Un confronto diretto con Lydia Montelier sul romanzo “O’ahu”, tra emozioni intime e ricostruzione storica. La conversazione si muove tra dolore, identità e scelte narrative, cercando di capire come nasce un libro che unisce sentimento e precisione, senza perdere mai il contatto con l’esperienza umana.

Ciao Lydia, nel romanzo scrivi scene molto forti come quella in cui Tony pensa che “da qualche parte in America, nove madri piangeranno”. Quanto è stato difficile entrare così profondamente nel dolore umano della guerra?
Io sono una madre. E sono molto empatica. Nel vero senso del termine: la parola “empatia” deriva dal greco antico “empátheia”, composta da en che significa dentro e pathos, che vuole dire sofferenza o sentimento. Perciò la parola empatia indica la capacità di immedesimarsi nei sentimenti altrui. Si tratta di un tratto della mia personalità che non ho avuto bisogno di sviluppare. L’empatia, in genere, la si possiede. Basti pensare alle innumerevoli persone che piangono davanti ad un film o al sentire le notizie sconvolgenti in tivù… e a quelle che invece non lo fanno perché mancano di empatia. Per appunto. Tuttora, io stessa quando sento notizie sconvolgenti penso ai genitori e al dolore che devono provare. Perciò immedesimarmi in una madre che vive l’assenza di un figlio per colpa della guerra con il perenne terrore che venga ucciso non mi è risultato difficile.
Nel rapporto tra Miiko e la sua identità si percepisce una tensione costante. Quanto ti appartiene questo tema del sentirsi divisi tra due mondi?
Devo ammettere che io appartengo a due mondi come Miiko: sono francese, ma sono divenuta italiana. E ho spesso dovuto bilanciare i modi di pensare o i semplici modi di fare tra la cultura francese e quella italiana, abitudini radicate che spesso non vengono capite. Inoltre appartengo ad una confessione religiosa diversa dalla maggioranza anche se qui non sto a spiegare quale, ma anche questo agisce su tutto il mio essere: cose che vengono definite accettabili dalle persone intorno a me non vengono condivise dalla mia coscienza cristiana. Ma capisco tuttavia perché sono accettate: la società si evolve e l’etica purtroppo viene modificata senza che la maggioranza se ne renda conto o si ponga domande, e capisco anche questo! Cose che una volta erano riprensibili oggi sono accettate. Così mi trovo a vivere in bilico tra culture diverse geograficamente, ma anche credi differenti.
Una piccola osservazione: in alcuni passaggi molto tecnici sulla guerra e sulle navi il ritmo sembra rallentare leggermente. È stata una scelta per dare maggiore realismo o una conseguenza della tua ricerca storica così accurata?
Una conseguenza. È necessario alternare la dinamicità alla staticità, ad ogni modo, ma è ovvio che certe descrizioni richiedono una pausa. Anche se ho “infilato” informazioni “en passant”, tipo lo spessore delle paratie della Arizona intorno alla sala macchine oppure la spiegazione di come è stata dichiarata la guerra tra Stati Uniti e Germania nel 1917 da parte del padre di Kelly mentre pranzava con la famiglia, sono dell’idea che sia necessario costruire la scena per il lettore. A differenza di un film che lo spettatore guarda senza notare consciamente il particolare (mi posso riferire qui anche agli aspetti meteorologici che in un film possono non essere commentati ma solo visti, e a volte, lo spettatore non li nota neppure), il lettore ha necessità di queste informazioni per costruire la scena mentalmente. Come per costruire un set letterale, bisogna fermare le riprese, i dettagli tecnici obbligano il lettore a costruire il suo set con calma prima di riprendere a girare la sua lettura.
Da dove deriva la scelta del titolo? E come mai hai scelto proprio questo tipo di ambientazione per il tuo romanzo?
La scelta del titolo è stato un caso. Avevo in mente Pearl Harbor come luogo in cui avrei girato il mio romanzo. Ma non avevo neppure in mente di dare quel titolo che è stato tra l’altro fin troppo sfruttato. Poi, ho scoperto studiando l’arcipelago delle Hawaii che ciascuna isola aveva un nome. Conoscevo già Maui in quanto ho delle conoscenze là, ma poi mi ha colpito il nome dell’isola principale: O’ahu. Inoltre, quando si scrive, è spesso necessario fare delle ripetizioni ma per non essere ridondanti bisogna cercare termini simili ma non uguali, perciò Honolulu, Hawaii, Pearl Harbor… O’ahu. Tutti nomi che si riferiscono allo stesso luogo ma che conferiscono una musicalità più piacevole alla lettura. E O’ahu era nuovo e la mia scelta si è orientata verso quel nome. Non pochi mi hanno chiesto poi cosa volesse dire, e devo ammettere che il fatto che un’isola così conosciuta nel mondo intero per la sua bellezza, la sua storia e la sua gente amichevole non lo fosse invece per il suo nome – che tra l’altro trovo bellissimo – mi metteva tristezza. Mi è parso un tributo da parte mia. Per quanto riguarda l’ambientazione, la cosa è andata così: ho scritto altri romanzi, ognuno molto diverso, sempre con note romantiche, ma con temi sia delicati che culturali. Non avevo mai scritto uno storico però. Uno vero, perché note storiche sono sempre apparse nei miei romanzi. Il mio film preferito è Pearl Harbor. Perciò la mia immaginazione è volata là in maniera naturale. Devo tuttavia ammettere che quando ho iniziato a scrivere, non immaginavo neppure lontanamente in cosa mi stavo imbarcando in fatto di ricerche da fare. È stato un periodo molto bello quello della stesura di O’ahu. Guardare video, leggere documenti, a volte documenti che erano stati secretati per anni e poi svelati al largo pubblico come quelli riguardanti Los Alamos, è stato come compiere un viaggio eccitante. In fondo si legge per viaggiare con la mente, no?
