L’uomo fedele: tanto Truffaut con un pizzico di Chabrol

Opera giovane e fresca che sa di Nouvelle Vague, L’uomo fedele è la seconda fatica del regista e (principalmente) attore francese Louis Garrel.

Il ragazzo, figlio d’arte (suo padre Philippe – che qui fa anche una breve comparsata – è tra i cineasti francesi contemporanei più apprezzati) ha ereditato molto nella regia proprio dal genitore, ma, allo stesso tempo, è riuscito a creare qualcosa di totalmente intimo e personale.

La storia messa in scena, dunque, è quella del giovane Abel (lo stesso Louis Garrel), il quale rivede dopo anni Marianne (Laétitia Casta), il suo grande amore del passato, rimasta da poco vedova e con un bambino di circa otto anni. Insieme a lei, il ragazzo ha modo di incontrare anche Eve (Lily-Rose Depp), giovane cognata di Marianne, la quale è perdutamente innamorata di lui fin da quando era una bambina.

Un triangolo amoroso che inizialmente può sembrare simile a molto altro realizzato in passato. Eppure, proprio per come riesce ad indagare nell’animo umano e all’interno dei sempre difficili rapporti interpersonali, questo piccolo lavoro del regista francese si rivela alquanto prezioso e raffinato.

Con una leggerezza nel raccontare argomenti non sempre facili da digerire – proprio come avveniva nelle opere truffautiane – Garrel provvede a tingere il tutto anche con una gradita venatura di giallo (analogamente a quanto ha realizzato in passato il maestro Claude Chabrol), lasciando credere inizialmente determinate cose allo spettatore, per poi stravolgere completamente tutto. È una musica allegra e frizzante, insieme a primi piani e buffi giochi di sguardi tra i personaggi, a conferire poi all’intero lavoro un gradito tocco di ironia.

Un lungometraggio, L’uomo fedele, che nella sua breve durata riesce ad essere compatto e ben scritto, che va giù come un bicchiere d’acqua fresca e con la grande capacità di tenere il pubblico incollato allo schermo, dall’inizio alla fine.

 

 

Marina Pavido