L’uomo senza gravità: l’Elio Germano svolazzante

Passare dalla registrazione, sia pure non nuda e cruda, degli eventi reali alla smania d’infondere impulsi colmi di profondo incanto, sulla scorta degli effetti speciali, sarebbe un’impresa proibitiva anche per gli autori con la “a” maiuscola.

La sfida lanciata al riguardo dietro l’ardua macchina da presa dall’ambizioso Marco Bonfanti, anelante di volteggiare dal documentario Bozzetto ma non troppo – per far scoprire sin dai risvolti intimisti il balenio dell’estro insito nei cartoni animati d’alto rango – all’appeal dei film cosiddetti di finzione con la scioltezza dell’artista consumato, tradisce l’intrinseca défaillance di chi si butta avanti per non cadere indietro.

L’uomo senza gravità ne pone soprattutto in rilievo l’improntitudine di attribuire a un modesto spettacolo per famiglie, frutto al limite dell’onesto artigianato ad appannaggio d’ogni mestierante, degli archetipi intellettuali.
L’intelaiatura della fabula, con gli stilemi connessi ad alcuni schemi assai programmatici, anziché all’aura contemplativa dei cortocircuiti poetici, risulta, quindi, solo di facciata.

La vicenda del protagonista, interpretato dal gigionesco Elio Germano con le pose esteriori del Metodo Stanislavskij senza dar corpo ad alcuna dinamica interiore, alla base, invece, della sua mirabile prova nelle vesti dell’inquieto Antonio Benassi detto “Accio” in Mio fratello è figlio unico, risente, inoltre, della disuguaglianza degli elementi stilistici messi in campo.

Le punture di spillo rivolte in chiave farsesca alle maldicenze della provincia, il pietismo connesso ai miseri interni domestici, sulla base dei vanagloriosi echi letterari, i semitoni rivolti al mondo dell’infanzia, con le frecce di Cupido scoccate per la gioia degli inguaribili romantici, e il vano luccichio dell’algida ribalta, dove l’introverso Oscar fluttua nell’aria, tendono ad appiattire gli sporadici ed elegiaci spunti originali.

Il gioco fisionomico, inasprito dai dettagli ravvicinati sulle rughe d’espressione di Michela Cescon, nel ruolo dell’incerta mamma, e da una Elena Cotta meno a suo agio con le ramanzine nei panni della nonna rispetto agli eloquenti silenzi esibiti in Via Castellana Bandiera, finisce col prendersi troppo sul serio.

Peccato che i lampi d’intelligenza riscontrabili nel ritratto del vanaglorioso manager, al quale l’eclettico attore francese Vincent Scarito aggiunge il garbo di una tenera ironia, e nell’ipnotica lentezza di qualche interludio psicologico, cedano terreno all’abitudine a disperdere il succo della storia.

A dispetto delle accortezze scenografiche, decise ad attribuire allo scandaglio degli ambienti di lusso – in cui serpeggia l’amara vena dell’empietà – uno spessore introspettivo superiore ai meriti reali, il richiamo pittorico congiunto allo scorrere feroce degli anni sublima solo gli insipidi stereotipi.

L’agnizione finale, in omaggio alla forza catartica dell’happy end, trae partito ne L’uomo senza gravità dalle gag umanistiche, care ai comici dai guizzi imprevedibili, per poi invece andare ad appesantire, coi timbri programmatici adottati come extrema ratio, l’inno ai valori dell’immaginazione nutriti nel paesino di montagna vicino a Bolzano, dai contorni improduttivamente esornativi.

 

 

Massimiliano Serriello