Autore di Quella casa nel bosco e 7 sconosciuti a El Royale, è il Drew Goddard che ricopre anche il ruolo di produttore esecutivo a firmare la sceneggiatura de L’ultima missione – Project Hail Mary, attingendo da un romanzo di Andy Weir come già fece nel 2015 per Sopravvissuto – The martian di Ridley Scott. 

Due opere in fin dei conti costruite su trame simili, in quanto, se in quel caso avevamo un Matt Damon astronauta arenato su Marte e creduto morto che cercava di segnalare alla Terra che era in realtà vivo, qui tutto prende avvio da Ryan Gosling nei panni di Ryland Grace, insegnante di scienze che si risveglia barbuto e capellone a bordo di un’astronave, lontano anni luce da casa e privo di ricordi di chi sia e di come sia arrivato lì.

Un Gosling che, anche produttore del lungometraggio, si ritrova dunque coinvolto in un’impresa spaziale otto anni dopo First man – Il primo uomo di Damien Chazelle, di cui fu protagonista nel 2018, e destinato presto a scoprire grazie al riaffiorare della propria memoria quale fosse lo scopo della sua missione: risolvere l’enigma della misteriosa sostanza che sta causando il collasso del sole. E sorge allora spontaneo pensare anche all’Ad Astra interpretato nel 2019 da Brad Pitt sotto la regia di James Gray nel corso delle oltre due ore e mezza di visione dirette dai Phil Lord e Christopher Miller cui dobbiamo, tra gli altri, The Lego movie, 21 Jump street e il sequel 22 Jump street. Oltre due ore e mezza che, al di là di altri personaggi quali la Eva Stratt di Sandra Hüller e lo Yáo Li-Jie di Ken Leung, arriva poi a concentrarsi quasi del tutto sul rapporto che viene progressivamente a crearsi tra Ryland e una bizzarra creatura aliena mentre cerca di salvare dall’estinzione la vita sulla Terra. Creatura aliena la cui presenza, complice una non indifferente spruzzata di ironia (con tanto di citazione verbale per la Adriana di Rocky), porta in un certo senso L’ultima missione – Project Hail Mary dalle parti del super cult Dark star che rappresentò nel 1974 il primo lungometraggio concepito dal futuro maestro dell’horror John Carpenter.

Quindi, mentre una ricca colonna sonora spaziante da Pata pata di Miriam Makeba a Two of us dei Beatles accompagna il tutto, infarcita di immancabile spettacolarità l’evoluzione narrativa non prevede altro che il continuo confronto tra Gosling e l’extraterrestre digitalmente ricreato, in possesso nella versione originale del film della voce di James Ortiz. Il Gosling come di consueto provvisto delle solite due (o una?) espressioni e il cui unico obiettivo è cercare di imparare a comunicare con l’inatteso, simpatico ospite per far sì che prenda forma un’atipica storia di amicizia in fotogrammi chiaramente infarcita di metafora antirazzista e relativa alla predisposizione nei confronti del “diverso”. Ma atipica neanche tanto, se vogliamo, considerando che tematiche di questo tipo abbiano già in più occasioni rappresentato il cuore di storie di fantascienza individuando il massimo esempio su celluloide del caso nello spielberghiano E.T. – L’extraterrestre. Di conseguenza, addirittura alla ricerca della facile commozione, L’ultima missione – Project Hail Mary non si rivela altro che l’ennesimo spreco di denaro (il budget oscilla tra i duecento e i duecentocinquanta milioni di dollari) al servizio di un irrilevante blockbuster lento, noioso e tirato per le lunghe.

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