In XXXVII la musica non è solo un elemento narrativo, ma una presenza viva, quasi fisica. Luigi Laffranchi racconta il dolore, il desiderio e l’ossessione con una sincerità che colpisce, lasciando spazio a riflessioni che vanno oltre la pagina e toccano corde molto personali.

Ciao Luigi, parto da una cosa molto semplice. Quando Sovaj dice “io vado”, lasciando tutto, sembra finalmente viva. Scrivere questa fuga ti ha dato un senso di liberazione o piuttosto di perdita?
Il viaggio ha da sempre rappresentato la mia idea di libertà. Avete presente Easy Rider? Musica, motociclette, panorami, metafore di quella voglia di ribellione che Dannis Hopper, Peter Fonda e Jack Nicholson interpretano magicamente e che avverto mie ogni volta che imbraccio la mia chitarra, il mio basso o quando mi immergo nelle parole che sento il bisogno di far vivere nelle mie pagine. E Sovaj? Per Sovaj la vita è una gabbia dalla quale non è semplice fuggire, anche se scappare per lei è altrettanto complicato, d’altronde non ha un posto suo nel mondo, se non nell’immagine e nella musica di Logan. Questo perché la sua è una personalità scomoda ovunque, non esistono oasi in mezzo a quel deserto che è la quotidianità in cui vive. Alla fine (forse) si renderà conto, che il viaggio che ha deciso di intraprendere non è solo uno spostamento fisico, ma è soprattutto un metodo che le permette di dimenticare se stessa e abbandonarsi al proprio disagio, distribuendolo nelle mani e nelle vite delle persone con cui condivide la propria esistenza. Quindi, se per me, il concetto di viaggio ha un significato intrinseco positivo, per il personaggio principale del mio romanzo diventa sicuramente un modo per perdersi, un viaggio in un tempo-spazio, sospeso tra le angosce, i desideri, le paure, i silenzi e i roboanti rumori e suoni che compongono la mia opera.
La figura di Cornelio Pio e la sua ossessione per l’equilibrio tra bene e male é affascinante ma anche disturbante. Pensi che oggi viviamo in un mondo che ha perso questo equilibrio, o che forse non lo ha mai avuto?
L’uomo, ancor prima di organizzarsi in tribù, in villaggi e successivamente in nazioni, ha sempre avuto l’esigenza di programmare o quantomeno sottostare a delle regole. Queste leggi, nella loro formulazione e applicazione, rispondono sensibilmente alla presenza ed al peso di questi due elementi: La divinazione (intesa come la ricerca di figure da idolatrare o verso cui indirizzare le propria fede). L’autorità (intesa anche, ma non solo, quella derivante da regole prodotte da un culto religioso). Senza scomodare filosofi illustri, è innegabile che la ricerca del creatore è uno, se non il più grande mistero che avvolge le nostre esistenze. In nome di divinità politeiste antiche e delle più recenti dottrine monoteiste, l’uomo, investendosi della facoltà di rappresentare in qualche modo la figura dell’essere supremo: “E lo creò a sua immagine e somiglianza”, o anche solo per soddisfare il proprio desiderio di sostituirsi a Dio, ha perpetrato angherie, genocidi, barbarie. Non mi stupiscono gli eventi di questi giorni, per cui provo ovviamente profondo disgusto, ma non sono altro che i comportamenti che hanno segnato la civiltà umana dalla sua nascita. Perché storicamente milioni di persone sono sottomesse da un sistema? Cosa le spinge a non ribellarsi? Qual è la giustificazione del fatto che una quantità di foglietti di carta con impresso il volto di George Washington, del regnante di turno inglese o del meno fantasioso euro, possano dar diritto o meno ad un individuo di poter essere libero? Perché migliaia di fanti, hanno saltato le recinzioni di una trincea eseguendo gli ordini di pochi ufficiali al caldo e al coperto? Semplice, l’autorità! Quindi gli equilibri col tempo si spostano, ma le regole che dettano il gioco restano e resteranno sempre le stesse. Per rispondere alla vostra domanda quindi, sostengo che l’equilibrio, il miglior compromesso che può raggiungere la razza umana in questa società, sarà sempre e comunque un adattamento a regole costituite da pochi per indottrinare i tanti.
Il legame tra musica e identità è fortissimo nel libro. Logan esiste quasi più come voce che come persona. La musica per te, è un rifugio o una ferita?
Non è assolutamente una ferita. Sicuramente è stata la colonna sonora di qualche situazione in cui ho sofferto, in fondo la mia vita ha un sottofondo musicale per ogni ricordo. La musica ha la capacità di essere presente anche quando non c’è. Mi spiego meglio. Se dovessi pensare ad un brano che mi ha accompagnato nella stesura di questa mia opera (XXXVII) è sicuramente Love me forever dei Motörhead. Questo non vuol dire che il brano era diffuso per tutto il tempo in cui ho scritto, ma che le corde dell’anima che questa canzone ha la capacità di amplificare in me, si sono riflesse nelle mie parole.
Ti faccio anche una piccola critica sincera: in alcuni passaggi la sofferenza di Sovaj è così estrema che diventa quasi respingente. Hai mai avuto paura di allontanare il lettore invece di avvicinarlo?
Scrivere, fortunatamente o sfortunatamente a seconda dei punti di vista, non è la mia professione. Ovviamente sarei un bugiardo se non dicessi che per me sarebbe un sogno che lo diventasse. Ad ogni modo, non baratterei mai la mia libertà di scrittura, Sovaj non potrebbe essere rappresentata diversamente da come è: immatura nella gestione dei propri sentimenti, riluttante ad ogni ordine prestabilito, impulsiva e a tratti contraddittoria. Ma voglio porre una domanda a chi sta leggendo questa intervista: siamo sicuri che non possa esistere un uomo o una donna con questa personalità? Con queste caratteristiche? Siamo sicuri che tra tutte le persone che si possono definire mature, non ve ne sia qualcuna che per convinzione, per esperienze vissute o per attitudine, continui in maniera imperterrita a urlare in faccia al prossimo il proprio disagio senza filtri? Sovaj è così e in nessun altro modo. Gradirei portare all’attenzione di chi avrà la pazienza di leggere, quali erano le sensazioni che provavo nel descrivere un personaggio così complesso: Sebbene abbia un’attrazione quasi poetica per la montagna e le sue cime da scalare, amo visceralmente il mare. Ho un buon rapporto con l’acqua, riesco a rimanere delle mezz’ore a galleggiare dentro l’elemento dal quale è nata Venere, ma vi è un momento che mi inquieta e, pur sapendo che è una mia debolezza, ogni volta non resisto alla tentazione di provare una strana sensazione. Quando mi “immergo”( lo scrivo virgolettato perché non farei mai il sub) parte un countdown di dieci secondi…10,9,8….7,6,5…..4,3…2,…devo salire! La mia salvezza so che è a pochi decimetri dalla mia bocca, ma non importa, devo fagocitare l’aria e i miei occhi devono aprirsi al cielo. Ecco cosa prova Sovaj! Mentre scrivevo e raccontavo la sua storia, mi immaginavo quei secondi di buio col mio corpo avvolto dall’acqua, un ambiente che non offre vita all’uomo, ma che regala tanta poesia. Sovaj, in alcuni momenti sa che la salvezza è a pochi centimetri, la vede la tocca; altre volte invece sembra destinata a non risalire e a rimanere al buio per l’eternità. Mi piacerebbe che al lettore, seguendo la narrazione di XXXVII resti questa sensazione di apnea, sapendo comunque che per Sovaj la boccata d’aria arriverà sempre… o forse no.
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