L’uomo che vendette la sua pelle: un tatuaggio che non dona la libertà

Presentato alla settantasettesima Mostra del Cinema di Venezia, dove ha vinto il premio Orizzonti per il miglior attore, L’uomo che vendette la sua pelle è stato candidato agli Oscar 2021 come miglior film internazionale.

Costretto a fuggire dal Libano, Sam Ali (Yahya Mahayni) riesce a raggiungere l’Europa e spera un giorno di poter ricongiungersi con l’amore della sua vita. Ma il prezzo da pagare è davvero alto.

Grazie ad un tatuaggio che riempie la sua schiena con un visto, l’uomo è stato convinto da uno degli artisti più in voga dell’arte contemporanea a diventare un’opera d’arte da esporre, il tutto in cambio di una discreta somma di denaro. Il risultato non sarà quello di acquistare nuova libertà e soldi facili, ma si ritroverà ad essere un vero oggetto d’arte. La sua schiena con il visto diventa un gadget per tazze e poster, e lui stesso finisce esposto nei musei. Pur vivendo in alberghi a cinque stelle e in modo agiato, però, si rende conto che nulla lo può ripagare dal ritrovare la libertà che, in realtà, ha perso.

Un film da vedere, che affronta il mondo dell’arte con i suoi estremismi e mette in luce il problema a dir poco attuale dei rifugiati. Il regista Kaoouther Ben Hania si è ispirato alla storia dell’artista belga Wim Delvoye, ma il risultato cinematografico va oltre.

Insieme allo straordinario Yahya Mahayni, troviamo coinvolta nella vicenda una inedita Monica Bellucci in versione bionda, ovvero la donna che porta il protagonista ad una libertà dorata, che in breve diventa una prigionia immorale.

Una riflessione attenta a tutto ciò che ruota attorno al mondo dell’arte e al delicato problema dei rifugiati. Un lungometraggio simile per certi versi a The square, premiato a Cannes, anch’esso ambientato nell’universo dell’arte moderna. Ma risulta decisamente più provocatorio L’uomo che vendette la sua pelle, che ci porta dentro la vita di Sam Ali, prigioniero della sua stessa pelle e del suo corpo. Un lungometraggio con più livelli di lettura, che affascinerà gli spettatori e che, forse, individua il suo unico punto debole in un finale eccessivamente dolce.

In ogni caso, la forza del messaggio è dirompente e fa riflettere su come qui in Europa (e non solo) uomini e donne amino tatuarsi in segno di simbolo di rinascita e libertà, mentre tutti, come mostrato nel film, siamo prigionieri di tanti simboli.

 

 

Roberto Leofrigio