“Non dovremmo mai cercare di reprimere la bestia, l’animale che è dentro di noi”. Con queste parole si apre uno dei più grandi cult mai realizzati sulla figura del Licantropo, ovvero L’Ululato (The Howling), classe 1981, del regista americano Joe Dante, allievo del grande Roger Corman, qui al suo secondo lungometraggio dopo l’incredibile successo di Piranha del 1978. La sceneggiatura si basa sul romanzo omonimo dello scrittore Gary Brandner del 1977, che però viene riadattato molto liberamente dallo sceneggiatore di fiducia di Dante, John Sayles, che aveva lavorato con lui anche in Piranha, tanto da portare all’allontanamento di Dante da parte dello stesso Brandner nei capitoli successivi della fortunata saga, che conta in tutto ben 8 film (alcuni dei quali ancora inediti in Italia).

La bella giornalista televisiva di Los Angeles Karen White viene perseguitata dal serial killer Eddie Quist, che firma i suoi delitti attraverso l’adesivo di uno smile. Per aiutare la polizia a catturare l’assassino la White si rende disponibile ad incontrarlo all’interno di un sexy shop dove vengono proiettati film porno in cabine private. Inizialmente Eddie chiede a Karen di non guardarlo in faccia, ma quando lei si gira, prorompendo in un urlo di terrore, la polizia irrompe uccidendo l’uomo. La donna rimane molto turbata da tale incontro, di cui però non riesce a ricordare i dettagli, ed allora, su consiglio del suo psicologo, si ritira per qualche tempo in una colonia isolata tra le montagne, di proprietà del dottore stesso. Qui Karen e il marito Bill faranno la conoscenza di una strana fauna di personaggi dal temperamento molto particolare, che certo non aiuteranno la donna ad uscire dai suoi incubi, anzi…
La figura del licantropo ha una grande diffusione al cinema, ed i miti e le leggende che lo riguardano prendono corpo inizialmente nei classici della Universal quali Il Segreto del Tibet del 1935 e il cult leggendario L’Uomo Lupo del 1941, che rende Lon Chaney Junior una vera e propria icona insieme ai vari Bela Lugosi e Boris Karloff. Ovviamente anche la casa di produzione britannica avversaria dell’americana Universal, la Hammer, realizza il suo film sul personaggio dell’Uomo Lupo, e lo fa nel 1961, con un altro classicone firmato da Terence Fisher, L’Implacabile Condanna. Anche qualche italiano (pochi, per la verità) si interessa a tale mito: ricordiamo Lycanthropus di Paolo Heusch del 1961 e La Lupa Mannara di Rino Di Silvestro del 1976. Ma è il 1981 l’anno d’oro dei licantropi, perché è allora che escono due dei film più amati in assoluto sul tema, che ancora oggi si contendono il primato per la migliore trasformazione mostrata sullo schermo: L’Ululato, appunto, e Un Lupo Mannaro Americano a Londra di John Landis. A seguito di questi due colossi anche Stephen King si interesserà alla figura del licantropo, scrivendo nel 1983 il romanzo Unico Indizio la Luna Piena, portato sullo schermo due anni dopo da Daniel Attias. Ed il mito del lupo mannaro arriverà tranquillamente fino ai nostri giorni grazie a titoli quali Wolf – La Belva è fuori del 1994 interpretato dall’intensa coppia Jack Nicholson/Michelle Pfeiffer, la trilogia Licantropia, ed addirittura un remake del classico del 41, Wolfman, del 2010.

Quando Dante viene chiamato per portare sullo schermo l’ennesima rilettura della figura dell’uomo lupo, decide che non avrebbe avuto senso inserirla in un’epoca goticheggiante come quelle che erano state fatte fino ad allora, e quindi sposta l’azione nella Los Angeles dei suoi giorni, degli anni Ottanta, girando la prima parte del film in contesto metropolitano per poi portare lo spettatore nell’habitat che più ci si immagina affine ai licantropi, il bosco incontaminato. Pur mantenendo quindi gli archetipi creati dallo scrittore Curt Siodmak per il film del 41, quali le trasformazioni con la luna piena, il morso capace di trasformare e le pallottole d’argento, tuttavia Joe Dante compie una vera e propria destrutturazione del substrato licantropico conosciuto fino ad allora, ed è questa la vera rivoluzione de L’Ululato, film terribilmente moderno per l’epoca, anche e soprattutto grazie agli incredibili effetti speciali artigianali realizzati da Rick Baker, Rob Bottin e Greg Cannom. Bottin aveva già collaborato con Dante in Piranha, e diverrà successivamente noto per aver firmato le creature de La Cosa di Carpenter, ma il vero e proprio artista degli effetti speciali era Rick Baker, che però fu costretto ad abbandonare la produzione per un impegno preso precedentemente con John Landis per la realizzazione di Un Lupo Mannaro Americano a Londra. L’effetto sicuramente più noto del film è quello della trasformazione dell’attore Robert Picardo nel licantropo Eddie: per far questo fu applicata sul volto dell’uomo una maschera in lattice che aveva sulla zona delle guance dei preservativi e sul collo una borsa dell’acqua calda, che venivano gonfiati dagli assistenti di scena attraverso delle cannucce, dando al povero Picardo una costante sensazione di soffocamento che probabilmente lo ha aiutato a rendere la scena ancora più naturale. Sono state poi usate delle maschere allungabili per realizzare l’allungamento del muso. La raffigurazione del licantropo altissimo, dai lunghi peli irsuti, che si regge sulle zampe posteriori e sfoggia un paio di lunghissime orecchie non è un’invenzione cinematografica ma fu ripresa per filo e per segno da una serie di antiche xilografie risalenti al XVI secolo trovate in fase di produzione. Durante tutto il film sono disseminate citazioni ed omaggi alla filmografia sui lupi mannari: molti dei personaggi hanno i cognomi dei registi che hanno dedicato film all’uomo lupo; in tv, in più riprese, si vedono passare i cartoni animati della serie Little Boy Blue col lupo cattivo che ricorda il famoso Ezechiele Lupo di disneyana memoria, e sul finale si vede proprio una scena tratta da L’Uomo Lupo del 41, che riassume i clichè della figura del licantropo, sottolineando ciò che ben ci spiega il bellissimo e scioccante finale “Chi viene morso da un licantropo diventa lui stesso un licantropo”.

Il film può contare anche su altri grandi nomi, che hanno contribuito a renderlo il cult che è oggi. Alla colonna sonora troviamo per esempio il noto compositore veneziano Pino Donaggio, che aveva già realizzato il soundtrack di Piranha, ed aveva all’attivo colonne sonore di film quali A Venezia un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg, Carrie lo Sguardo di Satana e Vestito per Uccidere di Brian de Palma e Nero Veneziano di Ugo Liberatore e successivamente collaborerà con registi quali Lucio Fulci, Luigi Cozzi, Ruggero Deodato, Aldo Lado e Dario Argento, solo per fare qualche nome. Alla scenografia troviamo invece Robert A. Burns, noto per essere stato nientemeno che lo scenografo di Non Aprite Quella Porta di Tobe Hooper. Insomma, con un budget abbastanza risicato, intorno al film si riesce a radunare un’ottima squadra, che culminerà nel buon cast, da cui emerge la bionda Dee Wallace, che all’epoca era già stata su un importante set horror, quello de Le Colline hanno gli Occhi di Wes Craven, ma che raggiungerà la notorietà con questo film e col successivo Cujo del 1983. La Wallace, coi suoi occhioni azzurri perennemente sgranati e le sue reazioni sempre un po’ troppo controllate, non convince del tutto, ma alla fine non stona più di tanto in un film che non mette senz’altro la profondità recitativa al primo posto. La sceneggiatura semi-umoristica, capace di far ridere e spaventare allo stesso tempo, piacque molto a Steven Spielberg, che ingaggiò Joe Dante per girare Gremlins, aprendogli così le porte del successo. Anche la Wallace colpì Spielberg, al punto che la volle per interpretare la mamma di Elliot in ET – L’Extraterrestre del 1982. Una curiosità riguarda proprio la Wallace: L’interprete di suo marito Bill nel film, Christopher Stone, era in realtà il vero compagno dell’attrice, ma la cosa fu rivelata alla troupe solo dopo che lui fu preso per il ruolo.

Le riprese in esterno si svolsero quasi tutte a Mendocino, in California, città nota al grande pubblico in quanto set della famosa serie televisiva La Signora in Giallo, ma alcune furono girate direttamente a Los Angeles, nel Griffith Park, uno degli enormi parchi urbani situati nel centro della città. Il sexy shop dell’inizio è un vero sexy shop, del quale furono coperti tutti gli articoli che all’epoca non potevano essere mostrati al cinema. Il film porno che viene proiettato nella scena di Karen ed Eddie non è invece un film reale, ma si tratta solo di alcune scene girate direttamente da Joe Dante all’interno del suo garage, con un’attrice e due collaboratori.

In un felice equilibrio tra satira sociale ed evocazione di terrori infantili, che fa di esso un’originale sintesi tra Cappuccetto Rosso e Quinto Potere, L’Ululato procede fino al drammatico e scioccante finale che però, in un’epoca com’era quella degli anni Ottanta, non verrà preso per reale ma per l’ennesimo effetto speciale della tv e quindi lo sforzo di Karen di far credere il mondo nell’esistenza dei Lupi Mannari si rivelerà, ahimè, vano.
Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme Amazon Prime Video, Google Play Film, YouTube ed Apple TV ed in dvd Universal.
https://www.imdb.com/it/title/tt0082533
