Lucky: il canto del cigno di Harry Dean Stanton

Non poteva esservi uscita di scena migliore per il grande attore caratterista Harry Dean Stanton, scomparso nel settembre 2017. Perché il Lucky di un John Carroll Lynch alla prima prova da regista è il racconto di una vecchiaia sopra le righe che tira le somme.

Lucky, con il volto, appunto, di Stanton, ha ormai superato i novant’anni e vive in una dimenticata città tra gli Stati Uniti e il Messico, ai confini del deserto. Ogni mattina, nonostante l’età, al risveglio non salta mai l’esercizio fisico e, dopo la colazione, con stivali e cappello da cowboy va al bar per bere un caffè e risolvere un cruciverba.

Un giorno, però, Lucky, ateo, anarchico e chiuso in una vita apparentemente solitaria che, in realtà, è costellata di amici e gente della città che si prende cura e si interessa di lui, cade. E la caduta cambia qualcosa. Il vecchio comincia a temere la solitudine e la morte.

Lucky vive in una realtà tutta sua. Una realtà bizzarra che l’interpretazione di Harry Dean Stanton e la presenza di personaggi quali lo stravagante Howard impersonato da David Lynch rendono assolutamente irresistibile. E in questa realtà quello che conta sono i personaggi e non le azioni. Al suo esordio da regista, John Carroll Lynch punta tutto sugli attori, cuce il film su misura per Stanton.

La sua interpretazione magistrale, quasi summa di una vita e una carriera, reggono le sorti di un lungometraggio in cui la trama è quasi inesistente. Nel mondo fuori, statico, deserto, ripetitivo, non accade nulla. Le scene si ripetono, il paesaggio è immobile. Quello che invece si muove e si evolve è l’universo interiore del protagonista, che fa i conti con il proprio passato e le proprie paure.

Servendo allo spettatore un mix micidiale di cinismo, malinconia, tristezza e, insieme, ironia, Lynch realizza una commedia amara, una storia tenera sulla vita e la vecchiaia, sulla necessità di accettare l’inevitabile. Eppure, al di là dell’apparenza, non c’è nulla di pesante in Lucky. La voglia di vivere supera la paura e, alla fine, ciò che resta è una sensazione di dolcezza, tenerezza e commozione.

 

 

Valeria Gaetano