L’uomo invisibile: il monsterverse per raccontare gli abusi sulle donne

Dal super classico diretto nel 1933 da James Whale alle fanta-commedie Gianni e Pinotto contro l’uomo invisibile di Charles Lamont e  Avventure di un uomo invisibile di John Carpenter, passando per la variante piccante Le notti erotiche dell’uomo invisibile di Pierre Chevalier e per l’innovativo L’uomo senza ombra di Paul Verhoeven, innumerevoli sono state le riletture cinematografiche del personaggio nato nel 1881 dalla penna di H.G. Wells.

E, a proposito di Verhoeven, il Leigh Whannell – creatore della saga Saw – che si trova dietro la macchina da presa di questo L’uomo invisibile 2020, disonibile su blu-ray italiano grazie a Universal, ne aveva a suo modo omaggiato Robocop tramite il riuscito Upgrade; come pure, rimanendo nell’ambito di mitici cyber-eroi del grande schermo, sembra qui lasciarsi influenzare da uno dei momenti di Terminator 2 – Il giorno del giudizio nella sequenza in cui la protagonista è alle prese con i poliziotti all’interno dell’ospedale psichiatrico.

Ma, al di là di questa piccola similitudine, siamo in tutt’altro territorio narrativo, in quanto, nonostante la sempreverde idea di base, le oltre due ore di visione puntano in maniera evidente nient’affatto all’intrattenimento immediato per palati facili, rispecchiando, al contrario, una costruzione generale quasi accostabile ad una certa celluloide destinata ai circuiti d’autore.

Infatti, si evolve lentamente la vicenda che vede una ottima Elisabeth Moss nei panni di Cecilia, fuggita con il supporto della sorella Emily alias Harriet Dyer dalla relazione con il violento e ricco scienziato Adrian, ovvero Oliver Jackson Cohen.

Scienziato che muore poco dopo, ma che la donna, rifugiatasi presso l’abitazione di James, detective della polizia incarnato da Aldis Hodge, non crede assolutamente essere deceduto, arrivando addirittura a scoprire che l’uomo ha inventato una tuta capace di rendere invisibile chi la indossa.

Tuta che, quindi, è convinta lui stia utilizzando per seguirla e provocare senza essere visto da nessuno i diversi incidenti domestici che stanno caratterizzando le sue giornate; fino al momento in cui ci scappa anche il  cadavere e, di conseguenza, più di una persona comincia a ritenerla pazza.

Man mano che gli eccellenti effetti visivi vengono posatamente sfruttati evitando di risultare invadenti e che si approda all’avvincente fase conclusiva di un’operazione che, partendo, appunto, dalla geniale intuizione del sopra menzionato Wells, non si abbandona banalmente a concretizzarne l’ennesimo balzo in fotogrammi, bensì la rivisita trasformandola in un thriller psicologico con più di una sorpresa finale in serbo.

Rendendo L’uomo invisibile un titolo realmente in grado – complice un intelligente script –  non solo di rinnovare l’annunciato monsterverse targato Universal che era stato iniziato dall’indigeribile La mummia interpretato da Tom Cruise, ma anche e soprattutto di filtrare attraverso l’horror la chiacchieratissima tematica degli abusi da parte del maschio sul gentil sesso… evitando di apparire uno scontato e gratuito manifesto da Movimento Me Too come accaduto, invece, con i poco convincenti Halloween di David Gordon Green e Black Christmas di Sophia Takal.

Nove scene eliminate, cinque minuti riguardanti gli attori, tre sulla maniera in cui è stata resa moderna la tematica dell’uomo invisibile, quasi quattro in cui la Moss parla di questa esperienza sul set, circa undici in compagnia del regista durante le riprese e commento audio di quest’ultimo arricchiscono il disco in alta definizione nella sezione extra.

 

 

Francesco Lomuscio