera strategia di marketing di riduzione del rischio d’insuccesso che punta sia a trasformare i lettori d’un gettonato libro per l’ampio target dei giovani se non giovanissimi in scalpitanti spettatori ansiosi di ripetere la previa esperienza sulla scorta della scrittura per immagini dell’inesauribile fabbrica dei sogni sia ad accodarsi a distanza d’appena un giorno alla Festa di San Valentino, perfettamente in linea con lo scaltro plot, o il regista Roger Kumble dice comunque la sua restando fedele alla distintiva cifra stilistica incline a trascendere l’ovvietà dei generi catalogabili?
Per andare oltre tanto le formule narrative orientate al consenso del vasto pubblico con la goccia al naso e dalle aspettative terra terra, estranee perciò ai guizzi del carattere d’ingegno creativo, quanto l’accidia delle idee attinte all’atrui arguzia occorre una tecnica di ripresa abituata davvero ad appaiare l’azione alla contemplazione. Senza pagar dazio all’infecondo cerchiobottismo di chi, nella voluttà di accontentare platee diametralmente opposte tra loro, le scontenta tutte.

L’arcinota intensità passionale delle pellicole coming of age, lo scontato percorso di formazione connesso alla scoperta dell’identità e dell’alterità da parte d’una diciassettenne avvenente ma spaesata, costretta ad ambientarsi in un circolo cosmopolita ed elitario, ben diverso dal contesto lontano dallo Stivale in cui è cresciuta, la maturazione individuale legata al superamento palmo a palmo degli emblematici ostacoli incontrati in ambito scolastico, nel nido domestico e nell’università della strada dove l’antipatia iniziale cede via via la ribalta al vibrante batticuore per il trascinante bad boy, che cela da copione dietro la dura scorza dello spaccamontagne di turno con l’indicativo sguardo cerbiattesco lo slancio generoso dell’onesto sciupafemmine, non appartengono al novero delle componenti espressive cariche di senso. Bensì alle banalità scintillanti degli stereotipi inclini, inevitabilmente, a veleggiare in superficie. Ad approfondire i luoghi comuni, convertendoli nei luoghi riflessivi della geografia emozionale che impreziosisce i canonici romance attribuendo all’evoluzione dei sentimenti previsti dal copione la forza significante dell’interazione tra habitat ed esseri umani, dovrebbe provvedere lo speculare raffronto delle scene “spicy”, ovvero piccanti, delineate in maniera esplicita dall’ottica denominata “open door”, al pari delle sequenze di strenua lotta fisica, dove il bel tenebroso abituato a usare più le mani della testa sfoga la rabbia animalesca, con lo slow burn congiunto al contrario a uno sviluppo narrativo dell’assunto deliberatamente graduale. Passaggio per passaggio. Coi vicoli segreti del capoluogo lombardo sugli scudi. In Codice d’onore il compianto Bob Reiner al timone di regìa rimandando alle calende greche il bacio da copertina tra i personaggi interpretati da Tom Cruise e Demi Moore nell’ambito d’una vicenda processuale vissuta fianco a fianco presso la Naval Air Station Point Mugu, nella Contea di Ventura, tra alti e bassi sublimati dall’happy end, seppe servirsi dello slow burn per inchiodare l’attenzione degli spettatori a un’attesa vibrante. Accostata a quella per il verdetto emesso in zona Cesarini dal giudice sulla condotta dei marines alla sbarra difesi dalla coppia in divenire di avvocati in divisa.

Il nodo adesso da sciogliere per capire quindi se pure Roger Kumble possieda i requisiti dell’autore tout court è delegato alla collocazione dello slow burn in conformità con le canoniche verità nascoste. Destinate a emergere mentre Julie approda a Milano nella rituale scuola internazionale, sancisce amicizie ora schiette ora di circostanza ed entra subito in rotta di collisione col bullo di turno, James, coinvolto nel “grecile” degli incontri clandestini di MMA da un bieco manager privo di scrupoli. Il prosieguo, con Julie immancabilmente combattuta tra l’interesse per il miglior amico del canzonatorio James, studente modello alieno alla violenza, e l’attrazione crescente per l’aitante coetaneo dai modi apparentemente da troglodita, che svela nondimeno step by step l’indole nobile dell’uomo d’onore disposto a mettere in repentaglio nel rigoglio dell’età verde insieme all’incolumità l’appagamento dell’amore ricambiato pur di non tradire un patto fraterno, evidenzia l’attitudine di Kumble ad amalgamare all’alto tasso adrenalinico una sorta d’aura contemplativa. Scomodata di solito per distinguere la poesia dal pessimo surrogato dell’ingannevole poeticismo. Kumble, viceversa, avvezzo ai topòi della commedia romantica e alla poesia da tabloid dal vigoroso impatto sul target sbarazzino sancito dall’avveduto dinamismo dei carrelli in avanti e a schiaffo, delinea per un verso le vite da sogno della buona società, coi figli di papà dalle tasche piene di soldi e i vezzosi profili di Venere in attesa del principe azzurro; per l’altro assembla gli elementi sensazionalisti ed estremamente crudi, analoghi ai pezzi dei giornali popolari franchi di cerimonie, attenti però a cogliere lo stesso il controcampo elegiaco delle diverse dinamiche degli incubi a occhi aperti vincolati alla lotta in questione. Dalle micidiali ginocchiate ai saettanti colpi a martello (hammer fist). Dal ground and pound, che sdraia l’avversario per poi indurlo alla resa a furia di pugni, all’omerica celebrazione della travolgente energia profusa piegando la carne degli antagonisti. Il contraltare costituito dalle tormentate tribolazioni, dalle schermaglie affettive, dai carichi di tensione erotica smorzati a mestiere dallo slow burn, contrapposto perennemente al gioco di seduzione in chiave “open door”, con le relative facezie frammiste alla bell’e meglio all’evoluzione dei sentimenti, evidenzia l’egemonia della qualità letteraria rispetto al tormentone del cliffhanger concepito per il piccolo schermo interrompendo lo sviluppo della laison nei momenti cruciali.

L’afflato spettacolare d’ambedue le situazioni, trattate al pari delle scontate facce della medesima medaglia, risente dell’assenza del valore terapeutico dell’umorismo. Smarrito dall’involuto Roger Kumble. Dimentico pure dell’attenzione alla narrativa classica con la quale aveva coniugato in Uno splendido disastro il chiodo fisso della redenzione del ragazzaccio trafitto dalle frecce di Cupido che muta segno alle sapide pieghe parodistiche dell’incontro-scontro dei protagonisti scelti dal Destino per stare insieme. Nonostante l’indubbio piglio recitativo di Pepe Barroso, che nel ruolo dell’impulsivo James sciorina una maschilità primitiva, frammista alla fedeltà assoluta all’affabile fragilità del bene che consolida la rettitudine dei princìpi morali sostenuti sottobanco, sciorina l’autenticità magnetica degli attori fieri di snudare l’inattesa vulnerabilità dei bellimbusti propensi al cambiamento di rotta, la modernizzazione del feuilleton paga dazio all’inidonea mancanza di chimica con l’attrice britannica Mia Jenkins. Al debutto nei panni dapprincipio casti, in seguito licenziosi, della ragazza bullizzata a un tiro di schioppo dal lieto fine. Implicata sin dal principio nell’ennesimo, ardente triangolo. La carnagione chiara, gli occhioni azzurri che s’illuminano a comando quando James esibisce i nervi scoperti, occultati dalla vana corazza da macho, le cosce tornite, i capelli biondi, bagnati dalla pioggia scrosciante, delegata a fungere da fatuo specchio dell’anima, tradiscono la riprovevole penuria del talento recitativo degli assi in gonnella che si servono delle proprie risorse sul piano seducente ed emotivo per insaporire l’intesa col partner maschile grazie all’autoironia e alla spontaneità raggiunta affinando la debita preparazione tecnica. Che, all’opposto, non risulta pervenuta. A differenza di Roger Kumble. Degno d’encomio nell’esporre ed esplorare la stretta connessione tra l’ambiente milanese, meritevole tuttavia di maggior risalto, e la coppia protagonista. Associandola al sempiterno nesso che lega l’amore al desiderio. A far pendere l’ago della bilancia verso il pollice basso è l’imputabilità di disperdere nella strategia di riduzione del rischio d’insuccesso, preparata ex ante dai produttori per Love me love me, il focus sulle dovute distinzioni. Sulla sensualità del contesto. Sull’atto di osservazione reciproca. Sui necessari trapassi di tono. Dall’azione alla contemplazione. E viceversa. Sulle scelte estetiche ed evocative mirate. Allo scopo di consentire ai movimenti di macchina di coinvolgere sul serio nell’emozione della visione un pubblico avvertito ed eterogeneo. Anziché unicamente lo scontato esercito di followers strepitanti e di ninfette in visibilio. Al punto da prendere per buono, se non per corroborante ed eccezionale, il ridicolo involontario in cui cade spesso e volentieri Love me love me. Nell’assurdo tentativo di spacciare le patetiche schermaglie comportamentali, allineate alla finta contesa dei mascheramenti strategici, per l’intimità negata dei capolavori erotici. Allergici all’applicazione di attacco e difesa finalizzata alle dissimulazioni ad alto tasso glicemico.
